venerdì 7 agosto 2009

Tocqueville-Acton

Lord Acton

di Dario Antiseri

 

"Ostacoli alla libertà sono non solo le oppressioni politiche e sociali, ma anche la povertà e l'ignoranza". 

"Lo Stato ideale è quello in cui la libertà è sufficientemente tutelata sia contro il governo sia contro il popolo"

LORD ACTON

 

 “La mia storia è quella di un uomo che ha iniziato credendosi un cattolico sincero e un sincero liberale; che quindi ha rinunciato a tutto quello nel cattolicesimo che non era compatibile con la libertà, e a tutto quello che in politica non era compatibile con la cattolicità”. Questo scrive di se stesso Lord Acton, il più significativo rappresentante del cattolicesimo liberale inglese.

Liberale attento ai diritti di proprietà, Acton non volle affatto ignorare i diritti della povertà – e ciò se non altro per la ragione che “ostacoli alla libertà sono non solo le oppressioni politiche e sociali, ma anche la povertà e l’ignoranza”. In ogni caso, il nucleo centrale del pensiero di Acton consiste nell’idea che la coscienza ha il diritto e il dovere di giudicare l’autorità. “La libertà è il regno della coscienza”; “In fondo tutta la libertà consiste nel preservare la sfera interna dall’invadenza del potere statale. Questo rispetto per la coscienza è il seme di ogni libertà civile e il modo in cui il cristianesimo è stato al suo servizio”. Né è da credere, precisa Acton, che la libertà sia un pacifico dato di fatto: “La libertà è non un dono ma una conquista; è uno stato non di riposo ma di sforzo e crescita […] non un dato ma uno scopo”. In altri termini, la libertà non è affatto un prodotto della natura, quanto piuttosto della civiltà avanzata. La libertà del buon selvaggio è un’invenzione, pura mitologia, “noi invece intendiamo la libertà come il prodotto lento e il risultato più alto della civiltà”. Detto diversamente: “La libertà non è originaria, necessaria o ereditaria. Deve essere conquistata […] Questa è la teoria medievale. Non sei libero, se non provi il tuo diritto a esserlo. La libertà è medievale, l’assolutismo è moderno”.

La libertà è, dunque, il regno della coscienza e, di conseguenza, l’etica ha il primato sulla politica. L’ubbidienza è tale unicamente se è ubbidienza alla coscienza. “La coscienza – scrive Acton – mi suggerisce l’immagine di una fortezza inespugnabile, al cui interno un uomo realizza la formazione del carattere e sviluppa il potere di resistere all’influenza dell’esempio e alla legge delle masse”. Ma appello alla coscienza significa appello alla responsabilità individuale. E qui è da rinvenire la base teorica sulla quale Acton costruisce la sua netta opposizione all’ultramontanismo: il papismo è, a suo avviso, differente dal cattolicesimo – e gli ultramontanisti, con la loro totale dipendenza dal papa, non avrebbero fatto altro che abbracciare comportamenti deresponsabilizzanti.

“La libertà di coscienza è la prima delle libertà”; e “se la coscienza è il fondamento della libertà, anche la religione lo è; ed “è stato grazie alla coscienza che la religione ha servito la causa della libertà”. E “più la coscienza viene in primo piano, più consideriamo non quello che lo Stato realizza, ma quello che permette che sia realizzato”. Per questo – afferma Acton - “lo Stato ideale è quello in cui la libertà è sufficientemente tutelata sia contro il governo sia contro il popolo”. E da qui ulteriori conseguenze: come quella del diritto di associazione che “è anteriore allo Stato in essere”; o come l’idea che “il fondamento del buongoverno sono le autorità divise o, piuttosto, moltiplicate; che “le istituzioni sono non un fine, ma un mezzo”; che “la libertà consiste nella divisione dei poteri, mentre l’assolutismo equivale alla concentrazione dei poteri”. E, da ultimo, la grande e più nota massima di Lord Acton: “Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”.

Convinto che il vero liberale vede “la libertà come fine e non come mezzo”, Acton asserisce che la prima qualità di un liberale è quella di rivendicare le stesse cose per sé e per gli altri, “non amare le eccezioni e i privilegi, pensare a tutti gli uomini e a tutti i poeti, riconoscere i diritti degli individui, come derivati dalla natura e universali”. E’ in questo orizzonte che Acton immerge la sua difesa della dignità e responsabilità sia dei singoli individui che dei corpi intermedi, autentiche dighe contro le pretese onnivore dell’assolutismo. “L’assolutismo moderno – fin dal suo sorgere – ha avanzato pretese su ogni cosa in nome del potere sovrano. Commercio, industria, letteratura, religione sono stati dichiarati affari di Stato, il quale, conseguentemente li ha fatti propri e controllati”. Senonché, ribatte Acton, “l’istruzione appartiene al potere civile e per le stesse motivazioni addotte per commercio, industria, letteratura e religione rivendica il diritto di non essere considerato affare di Stato”. Un ammonimento, questo, che ancor oggi, nel nostro Paese, dovrebbe far pensare quanti non si preoccupano del quasi monopolio statale dell’istruzione che in Italia intossica il nostro sistema scolastico.

Verso la fine della sua vita Acton scrive di se stesso: “Nel corso della mia carriera sono spesso stato oggetto di diffamazione e ho provocato molte critiche. E sono certo che questo capiterà anche in futuro […] Mi dispiace solo di aver dato dolore a singole persone. Che io abbia offeso suscettibilità, ferito pregiudizi e contraddetto molte opinioni inveterate, è come dire che ho lavorato onestamente e senza compromessi”.

 

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