mercoledì 29 luglio 2009

L'OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 29 luglio 2009

La «Caritas in veritate» nel discorso del cardinale segretario di Stato
al Senato della Repubblica Italiana

Efficienza e giustizia non bastano:
  per essere felici ci vuole il dono


Pubblichiamo per intero il discorso del segretario di Stato e, quasi integralmente, l'intervento del presidente del Senato, Renato Schifani, tenuti martedì 28 luglio.

di Tarcisio Bertone

L'enciclica  di  Benedetto XVI si apre con un'introduzione, che costituisce una densa e profonda riflessione nella quale vengono ripresi i termini del titolo stesso il quale coniuga fra loro strettamente la caritas e la veritas, l'amore e la verità. Si tratta non solo di una sorta di explicatio terminorum, di un chiarimento iniziale, ma si vogliono indicare i principi e le prospettive fondamentali  di  tutto il suo insegnamento. Infatti, come in una sinfonia, il tema della verità e della carità ritorna poi lungo tutto il documento,  proprio  perché qui sta, come scrive  il  Papa,  "la  principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera" (Caritas in veritate, n. 1).
Ma - ci chiediamo - di quale verità e di quale amore si tratta? Non v'è dubbio che proprio questi concetti suscitino oggi sospetto - soprattutto il termine verità - o siano oggetto di fraintendimento - e ciò vale soprattutto per il termine "amore". Per questo è importante chiarire di quale verità e di quale amore parli la nuova enciclica. Il Santo Padre ci fa comprendere che queste due realtà fondamentali non sono estrinseche all'uomo o addirittura imposte a lui in nome di una qualsivoglia visione ideologica, ma hanno un profondo radicamento nella persona stessa. Infatti, "amore e verità - afferma il Santo Padre - sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo" (n. 1), di quell'uomo che, secondo la Sacra Scrittura, è appunto creato "ad immagine e somiglianza" del suo Creatore, cioè del "Dio biblico, che è insieme Agápe e Lógos:  Carità e Verità, Amore e Parola" (n. 3).
Questa realtà ci è testimoniata non solo dalla Rivelazione biblica, ma può essere colta da ogni uomo di buona volontà che usa rettamente della sua ragione nel riflettere su se stesso ("La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità", n. 3). A questo riguardo, sembrano illustrare bene tale visione alcuni contenuti di un significativo ed importante documento che ha di poco preceduto la pubblicazione della Caritas in veritate:  la Commissione Teologica Internazionale ci ha dato nei mesi scorsi un testo intitolato Alla ricerca di un'etica universale:  nuovo sguardo sulla legge naturale. Esso affronta delle tematiche di grande importanza, che mi sento di segnalare e raccomandare specialmente in questo contesto del Senato, cioè di una istituzione che ha come funzione precipua la produzione normativa. Infatti, come disse all'Assemblea delle Nazioni Unite a New York il Santo Padre, durante la sua visita dello scorso anno al Palazzo di Vetro a proposito del fondamento dei diritti umani:  "Questi diritti trovano il loro fondamento nella legge naturale inscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Separare i diritti umani da tale contesto significherebbe limitare la loro portata e cedere a una concezione relativista, per la quale il senso e l'interpretazione dei diritti potrebbe variare e la loro universalità potrebbe essere negata in nome delle diverse concezioni culturali, politiche, sociali e anche religiose" (18 aprile 2008). Sono considerazioni che valgono non solo per i diritti dell'uomo, ma per ogni intervento dell'autorità legittima chiamata a regolare secondo vera giustizia la vita della comunità mediante delle leggi che non siano frutto di una mera intesa convenzionale, ma mirino all'autentico bene della persona e della società e per questo facciano riferimento a questa legge naturale.
Orbene, la Commissione Teologica Internazionale nell'esporre la realtà della legge naturale illustra proprio come la verità e l'amore siano esigenze essenziali di ogni uomo, profondamente radicate nel suo essere. "Nella sua ricerca del bene morale, la persona umana si mette in ascolto di ciò che essa è e prende coscienza delle inclinazioni fondamentali della sua natura" (Alla ricerca di un'etica universale:  nuovo sguardo sulla legge naturale, n. 45), le quali inclinano l'uomo verso dei beni necessari alla sua realizzazione morale. Come è noto, "si distinguono tradizionalmente tre grandi insiemi di dinamismi naturali (...) Il primo, che le è comune con ogni essere sostanziale, comprende essenzialmente l'inclinazione a conservare e a sviluppare la propria esistenza. Il secondo, che le è comune con tutti i viventi, comprende l'inclinazione a riprodursi per perpetuare la specie. Il terzo, che le è proprio come essere razionale, comporta l'inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società" (n. 46). Approfondendo questo terzo dinamismo che si ritrova in ogni persona, la Commissione Teologica Internazionale afferma che esso "è specifico dell'essere umano come essere spirituale, dotato di ragione, capace di conoscere la verità, di entrare in dialogo con gli altri e di stringere relazioni di amicizia (...) Il suo bene integrale è così intimamente legato alla vita in comunità, che si organizza in società politica in forza di un'inclinazione naturale e non di una semplice convenzione. Il carattere relazionale della persona si esprime anche con la tendenza a vivere in comunione con Dio o l'Assoluto (...) Certamente, può essere negata da coloro che rifiutano di ammettere l'esistenza di un Dio personale, ma rimane implicitamente presente nella ricerca della verità e del senso presente in ogni essere umano" (n. 50).
L'uomo è dunque fatto per conoscere mediante la "ragione allargata" (cfr. Discorso del 12 settembre 2006 all'università di Regensburg) la verità in tutta la sua ampiezza, cioè non limitandosi ad acquisire conoscenze tecniche per dominare la realtà materiale, ma aprendosi fino ad incontrare il Trascendente, e per vivere pienamente la dimensione interpersonale dell'amore, "principio non solo delle micro-relazioni:  rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni:  rapporti sociali, economici, politici" (Caritas in veritate, n. 2). Sono proprio la veritas e la caritas che ci indicano le esigenze della legge naturale che Benedetto XVI pone come criterio fondamentale della riflessione di ordine morale sull'attuale realtà socio-economica:  "Caritas in veritate è principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma operativa in criteri orientativi dell'azione morale" (n. 6). Con efficace espressione, il Santo Padre afferma perciò che "la dottrina sociale della Chiesa (...) è caritas in veritate in re sociali:  annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità" (n. 5).
La proposta dell'enciclica non è né di carattere ideologico né solo riservata a chi condivide la fede nella Rivelazione divina, ma si fonda su realtà antropologiche fondamentali, quali sono appunto la verità e la carità rettamente intese, o come dice la stessa enciclica, date all'uomo e da lui ricevute, non da lui prodotte arbitrariamente ("La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant'Agostino. Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto "data". In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l'amore, "non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all'essere umano"", Caritas in veritate, n. 34). Benedetto XVI vuol ricordare a tutti che solo ancorandosi a questo duplice criterio della veritas e della caritas, fra loro inseparabilmente congiunte, si può costruire l'autentico bene dell'uomo, fatto per la verità e l'amore. Secondo il Santo Padre, "solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante" (n. 9).
Dopo questa indispensabile premessa, nella quale ho voluto evidenziare alcuni aspetti antropologici e teologici del testo pontificio, forse meno commentati dai servizi giornalistici, desidero esporre ora solo alcuni punti, senza avere la pretesa di coprire il vasto contenuto dell'enciclica, di cui, peraltro, autorevoli commentatori, anche sulle pagine de "L'Osservatore Romano" o altrove, hanno già offerto specifici approfondimenti.
Un importante messaggio che ci viene dalla Caritas in veritate è l'invito a superare l'ormai obsoleta dicotomia tra la sfera dell'economico e la sfera del sociale. La modernità ci ha lasciato in eredità l'idea in base alla quale per poter operare nel campo dell'economia sia indispensabile mirare al profitto ed essere animati prevalentemente dal proprio interesse; come a dire che non si è pienamente imprenditori se non si persegue la massimizzazione del profitto. In caso contrario, ci si dovrebbe accontentare di far parte della sfera del sociale.
Questa concettualizzazione, che confonde l'economia di mercato che è il genus con una sua particolare species quale è il sistema capitalistico, ha portato ad identificare l'economia con il luogo della produzione della ricchezza (o del reddito) e il sociale con il luogo della solidarietà per un'equa distribuzione della stessa.
La Caritas in veritate ci dice, invece, che fare impresa è possibile anche quando si perseguono fini di utilità sociale e si è mossi all'azione da motivazioni di tipo pro-sociale. È questo un modo concreto, anche se non l'unico, di colmare il divario tra l'economico e il sociale dato che un agire economico che non incorporasse al proprio interno la dimensione del sociale non sarebbe eticamente accettabile, come è altrettanto vero che un sociale meramente redistributivo, che non facesse i conti col  vincolo delle risorse, non risulterebbe alla lunga sostenibile:  prima di poter distribuire occorre, infatti, produrre.
Si deve essere particolarmente grati a Benedetto XVI per aver voluto sottolineare il fatto che l'agire economico non è qualcosa di staccato e di alieno dai principi cardine della dottrina sociale della Chiesa che sono:  centralità della persona umana; solidarietà; sussidiarietà; bene comune. Occorre superare la concezione pratica in base alla quale i valori della dottrina sociale della Chiesa dovrebbero trovare spazio unicamente nelle opere di natura sociale, mentre agli esperti di efficienza spetterebbe il compito di guidare l'economia. È merito, certamente non secondario, di questa enciclica quello di contribuire a porre rimedio a questa lacuna, che è culturale e politica ad un tempo.
Contrariamente a quel che si pensa non è l'efficienza il fundamentum divisionis per distinguere ciò che è impresa e ciò che non lo è, e questo per la semplice ragione che la categoria dell'efficienza appartiene all'ordine dei mezzi e non a quello dei fini. Infatti, si deve essere efficienti per conseguire al meglio il fine che liberamente si è scelto di dare alla propria azione. L'imprenditore che si lascia guidare da un'efficienza fine a se stessa rischia di scadere nell'efficientismo, che è una delle cause oggi più frequenti di distruzione della ricchezza, come la crisi economico-finanziaria in atto tristemente conferma.
Ampliando un istante la prospettiva del discorso, dire mercato significa dire competizione e ciò nel senso che non può esistere il mercato laddove non c'è pratica di competizione (anche se il contrario non è vero). E non v'è chi non veda come la fecondità della competizione stia nel fatto che essa implica la tensione, la dialettica che presuppone la presenza di un altro e la relazione con un altro. Senza tensione non c'è movimento, ma il movimento - ecco il punto - cui la tensione dà luogo può essere anche mortifero, cioè generatore di morte.
Quando lo scopo dell'agire economico non è la tensione verso un comune obiettivo - come l'etimo latino cum-petere lascerebbe chiaramente intendere - ma l'hobbesiana mors tua, vita mea, il legame sociale viene ridotto al rapporto mercantile e l'attività economica tende a divenire inumana e dunque ultimamente inefficiente. Dunque, anche nella competizione, la "dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all'interno dell'attività economica e non soltanto fuori di essa o "dopo" di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all'attività dell'uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente" (n. 36).
Ebbene, il guadagno, certo non da poco, che la Caritas in veritate ci offre è quello di prendere in grande considerazione quella concezione del mercato, tipica della tradizione di pensiero dell'economia civile, secondo cui si può vivere l'esperienza della socialità umana all'interno di una normale vita economica e non già al di fuori di essa o a lato di essa. È questa una concezione che si potrebbe definire alternativa, sia rispetto a quella che vede il mercato come luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole, sia a quella che, in linea con il pensiero anarco-liberista, lo vede come luogo in grado di dare soluzione a tutti i problemi della società.
Questo modo di fare impresa si differenzia nei confronti dell'economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l'unica istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà. La dottrina sociale della Chiesa ci ricorda invece che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fraternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia. Piuttosto, essa propone un umanesimo a più dimensioni, nel quale il mercato non è combattuto o "controllato", ma è visto come momento importante della sfera pubblica - sfera che è assai più vasta di ciò che è statale - che, se concepito e vissuto come luogo aperto anche ai principi di reciprocità e del dono, può costruire una sana convivenza civile.
Prendo ora in considerazione uno dei temi presenti nell'enciclica che mi pare abbia suscitato un certo interesse pubblico per la novità che rivestono i principi di fraternità e di gratuità nell'agire economico. "Lo sviluppo, se vuole essere autenticamente umano", dice Benedetto XVI , deve "fare spazio al principio di gratuità" (n. 34). Servono "forme economiche solidali". Significativo, in questo senso il capitolo dedicato alla collaborazione della famiglia umana, dove viene messo in evidenza che "lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia" per cui "un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione". E ancora:  "Il tema dello sviluppo coincide con quello dell'inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'unica comunità della famiglia umana, che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace" (nn. 53-54).
La parola chiave che oggi meglio di ogni altra esprime questa esigenza è quella di fraternità. È stata la scuola di pensiero francescana a dare a questo termine il significato che esso ha conservato nel corso del tempo, che costituisce il complemento e l'esaltazione del principio di solidarietà. Infatti mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali per via della loro uguale dignità e dei loro diritti fondamentali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di esser diversi, nel senso di poter esprimere diversamente il loro piano di vita o il loro carisma.
Esplicito meglio:  le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l'Ottocento e soprattutto il Novecento, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il punto è che una società orientata al bene comune non può accontentarsi della solidarietà, ma ha bisogno di una solidarietà che rispecchi la fraternità dato che, mentre la società fraterna è anche solidale, il contrario non è necessariamente vero.
Se si dimentica il fatto che non è sostenibile una società di esseri umani in cui viene meno il senso di fraternità e in cui tutto si riduce a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti o ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica, ci si rende conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti ad una soluzione credibile del grande trade-off tra efficienza ed equità. La Caritas in veritate ci aiuta a prendere coscienza che la società non è capace di futuro se si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire se esiste e si sviluppa solamente la logica del "dare per avere" oppure del "dare per dovere". Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate.
Ci si pone allora la domanda:  perché riemerge come un fiume carsico, la prospettiva del bene comune, secondo la formulazione ad essa data dalla dottrina sociale della Chiesa, dopo almeno un paio di secoli durante i quali essa era di fatto uscita di scena? Perché il passaggio dai mercati nazionali al mercato globale, consumatosi nel corso dell'ultimo quarto di secolo, va rendendo di nuovo attuale il discorso sul bene comune? Osservo, di sfuggita, che quanto accade è parte di un più vasto movimento di idee in economia, un movimento il cui oggetto è il legame tra religiosità e performance economica. A partire dalla considerazione che le credenze religiose sono di importanza decisiva nel forgiare le mappe cognitive dei soggetti e nel plasmare le norme sociali di comportamento, questo movimento di idee cerca di indagare quanto la prevalenza in un determinato Paese (o territorio) di una certa matrice religiosa influenzi la formazione di categorie di pensiero economico, i programmi di welfare, la politica scolastica e così via. Dopo un lungo periodo di tempo, durante il quale la celebre tesi della secolarizzazione pareva avesse detto la parola fine sulla questione religiosa, almeno per quel che concerne il campo economico, quanto sta oggi accadendo suona veramente paradossale.
Non è così difficile spiegarsi il ritorno nel dibattito culturale contemporaneo della prospettiva del bene comune, vera e propria cifra dell'etica cattolica in ambito socio-economico. Come Giovanni Paolo II in parecchie occasioni ha chiarito, la dottrina sociale della Chiesa non va considerata una teoria etica ulteriore rispetto alle tante già disponibili in letteratura, ma una "grammatica comune" a queste, perché fondata su uno specifico punto di vista, quello del prendersi cura del bene umano. Invero, mentre le diverse teorie etiche pongono il loro fondamento vuoi nella ricerca di regole (come succede nel giusnaturalismo positivistico, secondo cui l'etica viene derivata dalla norma giuridica) vuoi nell'agire (si pensi al neo-contrattualismo rawlsiano o al neo-utilitarismo), la dottrina sociale della Chiesa accoglie come suo punto archimedeo lo "stare con". Il senso dell'etica del bene comune, spiega che per poter comprendere l'azione umana, occorre porsi nella prospettiva della persona che agisce (Veritatis splendor, n. 78) e non nella prospettiva della terza persona (come fa il giusnaturalismo) ovvero dello spettatore imparziale (come Adam Smith aveva suggerito). Infatti il bene morale, essendo una realtà pratica, lo conosce primariamente non chi lo teorizza, ma chi lo pratica:  è lui che sa individuarlo e quindi sceglierlo con certezza ogniqualvolta è in discussione.
Veniamo allora a parlare del principio del dono in economia. Cosa comporta, a livello pratico, l'accoglimento della prospettiva della gratuità entro l'agire economico? Risponde Papa Benedetto XVI che mercato e politica necessitano "di persone aperte al dono reciproco" (Caritas in veritate, nn. 35-39). La conseguenza che discende dal riconoscere al principio di gratuità un posto di primo piano nella vita economica ha a che vedere con la diffusione della cultura e della prassi della reciprocità. Assieme alla democrazia, la reciprocità - definita da Benedetto XVI "l'intima costituzione dell'essere umano" (n. 57) - è valore fondativo di una società. Anzi, si potrebbe anche sostenere che è dalla reciprocità che la regola democratica trae il suo senso ultimo.
In quali "luoghi" la reciprocità è di casa, viene cioè praticata ed alimentata? La famiglia è il primo di tali luoghi:  si pensi ai rapporti tra genitori e figli e tra fratelli e sorelle. Attorno alla propria famiglia si sviluppa quel rapporto donativo tipico della fraternità. Poi c'è la cooperativa, l'impresa sociale e le varie forme di associazioni. Non è forse vero che i rapporti tra i componenti di una famiglia o tra soci di una cooperativa sono rapporti di reciprocità? Oggi sappiamo che il progresso civile ed economico di un Paese dipende basicamente da quanto diffuse tra i suoi cittadini sono le pratiche di reciprocità. C'è oggi un immenso bisogno di cooperazione:  ecco perché abbiamo bisogno di espandere le forme della gratuità e di rafforzare quelle che già esistono. Le società che estirpano dal proprio terreno le radici dell'albero della reciprocità sono destinate al declino, come la storia da tempo ci ha insegnato.
Qual è la funzione propria del dono? Quella di far comprendere che accanto ai beni di giustizia ci sono i beni di gratuità e quindi che non è autenticamente umana quella società nella quale ci si accontenta dei soli beni di giustizia. Il Papa parla della "stupefacente esperienza del dono" (n. 34).
Qual è la differenza? I beni di giustizia sono quelli che nascono da un dovere; i beni di gratuità sono quelli che nascono da una obbligatio. Sono beni cioè che nascono dal riconoscimento che io sono legato ad un altro, che, in un certo senso, è parte costitutiva di me. Ecco perché la logica della gratuità non può essere semplicisticamente ridotta ad una dimensione puramente etica; la gratuità infatti non è una virtù etica. La giustizia, come già Platone insegnava, è una virtù etica, e siamo tutti d'accordo sull'importanza della giustizia, ma la gratuità riguarda piuttosto la dimensione sovra-etica dell'agire umano perché la sua logica è la sovrabbondanza, mentre la logica della giustizia è la logica dell'equivalenza. Ebbene, la Caritas in veritate ci dice che una società per ben funzionare e per progredire ha bisogno che all'interno della prassi economica ci siano soggetti, che capiscano cosa sono i beni di gratuità, che si capisca, in altre parole, che abbiamo bisogno di far rifluire nei circuiti della nostra società il principio di gratuità.
Benedetto XVI invita a restituire il principio del dono alla sfera pubblica. Il dono autentico, affermando il primato della relazione sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato, dell'identità personale sull'utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell'agire umano, ivi compresa l'economia. Il messaggio che la Caritas in veritate ci lascia è quello di pensare la gratuità, e dunque la fraternità, come cifra della condizione umana e quindi di vedere nell'esercizio del dono il presupposto indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune. Senza pratiche estese di dono si potrà anche avere un mercato efficiente ed uno Stato autorevole (e perfino giusto), ma di certo le persone non saranno aiutate a realizzare la gioia di vivere. Perché efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano ad assicurare la felicità delle persone.
La Caritas in veritate si sofferma sulle cause profonde (e non già sulle cause prossime) della crisi ancora in atto. Non è mia intenzione passarle in rassegna e mi limiterò a sintetizzare i tre principali fattori di crisi individuati e presi in esame.
Il primo concerne il mutamento radicale nel rapporto tra finanza e produzione di beni e servizi che si è venuto a consolidare nel corso dell'ultimo trentennio. A partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, diversi Paesi occidentali hanno condizionato le loro promesse in materia pensionistica ad investimenti che dipendevano dalla profittabilità sostenibile dei nuovi strumenti finanziari, esponendo così l'economia reale ai capricci della finanza e generando il bisogno crescente di destinare alla remunerazione dei risparmi in essi investiti quote di valore aggiunto. Le pressioni sulle imprese, derivanti dalle borse e dai fondi di private equity, si sono ripercosse in più direzioni:  sui dirigenti indotti a migliorare continuamente le performance delle loro gestioni allo scopo di ricevere volumi crescenti di stocks options; sui consumatori per convincerli a comprare sempre di più, pur in assenza di potere d'acquisto; sulle imprese dell'economia reale per convincerle ad aumentare il valore per l'azionista. E così è accaduto che la richiesta persistente di risultati finanziari sempre più brillanti si sia ripercossa sull'intero sistema economico, fino a diventare un vero e proprio modello culturale.
Il secondo fattore causale della crisi è la diffusione a livello di cultura popolare dell'ethos dell'efficienza come criterio ultimo di giudizio e di giustificazione della realtà economica. Per un verso, ciò ha finito col legittimare l'avidità - che è la forma più nota e più diffusa di avarizia - come una sorta di virtù civica:  il greed market che sostituisce il free market. Greed is good, greed is right ("l'avidità è buona; l'avidità è giusta"), predicava Gordon Gekko, il protagonista del celebre film del 1987, Wall Street.
Infine, la Caritas in veritate non manca di soffermarsi sulla causa delle cause della crisi:  le specificità della matrice culturale che si è andata consolidando negli ultimi decenni sull'onda, da un lato, del processo di globalizzazione e, dall'altro, dall'avvento della terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie info-telematiche. Un aspetto specifico di tale matrice riguarda l'insoddisfazione, sempre più diffusa, circa il modo di interpretare il principio di libertà. Come è noto, tre sono le dimensioni costitutive della libertà:  l'autonomia, l'immunità, la capacitazione. L'autonomia dice libertà di scelta:  non si è liberi se non si è posti nella condizione di scegliere. L'immunità, invece, dice assenza di coercizione da parte di un qualche agente esterno. È, in buona sostanza, la libertà negativa (ovvero la "libertà da"). La capacitazione, (letteralmente:  capacità di azione) infine, dice capacità di scelta, di conseguire cioè gli obiettivi, almeno in parte o in qualche misura, che il soggetto si pone. Non si è liberi se mai (o almeno in parte) si riesce a realizzare il proprio piano di vita.
Come si può comprendere, la sfida da raccogliere è quella di fare stare insieme tutte e tre le dimensioni della libertà:  è questa la ragione per la quale il paradigma del bene comune appare come una prospettiva quanto mai interessante da esplorare.
Alla luce di quanto precede riusciamo a comprendere perché la crisi finanziaria non può dirsi un evento né inatteso né inspiegabile. Ecco perché, senza nulla togliere agli indispensabili interventi in chiave regolatoria e alle necessarie nuove forme di controllo, non riusciremo ad impedire l'insorgere in futuro di episodi analoghi se non si aggredisce il male alla radice, vale a dire se non si interviene sulla matrice culturale che sorregge il sistema economico. Alle autorità di governo questa crisi lancia un duplice messaggio. In primo luogo, che la critica sacrosanta allo "Stato interventista" in nessun modo può valere a disconoscere il ruolo centrale dello "Stato regolatore". In secondo luogo, che le autorità pubbliche collocate ai diversi livelli di governo devono consentire, anzi favorire, la nascita e il rafforzamento di un mercato finanziario pluralista, un mercato cioè in cui possano operare in condizioni di oggettiva parità soggetti diversi per quanto concerne il fine specifico che essi attribuiscono alla loro attività. Penso alle banche del territorio, alle banche di credito cooperativo, alle banche etiche, ai vari fondi etici. Si tratta di enti che non solamente non propongono ai propri sportelli finanza creativa, ma soprattutto svolgono un ruolo complementare, e dunque equilibratore, rispetto agli agenti della finanza speculativa. Se negli ultimi decenni le autorità finanziarie avessero tolto i tanti vincoli che gravano sui soggetti della finanza alternativa, la crisi odierna non avrebbe avuto la potenza devastatrice che stiamo conoscendo.
Prima di concludere, desidero ringraziare il presidente del Senato della Repubblica Italiana, onorevole Schifani, per avermi consentito di illustrare a questo qualificato uditorio alcuni tratti dell'ultima enciclica di Benedetto XVI.
In qualche modo si tratta oggi come di un ritorno del Santo Padre in questa sede del Senato della Repubblica, ove l'allora cardinale Joseph Ratzinger tenne il 13 maggio 2004 nella Biblioteca del Senato stesso una non dimenticata lectio magistralis sul tema "Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani".
È interessante notare come in quell'intervento, tra l'altro, il futuro Pontefice toccava alcuni temi che ritroviamo oggi nella sua ultima enciclica. Pensiamo, ad esempio, all'affermazione della ragione profonda della dignità della persona e dei suoi diritti:  essi - diceva l'allora cardinale Ratzinger - "non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, "ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore". Questa validità della dignità umana previa ad ogni agire politico e ad ogni decisione politica rinvia ultimamente al Creatore:  solamente Egli può stabilire valori che si fondano sull'essenza dell'uomo e che sono intangibili. Che ci siano valori che non sono manipolabili per nessuno è la vera e propria garanzia della nostra libertà e della grandezza umana; la fede cristiana vede in ciò il mistero del Creatore e della condizione di immagine di Dio che egli ha conferito all'uomo". Nella Caritas in veritate Benedetto XVI ripete che "i diritti umani rischiano di non essere rispettati" quando "vengono privati del loro fondamento trascendente" (n. 56), cioè quando si dimentica che "Dio è il garante del vero sviluppo dell'uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignità" (n. 29).
Ancora, nella lectio magistralis tenuta cinque anni or sono, l'attuale Pontefice ricordava che "un secondo punto in cui appare l'identità europea è il matrimonio e la famiglia. Il matrimonio monogamico, come struttura fondamentale della relazione tra uomo e donna e al tempo stesso come cellula nella formazione della comunità statale, è stato forgiato a partire dalla fede biblica. Esso ha dato all'Europa, a quella occidentale come a quella orientale, il suo volto particolare e la sua particolare umanità, anche e proprio perché la forma di fedeltà e di rinuncia qui delineata dovette sempre nuovamente venir conquistata, con molte fatiche e sofferenze. L'Europa non sarebbe più Europa, se questa cellula fondamentale del suo edificio sociale scomparisse o venisse essenzialmente cambiata". Nella Caritas in veritate questo monito si allarga fino a divenire universale, diremmo globale, e raggiunge tutti responsabili della vita pubblica; così leggiamo, infatti, in essa:  "Diventa (...) una necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della persona. In questa prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità e l'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale" (n. 44).
Certo la Caritas in veritate si rivolge, come si afferma nel suo titolo ufficiale, a tutti i membri della Chiesa cattolica e "a tutti gli uomini di buona volontà". Eppure per i principi che illumina, per i problemi che affronta e per le indicazioni che offre, questo documento pontificio, che ha suscitato tanta attesa, prima, e poi tanta attenzione e tanto apprezzamento, in particolare in ambito sociale, politico ed economico, mi sembra che possa trovare una singolare eco in questa sede istituzionale che è il Senato della Repubblica. Sono convinto che, al di là delle differenze di formazione e di convinzioni personali, coloro che hanno la delicata e onorifica responsabilità di rappresentare il popolo italiano e di esercitare per suo mandato il potere legislativo, possono trovare nelle parole del Papa un'alta e profonda ispirazione nello svolgimento della loro missione, così da rispondere adeguatamente alle sfide etiche, culturali e sociali che oggi ci interpellano e che con grande lucidità e completezza l'enciclica Caritas in veritate ci pone davanti. Il mio augurio è che questo documento del Magistero ecclesiale, che ho cercato di illustrarvi almeno in parte quest'oggi, possa in questa sede trovare l'attenzione che merita e così portare frutti positivi e abbondanti per il bene di ogni persona e di tutta l'umana famiglia, a cominciare dalla cara Nazione italiana.



(©L'Osservatore Romano - 29 luglio 2009)

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venerdì 24 luglio 2009

Vaticano «Caritas in veritate», i bersagli nascosti - MissiOnLine.org


15/07/2009   
Vaticano
«Caritas in veritate», i bersagli nascosti
di Gerolamo Fazzini
Viaggio nell'enciclica di Benedetto XVI a caccia di allusioni e riferimenti non citati ma ben intuibili. Con qualche sorpresa.

Prendetelo come un gioco. Serio, però. Dopo una lettura approfondita, Missionline.org si è avventurato in un'operazione rischiosa ma (ci pare) intellettualmente stimolante. E fors'anche utile: rintracciare i riferimenti ideali, i personaggi della cultura o quelli del mondo cattolico, i temi e le polemiche che - osiamo immaginare - Benedetto XVI cita indirettamente lungo il suo argomentare.

Dietro questo che a qualcuno potrà sembrare un divertissement estivo, c'è il tentativo di collocare il messaggio di Papa Ratzinger nel contesto culturale di oggi, provando a individuare nodi culturali e argomenti di dibattito tutt'altro che ignoti alla Chiesa e al Papa. Del resto, la nostra sensazione, come già abbiamo avuto modo di spiegare, è che forse non tutti quelli che hanno applaudito la "Caritas in veritate" l'abbiano realmente letta integralmente. Ecco il risultato della nostra esplorazione.

No alla "decrescita", sì a "nuovi stili di vita"

In apertura di enciclica il Papa si dice aperto sostenitore dello sviluppo, a patto che sia a misura d'uomo. Dietro le righe è possibile individuare una presa di distanza da quanti - Serge Latouche su tutti - predicano la decrescita ("felice" o "sobria" fin che si vuole) come l'unica alternativa possibile. Il pensatore francese lo ha scritto in diversi saggi in cui lancia affronta i nodi della globalizzazione e le possibili risposte. Secondo Latouche - sociologo dell'economia ed epistemologo delle scienze umane, membro dell'INCAD (International Network for Cultural Alternatives to Development, Montreal) - "bisogna imparare a frenare, a rallentare, all'occorrenza a fermarsi, prima che altri lutti, altri cataclismi, altre guerre ci mettano a nudo di fronte alla nostra stupidità".

Ma la "Caritas in veritate" boccia l'idea che si debba "tornare indietro" sulla strada dello sviluppo. Ecco cosa sostiene il pontefice: "Si assiste all'insorgenza di ideologie che negano in toto l'utilità stessa dello sviluppo, ritenuto radicalmente antiumano e portatore solo di degradazione. si finisce per condannare non solo il modo distorto e ingiusto con cui gli uomini talvolta orientano il progresso, ma le stesse scoperte scientifiche, che, se ben usate, costituiscono invece un'opportunità di crescita per tutti. L'idea di un mondo senza sviluppo esprime sfiducia nell'uomo e in Dio. È, quindi, un grave errore disprezzare le capacità umane di controllare le distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che l'uomo è costitutivamente proteso verso l'"essere di più". Vagheggiare l'utopia di un'umanità tornata all'originario stato di natura [è un modo ] per separare il progresso dalla sua valutazione morale e, quindi, dalla nostra responsabilità". (n. 14).

Questo paragrafo, però, va letto in collegamento col n. 51 laddove il Papa dichiara la società odierna "a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline all'edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano". E aggiunge: "È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, "nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti".

La "società in rete"? Da sola non basta

Al punto 19 dell'enciclica si legge un passaggio illuminante: "La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli". Qui il riferimento "nascosto" potrebbe essere La società in rete (Università Bocconi editore, 2002), un'opera citatissima del sociologo spagnolo Manuel Castells. L'interdipendenza tecnologico-mediatica, sembra dire il Papa, è un dato di fatto, ma da sola non dà all'uomo le ragioni per fondare la solidarietà.

Aggiunge Benedetto XVI: "La ragione, da sola, è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna". (n. 19)

Libertà, uguaglianza e fraternità era anche il motto dell'illuminismo: ma quali sono stati i frutti reali di una Rivoluzione concepita senza Dio? Una ragione che non ammetta l'ipotesi-Dio, fa capire papa Benedetto XVI - schiude la porta alla violenza, nel momento in cui l'altro non è più riconosciuto come fratello.

Sì ai "farmaci generici", timida apertura per Ogm

Chi ancora pensasse che l'enciclica si muove entro gli angusti spazi di gabbie ideologiche, potrebbe essere smentito con due esempi limitati fin che si vuole ma significativi.

Al punto 22 Papa Ratzinger fa felici quanti, specie nel mondo del volontariato e della cooperazione, sostengono il diritto dei Paesi poveri (India, Brasile...) a realizzare farmaci generici, bypassando le multinazionali. "Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario".

Pochi paragrafi dopo, al n. 27, l'enciclica apre invece (seppur - molto cautamente - agli Ogm), laddove afferma che "potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell'ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate". Stavolta non mancherà chi, dalla sponda no-global, mostrerà sorpresa e delusione.

Echi del Nobel Joseph Stiglitz

Uno dei più critici accusatori delle istituzioni finanziarie internazionali è Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia 2001 e già membro del board della Banca mondiale. Ebbene, al paragrafo 25, l'enciclica sembra riecheggiare le forti denunce di Stiglitz (che, fra l'altro, è membro della Pontificia Accademia delle Scienze sociali), quando afferma che "le politiche di bilancio, con i tagli alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle Istituzioni finanziarie internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi; tale impotenza è accresciuta dalla mancanza di protezione efficace da parte delle associazioni dei lavoratori". Echi di Stiglitz (e dei suoi due libri La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi 2005, e La globalizzazione che funziona, Einaudi 2006) sono rintracciabili qua e là nel testo.

"Colonizzazione dell'immaginario": un pericolo

C'è un passaggio dell'enciclica - al n. 26 - che richiama alla memoria Aminata Traorè, ex ministro del Mali, e il suo libro L'immaginario violato, Ponte delle grazie 2002. Leggiamo il Papa: "Il pericolo opposto, che è costituito dall'appiattimento culturale e dall'omologazione dei comportamenti e degli stili di vita. In questo modo viene perduto il significato profondo della cultura delle varie Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali la persona si misura con le domande fondamentali dell'esistenza".

Clicca qui per leggere una recente intervista a Aminata Traorè.

No alle ong umanitarie e abortiste

Fece scalpore, nel 2007, la decisione di una delle più grandi ong a difesa dei diritti umani, Amnesty International, di inserire il "diritto all'aborto" come uno dei "nuovi diritti umani" dell'era attuale. Una decisione che porto diversi esponenti di Chiesa a disdire la propria partecipazione alla benemerita associazione: anche la Comunità di Sant'Egidio, per bocca del suo fondatore Andrea Riccardi, prese le distanze da tale scelta.

E il Papa non lesina critiche a scelte di questo genere. Si legge al n. 28: "Alcune Organizzazioni non governative, poi, operano attivamente per la diffusione dell'aborto, promuovendo talvolta nei Paesi poveri l'adozione della pratica della sterilizzazione, anche su donne inconsapevoli."

Clicca qui per un intervento sul caso Amnesty. L'ultimo caso di tale posizione di Amnesty è di questi giorni in Perù. Clicca qui per approfondire la questione.

Aborto in cambio di aiuti internazionali

Sempre in tema di rispetto della vita, Benedetto XVI denuncia la prassi sempre più in voga di concedere aiuti internazionali da parte degli Stati più ricchi in cambio dell'imposizione legislativa dell'aborto nei Paesi in via di sviluppo. Ancora al punto 28: "Vi è inoltre il fondato sospetto che a volte gli stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati a determinate politiche sanitarie implicanti di fatto l'imposizione di un forte controllo delle nascite".

Di recente è da segnalare il caso del governo svedese che ha deciso di tagliare gli aiuti internazionali verso quei paesi del Sud del mondo che non promuovono politiche abortiste, ad esempio Honduras, Guatemala, Perù.  

Lobbying eutanasiche nel Sud del mondo

Sempre al punto 28 il Papa denuncia la deriva eutanasica in atto in alcune zone del Sud del mondo grazie ad azioni di lobby da parte di organizzazioni che promuovono la legalizzazione della "dolce morte". Il caso più recente è quello del Messico e della Colombia.

Clicca qui per un'interessante carrellata sulla situazione latinoamericana.

Ecco il riferimento del testo dell'enciclica: "Preoccupanti sono altresì tanto le legislazioni che prevedono l'eutanasia quanto le pressioni di gruppi nazionali e internazionali che ne rivendicano il riconoscimento giuridico".

Libertà religiosa e ateismo di Stato

Nel paragrafo 29, dedicato al tema della libertà religiosa, Benedetto XVI stigmatizza "l'ateismo pratico da parte di molti Paesi" che "contrasta con la necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane".

Ma quali sono gli esempi concreti in cui l'ateismo di Stato resta ancora valido? Seppur con sfumature diverse, possiamo citare i casi di Cina, Vietnam, Corea del Nord, Laos, paesi a guida comunista dove vige ancora l'indottrinamento material-marxista.

Clicca qui per visionare il Rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre 2008 sulla libertà religiosa nel mondo.

Plauso all'economia di comunione

Benedetto XVI non la cita direttamente, ma il riferimento all'esperienza dell'economia di comunione - nata all'interno del movimento dei focolari - è chiaro e suffragato dalle indicazioni di principio esposte nel punto 34. Laddove il Papa scrive: "Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità veramente universale: l'unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore. Nell'affrontare questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall'esterno e, dall'altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità".

Clicca qui per conoscere qualcosa in più sull'economia di comunione.

Vade retro, Cassandre no-global

Il pontefice non apprezza le visioni "apocalittiche" del movimento no-global, anche nelle sue versioni "impegnate" di teorizzazione della presenza di un Impero anonimo, totalizzante, fagocitante (Noam Chomsky, per fare un nome).

E lo scrive bene al punto 42: "Nonostante alcune sue dimensioni strutturali che non vanno negate ma nemmeno assolutizzate, «la globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno».  Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti, procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità. Opporvisi ciecamente sarebbe un atteggiamento sbagliato, preconcetto, che finirebbe per ignorare un processo contrassegnato anche da aspetti positivi, con il rischio di perdere una grande occasione di inserirsi nelle molteplici opportunità di sviluppo da esso offerte. I processi di globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi l'intero mondo. Bisogna correggerne le disfunzioni, anche gravi, che introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà o addirittura con una sua accentuazione, come una cattiva gestione della situazione attuale potrebbe farci temere."

Bene Yunus e il microcredito

Il fondatore della Grameen Bank e premio nobel per la pace Mohammud Yunus trova in Benedetto XVI un inedito plauso. Laddove il Papa loda il microcredito come misura economica efficace per causare sviluppo nei Paesi poveri. Sentiamolo al punto 45: "Rispondere alle esigenze morali più profonde della persona ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico. L'economia infatti ha bisogno dell'etica per il suo corretto funzionamento; non di un'etica qualsiasi, bensì di un'etica amica della persona. Oggi si parla molto di etica in campo economico, finanziario, aziendale. Nascono Centri di studio e percorsi formativi di business ethics; si diffonde nel mondo sviluppato il sistema delle certificazioni etiche, sulla scia del movimento di idee nato intorno alla responsabilità sociale dell'impresa. Le banche propongono conti e fondi di investimento cosiddetti «etici». Si sviluppa una «finanza etica», soprattutto mediante il microcredito e, più in generale, la microfinanza. Questi processi suscitano apprezzamento e meritano un ampio sostegno".

Va peraltro ricordato, qui, che in diversi Paesi del Sud del mondo, esperienze di microcredito sono state condotte con successo da missionari assai prima del decollo di Grameen Bank.

Caste e spiritismo, freni allo sviluppo

Non viene citato, ma il Papa fa un chiaro riferimento all'induismo, con la sua visione di una società su scala religiosa determinata in maniera fatalistica. Tale visione dà origine alla pratica delle caste - il sistema sociale basato sulla classificazione religiosa delle persone - che opprime milioni di "intoccabili" nell'India ipertecnologica di oggi. Un problema, quello degli "intoccabili", che sta molto a cuore alla Chiesa indiana. Sentiamo l'Enciclica al n. 55: "Permangono talora retaggi culturali e religiosi che ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche irrispettose della dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a forze occulte. In questi contesti, l'amore e la verità trovano difficoltà ad affermarsi, con danno per l'autentico sviluppo.".

Oltre che all'induismo, l'enciclica potrebbe alludere anche a quei contesti (specie africani), in cui magia e spiritismo esercitano ancora oggi un forte condizionamento sulla persona e a livello sociale. Il Papa dice chiaramente che una "soggezione a forze occulte" mina l'esercizio della libertà, l'amore fatica ad affermarsi e il vero sviluppo viene così bloccato.

La religione fai-da-te frammenta la socialità

Sorprendente un passaggio del paragrafo 55, laddove il Papa sembra prendersela con il New Age: "Il mondo di oggi è attraversato da alcune culture a sfondo religioso, che non impegnano l'uomo alla comunione, ma lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne le attese psicologiche. Anche una certa proliferazione di percorsi religiosi di piccoli gruppi o addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso possono essere fattori di dispersione e di disimpegno. Un possibile effetto negativo del processo di globalizzazione è la tendenza a favorire tale sincretismo, alimentando forme di "religione" che estraniano le persone le une dalle altre anziché farle incontrare e le allontanano dalla realtà".

La religione fai-da-te, conclude Ratinger, non impegnando l'uomo alla comunione di fatto si rivela fattore di disgregazione.

Aiuti allo sviluppo; sì, però...

Cosa dirà l'economista africana, Dambisa Moyo, originaria dello Zambia, formatasi a Oxford, leggendo il passaggio sugli aiuti internazionali allo sviluppo nell'enciclica? La Moyo è autrice di un libro che ha fatto molto discutere, Aid Dead, dedicato a quanto di nocivo nelle società africane causano gli aiuti umanitari.

Sentiamo la Caritas in veritate al n. 58: gli aiuti internazionali allo sviluppo "al di là delle intenzioni dei donatori, possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all'interno del Paese aiutato. Gli aiuti economici, per essere veramente tali, non devono perseguire secondi fini. Devono essere erogati coinvolgendo non solo i governi dei Paesi interessati, ma anche gli attori economici locali e i soggetti della società civile portatori di cultura, comprese le Chiese locali".

Clicca qui per leggere un articolo del Washington Post dedicato a Dambisa Moyo.

Benedetto turismo responsabile

L'enciclica mostra di apprezzare apertamente il turismo responsabile. "Il turismo internazionale, non poche volte, - si legge al paragrafo 61 - è vissuto in modo consumistico ed edonistico, come evasione e con modalità organizzative tipiche dei Paesi di provenienza, così da non favorire un vero incontro tra persone e culture. Bisogna, allora, pensare a un turismo diverso, capace di promuovere una vera conoscenza reciproca, senza togliere spazio al riposo e al sano divertimento: un turismo di questo genere va incrementato, grazie anche ad un più stretto collegamento con le esperienze di cooperazione internazionale e di imprenditoria per lo sviluppo".

Sul sito di AITR (Associazione italiana turismo responsabile) una recente ricerca sul tema. Clicca qui per consularla

Jacques Ellul bocciato

Jacques Ellul è stato un filosofo e storico francese, di confessione protestante, molto versatile nella ricerca e nell'indagine intellettuale. Il suo pensiero si è affermato come una critica risoluta e inesorabile contro la Tecnica, come testimonia il suo libro "Il sistema tecnico" (Jaca Book).

Eppure Benedetto XVI non è così categorico rispetto alla tecnica e anzi la considera qualcosa di "provvidenziale". Vedi il paragrafo 69: "La tecnica permette di dominare la materia, di ridurre i rischi, di risparmiare fatica, di migliorare le condizioni di vita. Essa risponde alla stessa vocazione del lavoro umano: nella tecnica, vista come opera del proprio genio, l'uomo riconosce se stesso e realizza la propria umanità. La tecnica è l'aspetto oggettivo dell'agire umano, la cui origine e ragion d'essere sta nell'elemento soggettivo: l'uomo che opera. Per questo la tecnica non è mai solo tecnica. Essa manifesta l'uomo e le sue aspirazioni allo sviluppo, esprime la tensione dell'animo umano al graduale superamento di certi condizionamenti materiali. La tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di "coltivare e custodire la terra" (cfr Gn 2,15), che Dio ha affidato all'uomo e va orientata a rafforzare quell'alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere".

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L'espresso | Settimo Cielo » Blog Archive » I bersagli non detti della “Caritas in veritate” di Sandro Magister

I bersagli non detti della “Caritas in veritate”

Su MissiOnLine, il giornale on line del Pontificio Istituto Missioni Estere, il direttore Gerolamo Fazzini si è messo in caccia dei “bersagli” non detti della “Caritas in veritate“. Cioè dei personaggi, delle organizzazioni, delle correnti di pensiero ai quali l’enciclica allude senza chiamarli per nome, mostrando di condividerne o di respingerne le tesi.

Di questi bersagli, i segugi di MissiOnLine ne hanno individuati diciassette. E li passano in rassegna in un servizio messo in rete il 15 luglio col titolo: “Caritas in veritate, i bersagli nascosti“.

Ad esempio, quando al paragrafo 14 dell’enciclica Benedetto XVI respinge l’idea che si debba frenare o addirittura arrestare lo sviluppo, il primo dei bocciati è il pensatore francese Serge Latouche, il più celebre dei predicatori della decrescita.

Oppure, là dove il papa denuncia “alcune organizzazioni non governative” che “operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta nei paesi poveri l’adozione della pratica della sterilizzazione, anche su donne inconsapevoli” (n. 28), il pensiero va, tra le altre, ad Amnesty International, e alla sua decisione di inserire il “diritto all’aborto” tra i “nuovi diritti umani” dell’era attuale.

O ancora, quando al n. 42 la “Caritas in veritate” respinge le posizioni di chi si oppone ciecamente e in modo preconcetto alla globalizzazione, tra gli “apocalittici” presi di mira c’è sicuramente Noam Chomsky.

O viceversa, quando l’enciclica approva il microcredito, essa mostra di condividere l’azione del fondatore della Grameen Bank e premio Nobel per la pace Mohammed Yunus.

Un altro riferimento polemico non esplicitato è l’induismo, là dove l’enciclica, al n. 55, scrive che “permangono talora retaggi culturali e religiosi che ingessano la società in caste sociali statiche”.

Insomma, ce n’è per tutti, nel bene e nel male. Un servizio tutto da leggere, questo di MissiOnLine.

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mercoledì 22 luglio 2009

liberainformazione

Roma, 22.07.2009 | di Peppe Ruggiero

Operazione Demeter

L'organizzazione mondiale delle dogane scende in campo contro la "Rifiuti S.p.a"

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Contro la "Rifiuti S.p.a" globalizzata scende in campo l’Organizzazione mondiale delle dogane. Un’operazione senza precedenti. La prima condotta in modo congiunto a livello mondiale per il contrasto al traffico illecito di rifiuti. Interessati le forze di polizia e le amministrazioni doganali di 64 stati tra Europa, Africa e Sud est asiatico. Demeter, il nome in codice dell’operazione  che ha portato al sequestro di oltre 30mila tonnellate  di rifiuti fra plastica, rottami, rifiuti elettronici, pezzi di autovetture e carte da macero. Le attivita' di monitoraggio, sorveglianza, analisi e controllo hanno interessato le rotte dei principali flussi a rischio in partenza dall'Europa e diretti verso il Nord Africa e l'Asia. Un vera e propria organizzazione criminale transazionale aveva messo in piedi un network di import export di scorie sulla rotta dei paesi industrializzati e verso il sud asiatico. Il tutto viaggiava sui migliaia di container, attraverso le maglie larghe dei controlli nei porti. Tra i paesi coinvolti non poteva essere esclusa l’Italia, dove l'operazione ha visto impegnati funzionari doganali, militari della Guardia di Finanza, dell'Arma dei Carabinieri e funzionari delle Aziende regionali protezione ambiente e coordinata dall'Agenzia delle Dogane. I porti italiani interessati dall'operazione sono stati quelli di Genova, Venezia, Napoli e Gioia Tauro, presso i quali sono stati controllati centinaia di container, selezionati sulla base delle analisi effettuate dall'Ufficio Antifrode Centrale dell'Agenzia delle Dogane, e sequestrati piu' di 2.400 tonnellate di rifiuti, fra plastica, rottami e carta da macero.

Denunciati i rappresentanti legali di 13 aziende. Particolarmente significativo il risultato ottenuto presso il porto di Venezia dove sono stati sottoposti a sequestro ben 98 container contenenti rifiuti destinati in Cina. Il successo dell'operazione e' stato favorito da un circuito informativo internazionale e nazionale costantemente aggiornato che ha consentito un'analisi complessiva dei flussi, nonche' dalla sinergia operativa realizzata tra il Servizio Antifrode della Dogana, i reparti della Guardia di Finanza, i Nuclei Operativi Ecologici dell'Arma dei Carabinieri e i funzionari dell'Arpa. Un lavoro quello dell’Agenzia delle dogane di grande efficacia che ha portato in Italia nel corso degli ultimi tre anni al sequestro di oltre 14mila tonnellate di rifiuti negli spazi doganali ed alla comunicazione di 147 notizie di reato.

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lunedì 20 luglio 2009

"SOAP NOTE" - la nota "a puntate" - 1a puntata

IL CONTESTO
ho deciso di tentare questo esperimento della "nota a puntate" (per il quale spero di essere perseverante) perchè, tra questioni politiche, "religiose", esistenziali - che hanno a che fare anche con  il modo col quale usare questo "spazio sociale" su facebook - questi per me, sono giorni di spaesamento, e quindi, di ricerca  di un nuovo senso e di un conseguente "riposizionamento". insomma, sento che il mondo sta cambiando, è cambiato. e questo impone anche a me un mutamento, possibilmente nè opportunistico nè troppo da "acchiappanuvole" com'è mio solito.
tutto questo forma un groviglio nel quale  posso provare a districarmi soltanto un pezzetto alla volta.
mi trovo spaesato, dicevo dianzi. innanzitutto per ragioni oggettive.
che attengono a  vicende e a problemi della società italiana.
e fin qui, niente di particolare.
senza voler scadere nel banale "mal comune...", credo di essere più in folta compagnia di quanto non sembri. 
infatti, benchè ad uno sguardo superficiale, la "mucillagine" sociale (come da definizione del "c.e.n.s.i.s."), sembrerebbe aver deprivato dell'ossigeno la maggior parte delle coscienze, trasformando l'italia in un paese di "cuorcontenti" individualisti e di etica precaria, cionondimeno si avverte, per ora come sottofondo, un brusio, un "mormorio", un "borborigmo sociale", che cresce; che aumenta di volume,  e non solo in senso "acustico".
fatto di malessere, non soltanto economico.
fatto di vuoto.
fatto di crisi, intesa come krysis , "passaggio di stato". nella quale, però,  lo "stato" vecchio è dissolto (o quasi) e lo status nuovo ancora non comincia a prendere corpo. questo iato, tra vecchio e nuovo status
non dovrebbe sussistere: i due "stati" dovrebbero essere immediatamente consecutivi.
e invece non sta andando così. e, in quest'intervallo malato,si può intrufolare, immettere di tutto. ma, per dirla con shakespeare, "non è, nè può nascerne bene!"
se con la fine del cosiddetto "secolo breve", non vi è stata la "fine della storia" preconizzata da francis fukuyama,
è avvenuta, invece, l'implosione del "patto storico" che aveva dato origine alla modernità, portando la storia umana fuori dalle guerre di religione che avevano insanguinato l'europa dopo la riforma protestante e la controriforma "cattolica". sul nuovo paradigma capitalistico che noi definiamo per comodità "globalizzazione", ha finito per infrangersi lo stesso "patto liberale"! con tutti i  suoi principali fondamenti: a) l'astrazione da ogni "petizione" di carattere religioso; b) l'estensione illimitata delle libertà "di" ( fatto salvo il limite rappresentato dall'altrui libertà); c) l'individualismo economico, con il suo corollario di "crescita indefinita".
ebbene, mi si passi la metafora pugilistica, questo "peso massimo" della storia, è andato al tappeto più di una volta;finora, è stato contato ma si è rialzato; è stato salvato dal "gong"; al prossimo "uppercut", o andrà del tutto "ko" o  i "secondi, dall'angolo, getteranno l'asciugamano....(continua) 

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venerdì 17 luglio 2009

Famiglia Cristiana n. 29 del 19-7-2009 - Sono pronta a vendere un rene


LA DISPERAZIONE DI UNA MAMMA CHE NON SA PIÙ COME VIVERE E DARE UN FUTURO AI FIGLI

SONO PRONTA A VENDERE UN RENE

«Una mamma deve essere disposta a tutto. Coi soldi della vendita vorrei risolvere i miei problemi familiari. Ma da sola non so come fare e a chi rivolgermi. Può darmi una mano?».

Sono una mamma calabrese di 54 anni con 2 figli grandi, entrambi disoccupati. Separata dopo appena 2 anni di matrimonio, ho cresciuto i miei figli tra mille stenti e sacrifici. Poi, con l’aiuto di alcuni amici, ho trovato un lavoro (in nero, naturalmente) che mi ha permesso un mutuo e comprare casa. Preciso che, dopo la separazione, con i figli sono tornata a casa dei miei genitori, dove vivono anche 5 fratelli più piccoli di me, una zia non sposata e una delle mie nonne. Tutti in due stanze, senza servizi.

Quando avevo 23 anni, la ditta dove lavoravo ha chiuso, e io ho lasciato i miei figli a mia madre e sono andata a lavorare a Varese per continuare a pagarmi i debiti. Nel frattempo, mi è crollato il mondo addosso: mi hanno pignorato la casa e un quinto dello stipendio. Poi, le cose sono solo peggiorate. Il mio secondo figlio, che stava imparando un mestiere, si è ammalato e ha subìto cinque interventi. Il primogenito si dà da fare come può, ma la Calabria per i giovani è peggio di quello che si crede.

Vorrei tranquillizzarla, non le chiedo nulla. Vorrei solo che, nella discrezione più assoluta, mi aiutasse in questo proposito: voglio vendere un rene a una bella cifra, e coi soldi sistemare i miei problemi e aiutare i miei figli a vivere.

Da sola non saprei a chi rivolgermi, ma poiché sono una sua lettrice da anni, ho trovato il coraggio di confidarmi con lei, per la serietà che avete sempre dimostrato. Io sono disponibilissima, anche subito. Ovviamente, i dettagli li stabiliremmo prima. Le raccomando discrezione assoluta. Una mamma dev’essere disposta a tutto per aiutare i figli e dare loro un avvenire. Attendo un suo cortese riscontro.

Lettera firmata  

A una lettera che trasuda disperazione, dalla prima all’ultima riga, vorrei poter rispondere con qualcosa che non sia un semplice e netto: «No, non si può!». Di fronte alla richiesta di vendere un rene per risolvere i problemi economici, la risposta non può essere che quella.

La compravendita di organi è considerata un reato dalla legge italiana: si possono solo donare gratuitamente. Non in tutte le parti del mondo è così. Ci sono Paesi, geograficamente non molto lontani da noi, nei quali il mercato degli organi non è proibito per legge.

Ma quelli che fanno parte della Comunità europea hanno raggiunto un accordo di base, noto come Convenzione di Oviedo, con il quale si sono impegnati ad armonizzare le proprie legislazioni nazionali. Uno dei punti della Convenzione, che l’Italia ha ratificato con una decisione parlamentare, prevede appunto l’esclusione del commercio degli organi all’interno della Comunità.

Ci possiamo chiedere quale sia il motivo del consenso nel proibire questa pratica, quando in molti altri ambiti che riguardano la bioetica le posizioni sono lungi dall’essere unanimi. La risposta è nella stessa lettera della nostra lettrice. La compravendita degli organi esporrebbe i più fragili allo sfruttamento da parte delle persone con maggiori possibilità economiche. Vendere parti del corpo trapiantabili non è che la versione più aggiornata di un mercato della miseria, che ha sempre prosperato. Un esempio impressionante è il personaggio di Fantine, nel romanzo Imiserabili, di Victor Hugo. La donna, abbandonata dal suo seduttore, per allevare la figlia Cosette vende prima i suoi lunghi capelli biondi, poi i suoi denti incisivi, infine si prostituisce. «La miseria offre, la società accetta», commenta lo scrittore.

All’alba del XX secolo una notizia di cronaca proveniente dal mondo della medicina – la sostituzione del cuore tra due cani – fu l’occasione per un articolo polemico di Antonio Gramsci. Lo intitolò, sinteticamente, "Merce": «Da questo momento il cuore è diventato una merce: può essere scambiato, può essere comprato. Chi vuol cambiare il suo cuore logoro, sofferente di palpitazioni, con un cuore vermiglio di zecca, ma sano, povero, ma che ha sempre onestamente palpitato? Una buona offerta: c’è la famiglia da mantenere, l’avvenire dei figli preoccupa il genitore; si scambi dunque il cuore per non apparire di esserne sprovvisto». Sarebbero passati alcuni decenni prima che la medicina rendesse possibile il trapianto di organi da cadavere o da vivente; ma già qui, fin dall’inizio, Gramsci aveva intuito la deriva possibile: considerare il corpo come merce di scambio. Dopo aver venduto il proprio lavoro, ai più diseredati non sarebbe rimasta altra possibilità che mettere sul mercato parti del proprio corpo.

È questo il senso della legge che proibisce la compravendita degli organi: tracciare una linea non superabile, sottraendo al mercato qualcosa che può essere scambiato, ma non con la logica della domanda e dell’offerta. Anche i medici che si occupano di trapianti la pensano così. La più recente presa di posizione, in questo senso, è la Dichiarazione di Istanbul (maggio 2008), sottoscritta dai partecipanti al summit internazionale sul "turismo del trapianto e sul traffico di organi".

Ricordato il quadro legislativo, mi rendo conto che la risposta alla disperazione della nostra lettrice non può essere solo: "no". La nostra società può proibire la vendita perché conosce altre forme di solidarietà. E là dove non arriva l’organizzazione sociale, può sempre giungere la comunità che si ispira ai valori della fraternità cristiana. Vendere un rene non è una soluzione: ma ciò non vuol dire che non ci siano altre soluzioni che possono e debbono essere cercate.

D.A.

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giovedì 16 luglio 2009

Blog di Beppe Grillo - "Movimento Politico Ostile" - Commenti più votati

15 Luglio 2009

"Movimento Politico Ostile"

"Movimento Politico Ostile"
(1:25)
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  • Di pietro critica il pd
  • Mi dispiace ma io so io e voi ...
  • Io sono ostile al pd!
  • Debora serracchiani su candida ...

La commissione di Garanzia del PD mi ha lanciato una fatwa: "Non e' possibile la registrazione di Beppe Grillo nell'anagrafe del Pd poiche' egli ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al PD. La delibera verra' resa nota sul sito nei prossimi giorni''.
In una sola frase hanno ammesso che:
1. esiste un movimento politico popolare
2. tale movimento è "ostile" al PD
3. se un cittadino può iscriversi o meno al PD (dove D sta per Democratico) lo decide una fantomatica commissione di Garanzia, non lo Statuto
Il "Movimento Politico Ostile" è ostile forse perché il suo programma è alternativo a quello del PDL? Mentre quello del PD è invece uguale a quello del PDL?.
Il PD è ostile alle rinnovabili, ostile al ripristino della votazione diretta del candidato, ostile al Parlamento Pulito, ostile a rifiuti zero, ostile alla diffusione della Rete e al suo accesso gratuito, ostile all'acqua pubblica, ostile a un massimo di due legislature per deputati e senatori, ostile alle inchieste di De Magistris e della Forleo, ostile a tutti i temi trattati nella Carta di Firenze.
Il PD è invece favorevole agli inceneritori, all'indulto di buona memoria, alle concessioni per tre televisioni nazionali regalate da D'Alema e da Violante allo psiconano, all'occupazione del partito da parte di un'oligarchia, all'acqua privatizzata, ai conflitti di interesse, alle centrali nucleari, alla militarizzazione di Vicenza con il raddoppio della base Del Molin, al Lodo Alfano, ai contributi all'editoria, all'occupazione della RAI da parte dei partiti.
Il "Movimento Politico Ostile" è l'esatto contrario del PD a livello di programma, se si può parlare di programma per il PD e non di scelte tattiche di un manipolo di persone in cerca di occupazione. Ricordo, ad esempio, che Fassino e sua moglie hanno accumulato 13 legislature. Quanti milioni di euro ci sono costati e con quali risultati per i cittadini?
Il "Movimento Politico Ostile" è ostile solo nei confronti di una ventina di persone, da Bersani alla Melandri, che si arrogano di rappresentare la volontà di milioni di italiani e disprezzano la società civile che ha partecipato ai Vday e che ha eletto quaranta consiglieri nei Comuni con le Liste a Cinque Stelle.
Il "Movimento Politico Ostile" non è ostile verso chi vota PD, non è ostile all'insegnamento di Berlinguer.
Il "Movimento Politico Ostile" è ostile a un gruppo ristretto di persone che come i maiali nella "Fattoria degli animali" sono animali più uguali degli altri e sfruttano la buona fede e la mancanza di alternative di milioni di cittadini per bene, è ostile a chi mette il ladro Bottino Craxi nel suo Pantheon privato.
Io non sono stato tesserato, non sono degno, non posso candidarmi con un programma a segretario. Lo ha deciso una commissione. Chi ha eletto questa commissione? Chi ne fa parte? Chiedetelo al segretario Giampietro Sestini, mail: giampietrosestini@yahoo.it.
Una domanda a Bersani: "Bassolino inquisito a Napoli come sta? E Carra condannato in via definitiva è un vostro deputato?". Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure

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Blog di Beppe Grillo - Mastella ancora parla!

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"Una diaria di 290 euro! 'Sta miseria. Non ci si sta dentro. Questi non sanno cosa si prende al Parlamento italiano". Chi l'ha detto? Il Mastellone da esportazione, il ceppalonico sempre in piedi. Certo, al Parlamento italiano stipendi e rimborsi sono più decorosi. E ci sono bonus, pensioni anticipate, macchine blu, brioches e gelati. Tutto a spese del contribuente. A Strasburgo Mastella è alla fame. E' un emigrante atipico, con la panza e la valigia piena di torroncini. Oltre alla diaria prende al mese solo 7.666 euro (lordi) di stipendio, 4.402 euro per spese generali e 17.570 euro per l'indennità per gli assistenti. Una miseria. Torna a casa Ceppy!

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martedì 14 luglio 2009

SONDAGGIO: QUASI IL 20% PER BEPPE GRILLO ALLE PRIMARIE DEL PD | Il blog di Luigi Crespi

SONDAGGIO: QUASI IL 20% PER BEPPE GRILLO ALLE PRIMARIE DEL PD

14 Lug 2009

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Un elettore su cinque del Partito Democratico sarebbe pronto a votare Beppe Grillo alle primarie per il segretario. E’ il risultato del sondaggio realizzato da Crespi Ricerche e diffuso in esclusiva da Affaritaliani.it. Il comico genovese raccoglie infatti il 19,8% delle preferenze. Dario Franceschini in prima posizione con il 27,1% seguito da Pierluigi Bersani, al 25,4. Ignazio Marino si ferma al 15,2%. Non so 12,5%. Inoltre, il 33,4% del campione pensa di partecipare alle primarie per eleggere il leader. Non andrà alle urne il 26,8%. Non ha ancora deciso la maggioranza degli elettori, ovvero il 39,8%.

Sondaggio telefonico C.A.T.I. condotto su 600 elettori del Partito Democratico distribuiti su tutto il territorio nazionale. Il sondaggio è stato realizzato il 13 luglio 2009.
Sondaggio primarie PD

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AFFARITALIANI: PER I SONDAGGISTI GRILLO BATTE TUTTI - CRESPI: DA LUI POSSIAMO ASPETTARCI DI TUTTO! - Clandestinoweb: sondaggi politici, elettorali. Il sondaggio politico elettorale che fa opinione

AFFARITALIANI: PER I SONDAGGISTI GRILLO BATTE TUTTI - CRESPI: DA LUI POSSIAMO ASPETTARCI DI TUTTO!

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14 lug. - Fibrillazione nella sinistra italiana e in particolare nel Partito Democratico per l'autocandidatura di Beppe Grillo. C'è chi parla addirittura di una regia studiata a tavolino con Antonio Di Pietro, il leader dell'Italia dei Valori. E mentre i vertici del Pd - outsider esclusi - sbarrano la strada al comico genovese, i sondaggisti si interrogano sulle potenzialità del blogger.
Affaritaliani.it ha sentito diversi pareri. Secondo Renato Mannheimer, presidente dell'istituto Ispo, "c'è un grande seguito per Grillo tra i votanti del Partito Democratico, anche se non necessariamente tra gli iscritti. Se si mette d'impegno e va in giro per l'Italia potrebbe avere buone chance di battere Franceschini, Bersani e Marino alle primarie popolari".
Per Luigi Crespi "possiamo aspettarci di tutto dal comico ligure, perché è difficilmente prevedibile. Il punto chiave e se Grillo sarà in grado o meno di superare l'esame del confronto e del dialogo. Se ci riesce può vincere, farli fuori tutti e mettere a segno il cappotto. E lui è un uomo molto abile. Se invece va avanti con i suoi soliti monologhi non fa molta strada. Comunque potrebbe raccogliere gran parte del voto giovanile e di protesta. E' possibile insomma che ce la faccia. Ma la cosa peggiore per il Pd sarebbe quella di non consentirgli di partecipare, di scappare dal confronto. Questo farebbe perdere credibilità e un sacco di voti ai Democratici. Sarebbe una tragedia per loro. Grillo non è Pannella".
Diversa l'opinione di Maurizio Pessato, amministratore delegato dell'Swg di Trieste: "E' fuori dall'ordine delle cose che possa diventare segretario del Pd. Rimane nell'ordine delle provocazioni".
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Rainews24.it

n questo paese conviene delinquere. No allo scudo fiscale"

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  • L'allarme degli agricoltori
  • Il Tevere rimane un 'sorvegliato speciale'
  • La situazione piu' grave in Calabria
  • Ancora non si vede la luce in fondo al tunnel
  • Il ragazzo era in compagnia di un suo connazionale quando, probabilmente sporgendosi troppo dal parapetto del ponte,
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    "La realtà italiana è di un governo e di un premier che ne approfittano per farsi gli affari loro. I cittadini devono sapere che la bozza per lo scudo fiscale prevede che qualunque criminale può reinvestire i suoi proventi in Italia con una piccola tassa. E' una porcata che serve alla solita lobby dei grandi evasori fiscali che hanno soldi all'estero". Ospite del Caffé di Rainews24 Antonio Di Pietro difende così il suo 'no' alla richiesta del capo dello Stato Giorgio Napolitano di maggior fairplay nella lotta politica. "Il buonismo serve solo a legittimare i comportamenti illeciti. Io non voglio fare Ponzio Pilato".

     
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    Antonio Di Pietro

    Antonio Di Pietro

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    Roma, 14-07-2009

    "La realtà italiana è di un governo e di un premier che ne approfittano per farsi gli affari loro. I cittadini devono sapere che la bozza per lo scudo fiscale prevede che qualunque criminale può reinvestire i suoi proventi in Italia con una piccola tassa. E' una porcata che serve alla solita lobby dei grandi evasori fiscali che hanno soldi all'estero". Ospite del Caffé di Rainews24 Antonio Di Pietro difende così il suo 'no' alla richiesta del capo dello Stato Giorgio Napolitano di maggior fairplay nella lotta politica. "Il buonismo serve solo a legittimare i comportamenti illeciti. Io non voglio fare Ponzio Pilato", dice Di Pietro che denuncia un pacchetto che premierebbe il rientro di capitali con un condono per falso in bilancio, bancarotta. fatture false e reati tributari in genere.

    "Oggi di fronte al ministero dell'Economia c'è uno sciopero dell'agenzia delle Entrate che si è vista tolti gli strumenti per combattere l'evasione... Nel nostro paese conviene delinquere: questo è il terzo condono fiscale in tre anni. e allora: è giusto affidare il paese ai disonesti? Già adesso nessuno vieta di spostare i soldi nell'Ue. Quali sono i soldi che non si possono muovere: quelli spostati illegalmente... Quelli vanno presi e sequestrati". 

    Un italiano su due sotto i 15mila euro l'anno
    "Lo scudo fiscale non va a favore dell'artigiano strozzato dalla crisi: va ai grandi speculatori finanziari internazionali e al gotha imprendiatoriale italiano che ha soldi all'estero nascosti al fisco. Ci sono più barche da 500mila euro in mezzo al mare in questi giorni che contribuenti da 500mila euro".

    "Bisogna fare una scelta di campo: questo governo piduista non fa il bene del paese. Non è vero che l'economia italiana va bene. Le piccole e medie imprese hanno ridotto anche del 50% il loro fatturato e hanno difficoltà ad accedere al credito... Bisogna creare un'alternativa a questo governo. Le scatole cinesi dei general contractor, ad esempio: ma lo sa che l'Alta velocità in Italia costa 5 volte di più che in alltri paesi?" 

    Il caso Grillo
    "Grillo è un cittadino che dice: 'Vorrei energia nucleare, pluralità informativa, l'acqua pubblica'. Perché chi critica Grillo non mette questi punti nel proprio programma? La risposta non può essere chiudere le porte ad una candidatura. Per creare un'alternativa a Berlusconi bisgna costruire un'alleanza: IdV lo ha chiesto a tre candidati alla segreteria Pd, ma no ci hanno risposto. Con chi volete fare un'alleanza?"

    Alleanze
    "Senza l'Udc non si vince? Noi dell'IdV non abbiamo mai fatto una questione di sigle. Dietro alle sigle ci sono persone con le quali si può parlare - Tabacci docet - altre no. Voglio vedere il programma: se non corrisponde, è inutile metterci insieme".

    Dove va l'Idv
    "Dobbiamo aprire un dialogo con il Pd per costruire un programma e un'alleanza. Ma l'IdV è già partita, deve farsi promotore di un'alternativa. Ecco perché abbiamo avviato una fase congressuale importante per individuare le linee programmatiche in base alle quali stabiliremo con chi stare insieme".

    G8, nessun successo
    "Il G8 come riunione di paesi e governi a L'Aquila ha prodotto il nulla: passerelle, vestiti da mostrare... Il morto di fame in Africa resta tale, la difefrenza con il mondo ricco resta. Il G8 ha lasciato l'Aquila con qualche problema in più".  

    "Dobbiamo fare opposizione su cosa fa il governo, io non ho intenzione di entrare nella stanza da letto del premier. Il gossip? Mostra che Berlusconi è un bugiardo. E poi c'è l'uso dell'aereo di Stato per fini privati".

    Lodo Alfano
    "Abbiamo raccolto un milione di firme per il referendum. Il 6 ottobre la Corte Costituzionale deciderà e questa decisione è già inquinata dalla cena del premier imputato con un giudice della Consulta. Questo ha già reso poco credibile la decisione della Corte. Quei giudici si devono dimettere. Il Lodo Alfano legge generale? Non nascondiamoci dietro un dito, la sentenza decide le sorti del Governo". 

     

    Notizie collegate

    IdV non accoglie l'appello del Presidente e attacca il Governo

    Di Pietro declina l'invito di Napolitano alla tregua

    Per trovare fondi per l'Abruzzo, in arrivo una nuova 'porcata fiscale'. In un intervento sul suo blog Antonio Di Pietro denuncia l'esistenza di un emendamento al dl manovra che prevederebbe uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall'estero.

    Duro botta e risposta fra gli ex alleati all'opposizione

    Scontro Di Pietro-Fraceschini sul ddl intercettazioni. Il PdL apre a nuove audizioni

    "Come al solito, Franceschini guarda al dito e non alla luna, criticando chi denuncia lo scandalo e non chi lo commette. Ce lo ricorderemo alle prossime regionali", attacca Di Pietro. Il presidente della commissione Giustizia del Senato Filippo Berselli apre ad una una serie di audizioni sul tema intercettazioni: "Il messaggio di Napolitano sarà ascoltato"

     
     

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