domenica 15 novembre 2009

Crocifisso: quello che gli evangelici non sono riusciti a dire di Paolo Naso

Crocifisso: quello che gli evangelici non sono riusciti a dire

di Paolo Naso

Un coro pressoché unanime di scandalo e sconcerto ha accolto la sentenza della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo secondo cui l'esposizione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica costituisce “una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni”.
Che la sentenza avrebbe fatto discutere era nell'ordine delle cose: quello che stupisce e preoccupa, però, sono stati i toni esasperati e radicalizzati che hanno impedito a chi invece ha apprezzato la sentenza di spiegare le ragioni e il senso della sua opinione. Con un linguaggio molto vigoroso e diretto le gerarchie cattoliche hanno invocato una “reazione generalizzata” (cardinale Bertone) ad una sentenza “surreale” figlia della cultura “laicista” dilagante in Europa (cardinale Bagnasco); sino all'appello diretto ai “credenti” a “non dormire e ad alzare la voce” lanciato da un personalità solitamente moderata come il cardinale Kasper.
In questa occasione, insomma, le gerarchie cattoliche hanno rinunciato ai loro toni classicamente felpati per adottare il linguaggio popolare ed estremo di certa cultura politica che in generale criticano.
Quanto ai politici il quadro è ancora più preoccupante perché sarebbe a loro – a tutti loro, sia di quelli schierati a destra che di quelli schierati a sinistra – che corre l'obbligo di rispettare le istituzioni nazionali ed europee e di promuovere una coscienza civica attenta al principio di laicità ed ai diritti inderogabili delle minoranze. Attesa delusa: con qualche prevedibile eccezione dal PD del neoeletto Bersani alla Nuova Destra dell'ex governatore del Lazio Storace è stato un unico peana celebrativo del crocifisso come simbolo dell'unità nazionale, delle italiche tradizioni e quindi – paradossalmente - del valore della mitezza e del dono di sé.
Prudenti anche gli ebrei (“Da un punto di vista teorico ritengo che gli edifici pubblici come casa di tutti non debbano avere simboli di una fede specifica; tuttavia mi rendo conto che l'applicazione rigorosa di questo principio in Italia potrebbe offendere sensibilità e storie radicate” ha affermato il rabbino capo di Roma, Di Segni) e molto perplessi i musulmani preoccupati di trovarsi impelagati in una “guerra al crocefisso”. Dal Parlamento europeo, in evidente imbarazzo, giunge oggi la proposta di aggiungere altri simboli al crocifisso: suggestione creativa ma più tesa a legittimare il crocifisso senza troppi clamori che ad aggiungere la mezzaluna o menorah sulle pareti scolastiche.
Gli evangelici si sono così ritrovati pressoché soli ad apprezzare la sentenza, non di rado accomunati e intenzionalmente confusi con gli atei, i razionalisti, i relativisti, insomma con quanti attenterebbero all'identità cristiana dell'Italia e dell'Europa.
Personalmente non vedo nulla di male che talvolta, e su alcuni temi, alcuni credenti ed alcuni atei si ritrovino a dire la stessa cosa: fondamentali principi costituzionali e importanti battaglie per i diritti civili si sono affermati proprio grazie all'incontro tra culture diverse. Ma questa volta gli evangelici – più uniti e univoci che su altri temi – hanno cercato di dire qualcosa di diverso proprio a partire dalla loro fede. Sostanzialmente hanno provato ad affermare tre idee.
La prima: la croce di Cristo è un simbolo fondamentale della fede cristiana e non è una bandiera dell'identità occidentale, della democrazia o dell'Unione europea. Da cristiani, in altre parole, hanno affermato che il posto naturale della croce è nelle nostre coscienze e non sulle pareti delle aule; ridurla a simbolo di una religione civile, oltre che paradossale, annulla e ridicolizza il suo significato teologico.
La seconda: come cittadini hanno ribadito che gli spazi pubblici siano appunto “pubblici”, che cioè debbano esprimere l'idea di una comunità civile che non discrimina e non esclude sulla base dell'appartenenza etnica, del genere o della religione.
La terza: come cittadini e come credenti hanno rivendicato il valore del pluralismo di diverse tradizioni culturali e spirituali che hanno tutte il diritto di esprimersi nello spazio pubblico. Non sono cristiani delle catacombe e anche loro vogliono, invece, “gridare dai tetti” la Verità di cui sono testimoni. Ma proprio perché amano la libertà sanno di dover rispettare e tutelare anche quella degli altri. Non è relativismo, è coscienza del valore e della ricchezza del pluralismo proprio di ogni democrazia.
Questo è quello che hanno cercato di dire. E che evidentemente non sono riusciti a comunicare.

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Banalizzare Dio è peggio che nasconderlo di Barbara Spinelli in “il Fatto Quotidiano” del 14 novembre 2009

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A proposito del crocifisso. In gioco non è Gesù, ma la nostra identità di Maria Cristina Bartolomei in “Jesus” n. 12 del dicembre 2009

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Il vero senso della Croce di Valerio Ferrua o.p. in “il nostro tempo” del 15 novembre 2009

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giovedì 12 novembre 2009

Eluana, la verità | L'espresso

Eluana, la verità

di Tommaso Cerno
La giovane aveva subito 'un danno irreversibile'. I risultati della perizia encefalica sgombrano ogni dubbio. E chiudono la porta alle polemiche

Eluana non poteva risvegliarsi. No, sarebbe rimasta per sempre prigioniera nelle tenebre del suo stato vegetativo persistente. La miracolosa ripresa che in molti hanno teorizzato, alla tv e sui giornali, non era possibile. Almeno non per la scienza. Ora si sa. Già quella notte del gennaio 1992, quando sbandò con l'auto sul ghiaccio tornando da una festa fra amici, Eluana subì un "danno irreversibile". Non sono più gli avvocati della famiglia Englaro ad affermarlo. E non sono i medici che l'hanno presa in cura per 17 anni a mostrare diagnosi tutte concordi nel confermare che non ci fossero speranze. Stavolta a dircelo è proprio lei, Eluana Englaro. Con l'unico, tragico messaggio che il suo cervello di ragazza, diventata donna senza saperlo, ha potuto trasmetterci dopo lo schianto. Parla attraverso gli esami encefalici, l'ulteriore indagine disposta a maggio dalla Procura di Udine per sgombrare ogni dubbio sulla morte del 9 febbraio alla clinica La Quiete. Dopo cinque mesi la perizia è pronta. Mette d'accordo tutti: i neurologi incaricati Fabrizio Tagliavini, primario al Carlo Besta di Milano, e Raffaele De Caro, docente all'Università di Padova; i periti di parte, Stefano Pizzolitto e Felice Giangaspero; così come gli esperti della Procura friulana guidati da Carlo Moreschi.

La relazione finale sarà consegnata in questi giorni al procuratore capo Antonio Biancardi. Ma l'ultimo incontro a Padova ha scandagliato tutto: lesioni, atrofie, danni al talamo, al corpo calloso, ai due emisferi. Una miriade di paroloni medico-legali che confermano una semplice e drammatica verità: "I danni neuropatologici osservati sono morfologicamente irreversibili", rivela a 'L'espresso' chi quegli esami li ha condotti e studiati. Vuol dire che quel cervello non poteva guarire. E che Eluana non poteva riemergere dal suo stato vegetale, smentendo così scienziati, giuristi, sacerdoti e onorevoli che giuravano il contrario. Il premier Berlusconi in testa.

È l'ultimo tassello di una storia che ha spaccato l'Italia, infiammato lo scontro fra governo e Quirinale, riaperto la ferita fra laici e cattolici. Un documento che va a sommarsi alle migliaia di altre pagine, già nelle mani dei magistrati. Perizie, diagnosi, cartelle cliniche, richieste di ricovero, verbali del Nas e dell'Asl, che dicono tutti la stessa cosa: Eluana era lì, ma non c'era davvero. Non rispondeva al dolore, non percepiva le presenze attorno. Non aveva caldo, né freddo. Mancava solo una cosa. Rispondere alla domanda più importante: c'era o no una luce in fondo a quel tunnel?

È su questo aspetto che lo scontro è stato più duro. Le accuse piovute su Amato De Monte, l'anestesista che staccò il sondino, furono pesantissime. L'hanno apostrofato come "boia", accusato di "uccidere una persona cosciente, che poteva riaprire gli occhi da un momento all'altro". Quando Beppino andò per l'ultima volta da sua figlia in Friuli, si trovò di fronte uno striscione gigantesco: "Assassino!". Tutto mentre una tenda bianca impediva ai fotografi di profanare la stanza di Eluana. Il neurologo Gianluigi Gigli parlò di "persona dal corpo resistente, che non ha mai avuto bisogno di farmaci particolari". Senza mai averla visitata. E quando le prescrizioni ne elencano a bizzeffe, somministrati per anni: Dintoina, Pantopan, Supradyn, Adalat, Ciproxin, Norvasc. Giuliano Dolce, anche lui medico, vide Eluana a Lecco e spiegò che "alcune funzioni restavano, in particolare la deglutizione". Un'eventualità negata dalle stesse suore misericordine che l'accudirono dal 1994. Berlusconi si spinse a ipotizzare che potesse "generare un figlio, in uno stato vegetativo che potrebbe variare, come diverse volte si è visto". Il ministro Angelino Alfano dichiarò che era "morta per sentenza", perché quella donna in fondo stava bene.

Nulla di tutto questo trova più conferme. Né nel diario clinico degli ultimi giorni trascorsi a Udine o nell'autopsia di febbraio, e neppure adesso negli esami dell'encefalo. Benché non possano trattare le funzioni vitali di Eluana, essendo eseguiti dopo la morte, studiano l'entità dei danni morfologici. E da quelle analisi giunge una seconda, importante conferma. La situazione del cervello era "coerente con lo stato vegetativo persistente". Fin dal primo giorno, dal ricovero in terapia intensiva il 18 gennaio 1992, con la diagnosi di "coma e paraplegia in trauma cranico midollare". Così è stato sempre, anche quando aveva ripreso a respirare senza le macchine. Durante gli anni trascorsi all'istituto Beato Luigi Talamoni, e dopo l'arrivo a Udine, lo scorso 3 febbraio, nella stanza isolata e protetta che avrebbe ospitato il suo ultimo viaggio. Come dicono le carte, era un corpo vuoto. Una prigione, appunto, come ha ripetuto papà Beppino, convinto che sua figlia non avrebbe mai accettato quelle terapie, e pronto a rispettare la promessa che le aveva fatto quando uno dei più cari amici di Eluana finì in un letto di ospedale, con un sondino nello stomaco, immobile come un vegetale: "Papà, promettimi che se capitasse a me, tu mi libererai".

(12 novembre 2009)
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La loggia Opus Dei di Emanuela Provera* in “il Fatto Quotidiano” del 12 novembre 2009

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venerdì 6 novembre 2009

SUL CROCEFISSO IN AULA (e varie) da Incontri di "Fine Settimana" | rassegna stampa

Rassegna stampa

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6 novembre 2009

"Non risulta per niente vero che è consentito vedere nella croce il simbolo della prevalenza dell'amore sul potere, come sostiene un teologo alla moda come Vito Mancuso (la Repubblica di ieri 4 novembre). Tutti i movimenti popolari rivoluzionari animati dal Vangelo che hanno visto nella croce il segno della liberazione storica e non solo della redenzione sacrificale trascendente sono stati repressi spesso nel sangue." "«meno croce e più Vangelo» valeva anche nella scuola di Barbiana da dove don Milani aveva tolto il crocifisso"
"A chi vuole argomentare la difesa del crocifisso col Concordato, non si può non richiamare un immortale aforisma di Carl Schmitt, ripubblicato nel 2005 in Un giurista davanti a se stesso: «Nel Vangelo il Cristo muore per la sua pena; oggi stipulerebbe invece un Concordato con i suoi aguzzini». Ai teologi di corte e (per parafrasare Franz Overbeck) ai «friseur della parrucca teologica» dell'Italia berlusconiana non resta che scegliere tra il Crocifisso e il Concordato.
"Sinceramente non ricordo se nelle aule scolastiche che ho frequentato, tutte di scuole statali, ci fosse o meno il crocifisso.,,,"
"chi sono i cattolici e che cosa sta loro a cuore? (...) Quelli che difendono il crocifisso come simbolo della tradizione occidentale contro gli invasori islamici, o quelli che lo considerano l'esempio di Colui che ha dato la vita per gli altri? Anche per il Pd si pone una domanda: di quali cattolici cercare il consenso? I cattolici credenti e coerenti sono molto più numerosi di quanto si creda, anche se più umili e meno chiassosi...."
"Per gli osservatori di cose ecumeniche, è quasi ovvio vedere divaricarsi sempre più le strade delle due maggiori Chiese del vecchio continente. La Chiesa cattolica di papa Benedetto XVI tratta coi lefebvriani, lancia un'indagine contro la teologia liberal delle suore americane e apre all'ala più tradizionalista della Comunione Anglicana; la chiesa luterana affida a un vescovo donna il compito di ricostruire i ponti, anche verso la Chiesa cattolica, che dieci anni fa sembravano così solidi"

5 novembre 2009

"La sentenza è ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che decidere così... Ma mi dispiace che... ci sia una gara per dire che il crocefisso andrebbe mantenuto perché avrebbe cessato di essere un simbolo religioso, e sarebbe invece "un simbolo della storia e della cultura italiane", "dell'identità italiana"... Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende a lucrare i benefici della religione come religione civile. E io dico la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un'identità, di un nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa... e cessasse di essere la memoria di un Dio che si è fatto uomo... e che "avendo amato i suoi fino alla fine" ha accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a salire su tutti i patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso in vita mia."
"la gerarchia preferisce mettere in secondo piano il carattere religioso di quel simbolo, anteponendone il "valore culturale" o di identità italiana ed europea. Un'operazione che viene duramente contestata dalle altre comunità cristiane... «Grande spazio all'inquietudine dei cattolici - denunciano gli evangelici - nessuna attenzione invece al plauso dei protestanti» per una sentenza che è giudicata positivamente dalla moderatora valdese Maria Bonafede, dalla presidente dell'Unione battista Anna Maffei e dall'Alleanza evangelica italiana."
"So che mi attirerò le ire di tante e di tanti, ma trovo la polemica sul crocefisso inutile, sopra le righe e soprattutto ipocrita... Mi permetto di rilevare che la sottrazione di quel simbolo non sarebbe oggi una vittoria della libertà sulle visioni autoritarie, ma sarebbe interpretato dai più come un protervo gesto di violenza culturale... Strappare il crocefisso da quei muri... significa offendere non Dio, ma l'amore che milioni di italiani hanno nei confronti di questo simbolo di genuina pietas."
"Non ci si rassegna al superamento di una cultura della cristianità. L'ostilità alla sentenza della Corte di Strasburgo è la conseguenza di questo atteggiamento generale... Il crocefisso è un simbolo religioso... Come simbolo (improprio) dell'identità e della cultura nazionale esso viene usato strumentalmente da tutta la destra miscredente (quella degli atei devoti e di quelli che adorano il Dio Po) e da quella cristiana fondamentalista. Il Vaticano e la CEI non riescono ad avere una posizione più equilibrata... anzi, contribuiscono ad alimentare rivendicazioni e acide polemiche."
"Sappiamo di essere controcorrente perché la maturazione della società, della realtà religiosa e della politica sul tema della laicità è un percorso lungo e conflittuale. Ma non siamo affatto soli. "Meno croce e più Vangelo" valeva nella scuola di Barbiana da dove don Milani aveva tolto il crocifisso. Meno croce e più Vangelo valeva per un cattolico come Mario Gozzini, il senatore della legge sulla umanizzazione del carcere"
"Insomma, sgombriamo il cuore e la mente dal cumulo di gravi problemi che ci attanagliano e discutiamo, alla radio, in tivù, su tutti i giornali del tema più urgente, scottante, ammaliante: bisogna staccare il crocefisso dal muro dietro la cattedra oppure no? ... Stacchiamolo e facciamola finita. Abbiamo ben altro per la testa!"
"la sentenza della Corte di Strasburgo, con l'intento di voler tutelare i diritti dell'uomo, finisce per mettere in discussione le radici sulle quali quegli stessi diritti si fondano, disconoscendo l'importanza del ruolo della religione - e in particolare del cristianesimo - nella costruzione dell'identità europea e nell'affermazione della centralità dell'uomo nella società."
"Questo conflitto investe in profondità convinzioni ed emozioni... Va respinta con energia l'accusa che chi... vorrebbe rimuovere dallo spazio pubblico scolastico il segno della fede cristiana è una persona intollerante... Lo stesso vale per l'accusa di rinnegare la tradizione popolare nazionale... Il fondo della contraddizione è toccato dai leghisti che da una parte contestano e sbeffeggiano l'identità nazionale, e dall'altro difendono il crocifisso nelle scuole come simbolo intoccabile di tale identità... La vera novità è non eludere il problema, parlarne in modo responsabile e pacato..."
"Dietro la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo vi è la preoccupazione in sé legittima di tutelare la libertà, in particolare la libertà religiosa dei bambini che potrebbe venir minacciata dalla presenza di un crocifisso nelle aule scolastiche. In realtà vi sono precisi motivi che rivelano l'infondatezza di tale preoccupazione, e mostrano al contrario che dal crocifisso scaturisce uno sprone all'esercizio della libertà in modo giusto e coraggioso."
"Massimo Cacciari è irritato dalle polemiche di questi giorni sui crocifissi nelle scuole. Fosse per lui non andrebbero tolti da nessuna parte. Al contrario «andrebbero piuttosto messi dappertutto, se qualcuno sapesse davvero cosa vuol dire il crocifisso...» «...è un segno di straordinaria accoglienza, di straordinaria donazione di sé»."
"Sulla sentenza della Corte di Strasburgo, che condanna l'Italia a togliere i crocifissi dalle scuole pubbliche, spira aria di rivolta anti europea."
"L'epicentro dello scontro è Abano Terme, dove risiede la famiglia italo-finlandese che con la sua protesta ha causato il pronunciamento di Strasburgo... il sindaco leghista del vicino paese di Cittadella: «Suggerisco al sindaco di Abano di revocare la residenza alla famiglia italo finlandese...». In tutto questo frastuono di minacce e spacconate a difesa dei simboli, stona l'invito di don Antonio, parroco di Abano che indica nello stile di vita e nell'esempio il fondamento del cristianesimo e sintetizza: «Protesta chi il Crocifisso non lo ha dentro». Ma nell'Italia che sembra la Vandea, la sua è una voce che grida nel deserto."
  • In croce di Agostino Paravicini Bagliani in la Repubblica del 5 novembre 2009
"La croce è un simbolo conosciuto da molte civiltà, dalla Cina all'Egitto, dall'Asia all'Africa. Perché è un simbolo dell'asse del mondo... Se nell'arte cristiana la rappresentazione della croce occupa un posto preminente, la sua storia non fu affatto lineare... fu a lungo simbolo di potenza e di gloria e come tale accompagnò l'affermazione storica del Cristianesimo a Roma... diventerà anche l'elemento centrale della rappresentazione iconografica dell'opposizione... tra la chiesa cristiana e il giudaismo... servì anche ad accompagnare la riconquista della Spagna araba, le crociate e ben altre lotte anche di natura politica... Il segno della croce fu però anche usato per superstizione..."
"Il Berliner Mauer è caduto proprio vent'anni fa, esattamente il 9 novembre del 1989... È sempre singolare costatare come la considerazione degli avvenimenti cambi nel tempo... La mia generazione si era talmente abituata all'Europa divisa in blocchi... Aver vissuto la parabola del Novecento, con le sue crudeltà e i suoi paradossi, rendeva, tutto sommato, abbastanza naturale tollerare la contraddizione di quella barriera nel cuore della Germania e al centro dell'Europa..."

4 novembre 2009

"le aspettative dei cattolici americani dalla presidenza Obama sono quanto mai esigenti e divergenti. Ma le fratture non sono solo interne alla chiesa americana. La rapida successione tra il "caso Notre Dame" e la visita resa da Obama a Benedetto XVI il 10 luglio ha anche mostrato alcune fratture tra le posizioni del Vaticano da un lato e dei vescovi americani dall'altro."
"il crocifisso è un simbolo universale, non confessionale. Gli spiriti veramente grandi l'hanno sempre compreso: se non tutti credono in Gesù come Cristo, nell'umanità sofferente dell'uomo Gesù, appeso alla croce e che accetta il supplizio, dobbiamo se non credere, almeno avere tutti un profondo rispetto, se non vogliamo ridurre la convivenza tra gli uomini a un mero gioco di forze anonime e crudeli."
"Da tempo l'Italia pseudo-religiosa della cattiva coscienza, per sfuggire alla questione della laicità delle istituzioni, si è inventata la spiegazione che il crocifisso sia soltanto un simbolo della tradizione italiana, "espressione del suo patrimonio storico e ideale, un incoraggiamento alla bontà e a valori di umanità condivisibili da credenti e non credenti. Non è così...."
"Da antropologa mi è stato possibile constatare che i crocifissi sono quasi del tutto spariti dalle abitazioni" "Sono due chiavi molto diverse, quella del privato e quella del pubblico e quella del pubblico si afferma attraverso atti che sono essenzialmente di natura politica." "mi sembra che chi parla di radici cristiane intenda sotto sotto e in modo mascherato dire radici cattoliche"
  • Croce via di Dario Fo in il manifesto del 4 novembre 2009
"...Scandalizza enormemente i cattolici apostolici romani. Ma non i cristiani. Perché ci sono anche i cristiani non apostolici romani che non fanno del predominio del simbolo della croce il loro valore essenziale"
"Dar la caccia ai simboli vuol solo dire ripetere l'esperienza francese (quella che Sarkozy cerca di curare cucendo un «positiva » sulla livrea della laicità) che proibì l'uso del hijab alle scolare, trascinando per equità il divieto d'ostentare il crocifisso per cristiani e cristiane o di portare la kippah per i maschi ebrei. Un atto che suonò odioso così come suona odioso quello di «togliere» il crocifisso là dove sta da decenni senza danni e, a giudicare dall'odio per l'altro e dal disprezzo del povero che ci bagna le caviglie, senza frutti visibili."
"ieri la Corte di Strasburgo ha messo nero su bianco un elenco di ovvietà. Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non politico o sportivo. Secondo: questo simbolo identifica una precisa religione, una soltanto. Terzo: dunque la sua esposizione obbligatoria nelle scuole fa violenza a chi coltiva una diversa fede, o altrimenti a chi non ne ha nessuna. Quarto: la supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende a propria volta la libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche... Ma nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole... Quest'obbligo si conserva viceversa in regolamenti e circolari risalenti agli Anni Venti..."
"Questa sentenza ci porta verso un'Europa più ricca, verso un'Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all'educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale"
"«La laicità è legittima, viviamo in una società pluralista nella quale convivono diverse fedi e idee, dobbiamo avere tolleranza e rispetto verso gli altri. Questa decisione, tuttavia, è molto strana, non esprime laicità ma ideologia... voler togliere il crocifisso è intollerante». Non c'è anche una responsabilità di chi ha stravolto e usato la Croce come un segno «contro» gli altri? «È vero, spesso nella storia è stata usata in questo modo. Ma non credo che oggi nessuno possa intenderla così. No, ciò che resta dopo aver tolto i simboli è il vuoto.»"
"«Il crocifisso è il segno di un Dio che ama l'uomo fino a dare la sua vita per lui. E' un Dio che ci educa all'amore, alla attenzione per ogni uomo, specialmente il più debole ed indifeso, e al rispetto verso gli altri, anche verso coloro i quali appartengono a culture o religioni diverse. Come non condividere un simbolo così pieno di senso e di significato che ogni uomo di buona volontà in coscienza non può non capire e accettare?»."
"il prossimo anno Benedetto XVI convocherà in Vaticano un grande meeting internazionale di politici cattolici col dichiarato scopo di rilanciare le istanze care alla Chiesa nelle programmazioni politico-amministrative (famiglia, difesa della vita, radici cristiane, scuola, bioetica)... episodi come la sentenza contro il crocifisso nelle scuole pubbliche italiane sono destinati... a dare una ulteriore accelerata organizzativa all'evento."
"Alla base [delle ricerche di Claude Lévi-Strauss]... c'è un continuo ed estenuante interrogarsi sul senso e sul destino della civiltà occidentale, delle sue credenze e dei suoi valori, tutti imperniati su quell'orgoglio eurocentrico incapace di percepire e di comprendere l'esistenza dell'Altro, non semplicemente teorizzata a livello filosofico, ma toccata concretamente con mano nella forma di altri popoli, altre culture, altre civiltà."
"«Questa crisi sta colpendo con violenza, ma dobbiamo pure considerare attentamente quanto più disastroso avrebbe potuto esserne l'effetto se tante persone non avessero agito in modo retto». Così ieri sera il cardinale Dionigi Tettamanzi ha concluso le riflessioni sull'enciclica «Caritas in veritate»"... Franco Debenedetti: "«Nell'enciclica manca una corretta comprensione del mercato». «Attribuire la crisi al mancato rispetto di valori etici e pretendere che rispettarli la eviti in futuro significa offrire l'illusione di una falsa medicina»."
"L'archivio di Julien Ries, il più grande studioso delle religioni vivente, professore emerito all'Università di Lovanio, è stato donato alla Cattolica di Milano... al nome di Ries è legata la nascita di una nuova disciplina: l'antropologia del sacro (o antropologia simbolica)... In queste sue carte, che invano la Sorbona, Oxford, Cambridge, la stessa Lovanio e le massime università americane hanno cercato di avere, vi sono carteggi inediti con Eliade, Dumézil, Girard, De Lubac, tanto per citarne alcuni."
Francia "I vescovi riceveranno Jacques Barrot, vice presidente della Commissione europea, per parlare delle politiche migratorie. Nel corso della settimana lavoreranno sulla visibilità della Chiesa, sul posto dei laici nell'istituzione e sul riordino delle parrocchie."
All'apertura dell'Assemblea plenaria d'autunno dei vescovi francesi, il presidente della Conferenza episcopale francese ha evocato ieri le conseguenze tragiche della crisi economica e invitato il governo a rispettare i diritti degli immigrati. "Con tale discorso, il cardinal Vingt-Trois pone a suo modo il problema della visibilità della Chiesa cattolica in Francia" E a proposito del dibattito sull'identità nazionale, un vescovo spiegava: "Non c'è identità senza relazione, senza apertura all'altro, mentre oggi ciascuno ha la tendenza a intendere l'identità come una chiusura - del resto succede anche all'interno della Chiesa."
Estratti del discorso del cardinale, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, per l'apertura dell'Assemblea plenaria d'autunno a Lourdes.
"Secondo un rapporto della commissione del gruppo di studio dell'Assemblée Nationale (Camera dei deputati francese) sulle relazioni con la Santa Sede, pubblicato lunedì, la Francia conserva "dei legami stretti" con il Vaticano, ed una "vicinanza" su certi problemi, ma la sua influenza sarebbe "in netta diminuzione"."

3 novembre 2009

don Gino Rigoldi: “Mi hanno chiamato spesso cattocomunista o cappellano rosso” “ma è inutile rispondere, lo fanno per isolarti. Capisco bene lo sfogo di monsignor Bottoni, ma penso che l’unica cosa da fare sia continuare nella propria opera, senza polemizzare con chi non aspetta altro”
Ecco il testo integrale del discorso tenuto da mons. Bottoni il 1 novembre a Milano. “La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato.” “Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose.” “Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso.” “ dinanzi alla storia - e, per chi crede, dinanzi a Dio - avete la responsabilità di fermare l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali”
«Stiamo assistendo a una morte lenta e indolore della democrazia. Un’eutanasia della Repubblica nata dall’antifascismo». Dai duecento ex partigiani riuniti al Cimitero Maggiore di Milano per il ricordo dei Martiri della Resistenza scatta l’applauso più lungo. Dal palco sta parlando un monsignore. È Gianfranco Bottoni, responsabile per la Curia milanese dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso
Sulla bella rivista "koinonia" un intervento sul tema del laici nella chiesa. "io credo che la grandezza del Concilio sia stata soprattutto quella di aver riportato la Chiesa non solo alle sue origini, ma alla continuità della sua verità. Gli “ordini”, infatti, per definizione si sclerotizzano e si consolidano in tradizioni che coprono realmente un “potere”. Per questo credo anche che tra i peccati di omissione ci sia da collocare, per i laici, il mancato riconoscimento della propria funzione."
“basta viaggiare dentro la Chiesa cattolica per rendersi conto che chi chiama tradizione la nostalgia per l’anticaglia e restaurazione ciò che costa, parla di sé e non della realtà: in quella ci accompagna ora Lo scisma , il dotto reportage di Riccardo Chiaberge, in uscita per Longanesi”
“parroco rimosso, matrimonio nullo. Nullo, forse, per le leggi della Chiesa. Infatti, come lo stesso don Santoro aveva ricordato rivolgendosi a Sandra e Fortunato durante l’omelia, nessun provvedimento della Curia avrebbe potuto cambiare la realtà, perché “voi siete una coppia di credenti che vive nella Chiesa il suo essere coppia e questo il Dio della Vita benedice e accarezza”

2 novembre 2009

"Era una scommessa: organizzare nella capitale dell'Alsazia per tre giorni una specie di Kirchentag alla francese, tipo i grandi raduni di Chiese dei protestanti tedeschi. Il primo "Protestants en fête"... è stato un successo. Circa 15 000 credenti, venuti da tutta la Francia e appartenenti a tutte le sensibilità protestanti (luterani, riformati, evangelici) hanno risposto all'invito."
""Protestants en fête", primo raduno della galassia protestante francese... ha visto affluire più di 10000 fedeli a Strasburgo questo fine settimana. Da place Kléber alla palestra Jean-Sturm, il "Villaggio delle solidarietà" ha riunito 35 associazioni, da quelle più "missionarie" a quelle più "umanitarie", segni dell'impegno storico e multiforme dei protestanti nella società."
Francia, protestantesimo. "Pastore nella Drôme per sette anni, confrontato con un protestantesimo rurale "agonizzante", poi, dal 2001, in una parrocchia del centro di Lione, il temple du Change, [Samuel Amédro] riconosce di essere debitore di questo dinamismo missionario agli incontri da lui avuti in ambiente evangelico. Gli avventisti e i membri della Chiese del risveglio, con cui ha collaborato quando era presidente della Commissione giovani, e la comunità congolese della sua parrocchia attuale lo hanno smosso... "una volta superato il disorientamento!", precisa.
Francia, dibattito sull'identità nazionale "Con l'islam oggi si assiste allo stesso fenomeno che con il cattolicesimo nel XIX secolo. Quest'ultimo ha combattuto a lungo prima di assumere la propria autonomia rispetto alla sfera politica. È stato necessario un secolo perché la Chiesa accettasse la separazione dallo Stato. Oggi, i musulmani europei fanno una distinzione chiara tra la sfera religiosa e la sfera della cittadinanza, anche se questo assume forme diverse a seconda delle correnti, liberali, laiche o fondamentaliste."
«Umiliato, profondamente umiliato, devastato da questa umiliazione. Ma obbedirò al vescovo. Perché lo faccio? Non lo so neppure io, forse per l’amore smisurato che ho per la mia gente. Preferisco farmi da parte piuttosto che trascinare con me quindici anni di storia con voi contro un gigante invincibile»
“«Uno dei pochi bravi santi, Ireneo di Lione, diceva che "la gloria di Dio è l´uomo vivente", oggi la gloria di Dio è la raccolta dei vostri visi»”
«Posso ancora celebrare messa ma non ho più un popolo: è di questo che sono stato privato» afferma il parroco nella messa di ieri
“ mi chiedo come si possa non rimanere esterrefatti di fronte ad un presidente del consiglio che dà vita ad una scena così. Qui non c´entrano la vita privata, le vicende personali, sulle quali non direi mai nulla. Non è un fatto moralmente grave, è semplicemente un´indecenza” “«Un po´ sì. "Vendere il mantello e acquistare una spada", dice il Vangelo (Luca, 22, 36)»
"Don De Luca è stato un protagonista del dialogo tra cultura religiosa e laica, non esitando ad avventurarsi anche nel terreno della politica, ove gli scontri allora erano, sì, aspri ma di alto tenore ideale. Quel sacerdote era, però, soprattutto un eccezionale studioso di fenomeni culturali, uno dei quali era l'ambito della religiosità popolare e colta, un campo scarsamente dissodato... l'"Archivio italiano per la storia della pietà" ... ha continuato a vivere anche dopo la sua morte e... è giunto ora al suo ventesimo volume... Le pagine... si allargano a orizzonti... ampi dai quali vengono fatte emergere... figure emblematiche."
"La prossima settimana esce il nuovo libro dello storico gesuita Giovanni Sale, Le leggi razziali in Italia e il Vaticano (Jaca book, Milano, pagg. 320, € 28,00), con un'ampia raccolta di documenti inediti e un saggio introduttivo di Emma Fattorini, che qui in parte anticipiamo."
"Firpo e Biferali associano le rispettive competenze per ricostruire i dilemmi della vita religiosa italiana attraverso l'arte pontificia, passando in rassegna le opere più significative che i papi abbiano commissionato a Roma durante i decenni centrali del Cinquecento... Nell'impossibilità di rendere conto di tutto ciò, noi ci limiteremo a due ritratti di papi, e a due barbe."
La barca di Pietro salvata da Cristo nella tempesta è un tema ricorrente nell'arte della Controriforma. "Dopo una lunghissima crisi morale, religiosa e politica, la Chiesa tornava a presentarsi come mater et magistra, come credibile e necessario veicolo di salvezza, come centro propulsore di un cattolicesimo privo di incertezze, fondato su una «absolutist ideology» e sul retto sentire di cui si nutriva, proteso alla conquista dei nuovi mondi e alla riconquista della vecchia Europa, sulle cui sanguinose frontiere confessionali si accingeva a combattere con rinnovato orgoglio le sue battaglie apologetiche e controversistiche."

1 novembre 2009

"Lei, carissimo cardinale Martini, ha un amplissimo mantello di compassione, di passione per gli altri. Col suo mantello ricopre anche me talvolta come il mio può ricoprire anche lei. Per questo la Nera Signora non ci spaventa. È per questo sia lei che io sentiamo nel cuore il messaggio che incita all'amore del prossimo. A lei lo invia il suo Dio e il Cristo che si è incarnato; a me lo manda Gesù, nato a Nazareth o non importa dove, uomo tra gli uomini, nel quale l'amore prevalse sul potere."
"Se ad allungarci la vita nell'ultimo secolo e mezzo sono stati igiene, riduzione delle malattie infantili e progressi della medicina, ad accorciarcela in futuro potrebbe essere l'obesità. Nella nebbia del perché un uomo invecchia e muore, i ricercatori infatti sono riusciti ad afferrare un nesso d'acciaio: quello che lega cibo e vita... Alimentazione e consumo energetico si abbracciano a un livello molto più profondo, influenzando la velocità del metabolismo e forse il ritmo del logorio del corpo."
"Non ci sono dubbi che vivere a lungo sia bello, ma non è il vivere a lungo a definire l'essere uomo, bensì la libertà. Il vero uomo è l'uomo libero, libero anche da se stesso e dai suoi interessi immediati, e che per questo è in grado di spendersi a favore del bene e della giustizia, senza temere, quando è il caso, di rischiare per questo la vita fisica... Rosario Livatino... Dietrich Bonhoeffer... Etty Hillesum... sono solo tre esempi di uomini che hanno raggiunto la pienezza della vita nell'impegno per il bene e la giustizia, protagonisti di una vita molto più ricca di chi semplicemente mira a rimanere qui il più a lungo possibile."
“La festa di tutti i santi è un memoriale dell’autunno glorioso della chiesa, è la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore dell’uomo. Se non ci fossero i santi, se non credessimo la comunione dei santi, saremmo davvero chiusi in una solitudine disperata e disperante… In questo giorno noi dovremmo cantare: «Non siamo soli, siamo una comunione vivente!»”
"Le cifre delle statistiche sono certamente discutibili, ma è innegabile che all’interno della chiesa si stia diffondendo un certo dissenso, proprio fra i cattolici più convinti."
“In entrambe le vicende c’è una Chiesa fatta di relazioni umane, di accoglienza, di non discriminazione, di tolleranza; e c’è una Chiesa severa, gerarchica, dottrinale e autoritaria. Quest’ultima mostra i tratti della più cupa omofobia. Fino – e, si badi!, non è davvero un cavillo - a rifiutare la possibilità di matrimonio a una signora che per la legge italiana non è un omosessuale, non è un “trans”: è una donna.”
"Abbiamo il cuore pieno di speranza, pensiamo che sia il momento. Vediamo ogni giorno delle persone alzarsi in piedi e sperare con noi. Non aspettano che siano altri a far muovere le cose. Si alzano loro per farlo. Ce lo dicono senza sosta; la loro passione, è che il Vangelo sia annunciato. Non vi chiediamo quasi niente... ma un po' più del beneficio del dubbio... un po' più della giurisprudenza Gamaliel: "se la loro opera viene dagli uomini, si distruggerà da sola; ma se veramente viene da Dio, non riuscirete a distruggerla". Vi chiediamo la vostra benevolenza, in fondo, la vostra benedizione. Non uccidente sul nascere ciò che chiede di crescere, sono tenere e fragili le opere che cominciano, hanno bisogno degli altri, hanno bisogno di tutti."
"Con le sue case risistemate, le sue botteghe artigiane animate da curdi, eritrei, somali, Riace è diventata un modello di accoglienza dei rifugiati e di sviluppo del territorio. Un modello che funziona e proprio per questo infastidisce. Nel tempo non sono infatti mancati gli avvertimenti, le intimidazioni anche pesanti contro un'esperienza forte, che nel suo crescere testimonia non solo che cambiare si può, ma che l'impegno di tutti sa produrre libertà e futuro."
Attuale processo di occultamento di esorcizzazione e di dimenticanza della morte, insieme celata e spettacolarizzata. “Quando rinnoviamo l’amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale, mentre essere immemori dei morti e sgomenti di fronte alla propria morte significa non essere realmente e autenticamente persone vive. L’amore ci fa sentire nemica la morte, ma l’amore per chi è morto ci può parlare della vita.”

31 ottobre 2009

"La teologia africana ha una storia ancora giovane... L'indomani del Vaticano II, si sviluppa una corrente attorno ad una "teologia africana della liberazione", che denuncia l'emarginazione del continente nero e la sua oppressione... I teologi del continente... tentano di metterle [le difficoltà] a beneficio di un lavoro intellettuale che non si limiti alle parole. "Vivendo giorno per giorno la sofferenza dell'Africa, abbiamo uno sguardo teologico diverso rispetto a quello dell'Occidente."... Il sinodo per l'Africa appena terminato dà loro un nuovo slancio, anche se certi teologi promettenti... non sono stati invitati al banco degli esperti a Roma."
"Non lasciamo crollare - per nostra indifferenza, nostri pregiudizi e nostra colpa - il fragile edificio di comprensione e di stima costruito dopo la Shoah. Le nostre radici sono anteriori alla nostra divisione in due alleanze diverse, necessarie entrambe a far vivere la santità nel mondo.
Il nostro dialogo deve servire da paradigma a tutti gli altri dialoghi religiosi e perfino politici."
"Ai cristiani, occorrerebbe la libertà che offre il Vangelo per prendere decisioni in maniera conseguente e, se esercitano un'azione politica a qualsiasi livello, per manifestare la loro determinazione fino all'interno delle correnti e delle formazioni che hanno la loro preferenza. "Il Vangelo non è neutro", si è detto. Non è attraverso un raggruppamento qualsiasi tra cristiani nella vita pubblica, ma attraverso la qualità della nostra presenza in mezzo a tutti, che il Vangelo mostrerà la sua fecondità."
"Alla guida di Avvenire dovrebbe essere confermato l'attuale vicedirettore... Si è lavorato a lungo per definire il profilo dei possibili candidati. Si è riflettuto sulla strategia di comunicazione più efficace per i media cattolici. Sinergie comprese... Chi deciderà sul rapporto con la politica e le istituzioni, compreso Palazzo Chigi? "Avvenire" deve essere la voce dell'intero mondo cattolico o puntare al "giornale-partito" che marca l'identità cattolica nella società? Sono i nodi del "dopo Ruini". Le posizioni sono diverse anche nell'episcopato. Se ne avrà la misura nella prossima assemblea generale."
"la storia e molte aspre cronache di questi mesi sembrano allontanarci da questa idea di laicità costitutiva del comune tessuto democratico, dando spazio quasi esclusivo all'antica laicità oppositiva, ad una contrapposizione radicale tra laici e cattolici. Da questa situazione si può uscire se, nel confronto pubblico, nessuno si pretende portatore di verità, di valori «non negoziabili»... se vogliamo usare ancora lo schema laici/cattolici, guardiamo alla grande ricchezza del mondo cattolico, le cui posizioni spesso divergono da quelle delle gerarchie vaticane, e anche alle debolezze di un mondo laico troppe volte incapace di comprendere che la difesa di alcune posizioni coincide con le ragioni stesse della democrazia."
"Mi pare che si possa parlare in due modi della preghiera dell'anziano. Si può considerare l'anziano nella sua crescente debolezza e fragilità, secondo la descrizione metaforica (ed elegante) del Qohèlet... Ma la preghiera dell'anziano potrebbe anche essere considerata la preghiera di qualcuno che ha raggiunto una certa sintesi interiore tra messaggio cristiano e vita, tra fede e quotidianità... Mi pare che possano emergere tre aspetti: un'insistenza sulla preghiera di ringraziamento; uno sguardo di carattere sintetico sulla propria vita ed esperienza; infine una forma di preghiera più contemplativa e affettiva, una prevalenza della preghiera vocale sulla preghiera mentale."
"«beati coloro che riescono a leggere il proprio vissuto come un dono di Dio», cioè come dotato di senso, di logicità, di sincerità, di rettitudine. Pregare è pensare al senso della vita, scriveva Wittgenstein; pregare è pensare con riconoscenza e con gioia alla storia della propria vita, aggiunge il cardinal Martini. Felice quindi chi ha lavorato su di sé per essere in grado di coltivare questi sentimenti, essendo diventato così libero dal proprio ego da poter dire grazie alla vita anche al cospetto della fine cui il proprio ego inevitabilmente va incontro."

30 ottobre 2009

"C'è una diversità strutturale che risale al XVI secolo! Solo che oggi tale diversità diventa più visibile attraverso un polo luterano-riformato e un mondo evangelico-pentecostale anch'esso molto diversificato. Piuttosto che di frammentazione, parlerei di un'identità protestante plurale, evidentemente non esente da tensioni e da conflitti."
  • Giustificazione senza papa di Fulvio Ferrario in Riforma n. 41 del 30 ottobre 2009 (settimanale delle chiese battiste, metodiste e valdesi)
Tempi bui per l' ecumenismo; il punto di vista dei protestanti italiani. L’accettazione della dottrina biblica della giustificazione per grazia mediante la fede non ha avuto conseguenze ecclesiologiche, tutto è come prima, anzi un po’ peggio: “poche settimane dopo Augusta, Roma ha solennemente bandito una bolla sulle indulgenze, in occasione del giubileo. Lo stupore, a mio parere, era fuori luogo. Cristo elargisce la grazia e il papa l’amministra: semplificando un po’, il nucleo della teologia romana è questo e dunque c’è poco da stracciarsi le vesti....” “ Non credo però che dobbiamo preoccuparci di quello che pensa Roma, bensì di noi stessi”
"«Ho detto sì, ho dato il curriculum al mio amico: funzionava e così mi sono presentato. Ma il proprietario, come mi ha visto, ha cominciato a dire "Mi spiace, non abbiamo più bisogno". E così via... Forse, visto che il mio nome è arabo, avevano pensato che fossi marocchino: una gradazione di colore ancora accettabile...»... «In Francia ero un essere umano come i bianchi, con cuore e sentimenti uguali. Qui la gente ti offende senza motivo.»"
"Per il momento, occorre precisare, gli scienziati della Stanford University autori della ricerca non hanno alcuna intenzione di "giocare a fare Dio" e concepire neonati sui vetrini di un laboratorio utilizzando cellule geneticamente modificate. L'obiettivo dichiarato della dottoressa Renee Rejio Pera, che ha guidato la ricerca, è semplicemente quello di capire come crescono spermatozoi ed ovociti, e quindi migliorare le tecniche per curare l'infertilità."
"«Questo primo successo è molto significativo... E' la strada per consentire di avere figli a donne in menopausa precoce o uomini, per esempio, castrati da cure antitumorali... La Chiesa condanna certamente questa tecnica in quanto usa cellule embrionali. Ma condannerà anche l'uso di cellule mature... perché si offende la dignità della procreazione, nella mancata coincidenza tra vita sessuale e riproduzione»."
"«Bisogna distinguere la scienza (che fa ricerca e va lasciata libera) dalla tecnologia, cioè dalle applicazioni su cui ragionare in base a codici etici e criteri di convenienza politica... La Chiesa ha messo la vita al centro a scapito di altre questioni e ha diritto di farsi sentire. Il problema sono i politici che senza crederci si mettono in mezzo per scopi elettorali svilendo la religione... lo Stato deve garantire l'interesse generale senza imporre ai cittadini di altra fede precetti che diventano legge»."
"«Da quelle cellule germinali non potrà mai nascere un bambino... La natura ha impiegato 400 milioni di anni a rendere efficiente la riproduzione sessuale, evidentemente le cose non sono così semplici»... «Lo studio di Stanford è uno studio di genetica. Molti casi di infertilità hanno origine nei geni... Solo così potremmo fare diagnosi precise ed eventualmente trovare delle cure»."
"«Purtroppo è un crinale pericoloso. Abbiamo già visto quante discutibili tecniche sono state già varate per far fronte all'infertilità come uteri in prestito o scambi di ovuli... È una strada pericolosa invisa agli stessi scienziati»"
"I vescovi temono il diffondersi di uno spirito neo-pagano, in cui l'atto di gettare al vento le ceneri rappresenti simbolicamente un'unione dei resti del defunto con la «grande anima» della Madre-Terra. All'opposto la pratica di tenersi in casa l'urna, per molti presuli significa una privatizzazione e in fondo una banalizzazione dell'antico rito di accompagnare il defunto al «camposanto», rito collettivo che esprime il senso di una comunità dei morti unita intorno alla croce come la comunità dei vivi. Un teologo come Enzo Bianchi è ancora più drastico: «feticismo» è a suo parere la voglia di tenersi l'urna in famiglia."
“Hillary Clinton chiarisce che gli Usa contrastano il tentativo di blindare l’Islam in nome della non diffamazione della religione: l’Amministrazione Obama sta per «l’energica difesa tanto della libertà d’espressione quanto della libertà religiosa». È per questo che è così prudente con chi viola entrambe? “
“L’augurio è che il tempo di riflessione e preghiera, che sembra esserti ingiunto come una punizione, possa divenire tempo di Dio per tutti. Anche per il vescovo della tua chiesa locale e per tutti coloro che si sentono parte della comunità cristiana e che rischiano ancora di ritrovarsi in mano le pietre destinate all’adultera e sono sordi all’invito del Maestro”
“...Perciò domenica prossima dovrò, dopo tanti decenni, andare a messa. Colpa di Alessandro, accidenti a lui, che officerà la sua ultima funzione alle Piagge. Sono certo che, atei o credenti, saremo moltissimi.”
Proponiamo modi diversi di informare i propri lettori sull'apertura di Benedetto XVI agli anglicani tradizionalisti e sulla aspra polemica tra Küng e Osservatore Romano: quello del giornale cattolico italiano “Avvenire” nell'editoriale riportato sia nel sito che sul quotidiano, quello del giornale cattolico francese “La Croix” (nel sito riporta una sintesi degli interventi di Küng e di Vian mentre sul quotidiano dà la parola agli anglicani che vivono in Francia) , e quello del settimanale dell'arcivescovado di Friburgo. Da una parte si esalta lo straordinario evento ecclesiale ed ecumenico dall'altra non si nascondono aspetti molto problematici. Sono modi diversi di informare e di intendere l'ecumenismo.
"Se la decisione del Vaticano di aprire le porte ai “dissidenti anglicani” ha ingenerato un certo turbamento in Inghilterra, altrettanto non lascia indifferenti i numerosi fedeli di questa confessione che vivono in Dordogne."
sintesi degli interventi di Hans Kueng e del direttore dell'Osservatore Romano Vian
  • Oggetto di negoziato di Klaus Nientiedt in Konradsblatt n. 44 del 1 novembre 2009 (nostra traduzione)
"La Chiesa cattolica interviene pesantemente nelle tensioni e discussioni interne della comunità anglicana... Perfino il celibato dei preti diventa improvvisamente oggetto di negoziato... Se si aggiunge il fatto che si svolgono in questi giorni le discussioni con la Fraternità sacerdotale San Pio X, si rafforza l'impressione che la Chiesa cattolica si mostri oltremisura aperta nei confronti di coloro che incontrano maggiori o minori difficoltà nell'accettare evoluzioni moderne nella Chiesa cristiana. E come la mettiamo con l'apertura rispetto agli altri?"

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lunedì 12 ottobre 2009

Ignazio Marino, Discorso Convenzione Nazionale del PD / post di Giovanni Pecora

Ignazio Marino, Discorso Convenzione Nazionale del PD
Roma, 11 ottobre 2009

Care democratiche, cari democratici,
GRAZIE! Grazie a tutti coloro che hanno votato per la mia mozione, grazie a tutti coloro che in queste settimane hanno lavorato nei congressi di tutt’Italia infondendo nel nostro progetto passione ed entusiasmo. E’ il mio primo congresso di partito, e lo è per molte delle persone che hanno aderito alla mozione Marino. Il risultato ottenuto nei circoli non era per nulla scontato quando abbiamo presentato la candidatura alla segreteria nazionale.
Io lo giudico un buon risultato per la mozione, ma sono convinto sia un eccellente risultato per tutto il Partito Democratico perché è la dimostrazione che il nostro è un partito vivace, attento alle sollecitazioni di quanti chiedono cambiamento e rinnovamento, disposto ad ascoltare voci nuove, idee diverse, proposte utili a costruire quell’identità di cui abbiamo urgente bisogno.
Vogliamo dare una sterzata alla storia del centrosinistra italiano, così come si è sviluppata negli ultimi quindici anni. Vogliamo liberarci di vezzi, vizi, abitudini, malattie e incrostazioni che spesso hanno fatto mancare al centrosinistra gli appuntamenti cruciali della politica.
Vogliamo un partito capace di riconoscere e affrontare il problema del conflitto di interessi. Un partito capace di riconoscere e affrontare la crisi del mondo del lavoro e la dissoluzione dei vecchi ruoli sociali. Un partito capace di riconoscere e affrontare l’urgenza dei nuovi diritti. Un partito che non si perda tra mille impossibili mediazioni col risultato di non accontentare nessuno e vedere il consenso franare.
Vogliamo un partito diverso, coraggioso, che non abbia paura della propria voce, che non abbia paura di denunciare le cose che non funzionano e un governo che ha fatto dell’intimidazione pubblica il suo strumento di lavoro preferito.
Alexis De Tocqueville quando iniziò la sua esplorazione della Democrazia in America scrisse: "Fra le cose nuove che attirarono la mia attenzione … una soprattutto mi colpì assai profondamente, e cioè l’eguaglianza delle condizioni. Facilmente potei constatare che essa esercita un’influenza straordinaria sul cammino della società, dà un certo indirizzo allo spirito pubblico e una certa linea alle leggi, suggerisce nuove massime ai governanti e particolari abitudini ai governati".
L’uguaglianza è il principio fondamentale per orientarci a definire chi siamo, è l’obiettivo principale di questo percorso congressuale. E’ una parola importante, che porta con sé significati diversi per le persone che appartengono al Partito Democratico.
Per alcuni richiama la bandiera di masse collettive, classi che condividevano gli stessi vissuti, cui garantire uguali tragitti di vita. Per altri è un valore etico, improntato alla solidarietà tra individui diversi ma disposti a tendersi la mano nell’ottica di ridurre le disparità.
Io non porto nella mia esperienza personale le grandi battaglie collettive degli anni '60 – ero troppo giovane – e il percorso di studio e professionale per diventare chirurgo mi ha spinto ad aderire con passione, ma non da militante, a quelle dei decenni successivi. Eppure ho sempre rifuggito l’individualismo senza compassione di chi erge barriere per separarsi dagli altri, mentre concepisco l’uguaglianza come il collante, un legame sulla cui base si costruiscono le relazioni tra le persone.
L’uguaglianza per me, oggi, significa parità delle opportunità di partenza, riconoscimento delle aspirazioni e dei meriti di ognuno, elemento di coesione e di integrazione, di mobilità sociale e di sviluppo.
Il mio lavoro di medico e l’aver vissuto per tanti anni all’estero mi hanno aiutato tantissimo nel rafforzare in me questi principi: le differenze scompaiono, di fronte alla malattia restano le persone; l’uguaglianza la apprezzi di più quando - come è successo a me - ti senti diverso perché, per esempio, sei uno straniero.
Lavorando in un settore così complesso come quello dei trapianti, sono stato per tutta la vita a contatto con le persone, conoscendole intimamente e confrontandomi con le ragioni e le emozioni che ne determinano i comportamenti, con l’umanità profonda che emerge nei momenti e nelle scelte più difficili. Ho conosciuto il dolore, la speranza, l’istinto e il coraggio, la fatica e l’emozione che appaga quando un malato riapre gli occhi dopo un’operazione. Ho conosciuto l’altruismo, la forza di volontà, la voglia di reagire alla disperazione e alla solitudine, la capacità di ripartire.
Forse anche per questo nutro una grande fiducia nelle persone e nei cambiamenti, ho sempre creduto di poter cambiare le cose quando non funzionano.
Così, declinando anche nella politica ciò che ho imparato dalla medicina, penso si debba partire dalla persona per affermare un nuovo pensiero democratico che vuole e sa guardare al futuro, capace di aggregare donne e uomini anche molto diversi tra loro intorno a valori e proposte comuni. Un pensiero che sia non tanto, e non solo, come spesso sento dire, “sintesi dei riformismi del passato”, ma piuttosto chiara evoluzione di essi in un riformismo contemporaneo che guarda nel futuro.
Se, come mi pare evidente guardando al mondo, la persona - intesa non in senso astratto ma come lavoratore, studente, donna, madre, immigrato… - se la persona è l’anello debole della società globale, stare dalla parte delle persone, al fianco delle loro aspirazioni, significa preoccuparsi di quell’anello debole per dargli forza.
È intorno alle persone, quindi, che si costruisce l’uguaglianza. E’ aggregando le persone, riscoprendo integrazione e solidarietà dove oggi ci sono separazione e diffidenza, che si può restituire ai singoli quel senso di comunità disperso dopo la fine delle ideologie.
In questi tre mesi, passati a percorrere le città e le regioni da sud a nord, da est a ovest, ho respirato ovunque un bisogno di comunità, troppo spesso inespresso, una grande voglia di partecipazione.
La manifestazione del 3 ottobre per la libertà di informazione, o quella di ieri contro l’omofobia, ne sono la dimostrazione tangibile. Le persone non sono assuefatte, non sono rassegnate, il consenso di cui dice di godere in maniera incondizionata l’attuale governo, non è così omogeneo. Il vero problema è che tante energie positive che le persone sono pronte ad esprimere, non trovano ancora nel nostro partito un punto di riferimento forte e affidabile.


In molti mi chiedono: ma dove è il PD? Che cosa fate? Oggi siamo qui per questo.
Per affermare che noi ci siamo e ci saremo, con una identità finalmente chiara e un segretario forte del voto di milioni di cittadini.
Dobbiamo imparare ad aggregare: il Partito Democratico deve intrecciare trame solide nella società liquida, esserne spina dorsale e infrastruttura, con un radicamento flessibile capace di adattarsi agli spazi e ai tempi della vita complicata delle persone, per facilitare percorsi e incontri. Che non significa un rapporto con il territorio impostato su modelli sociali che non esistono più. La questione non è soltanto la presenza fisica del PD sul territorio, pur fondamentale per la sua funzione di discussione e conoscenza, la vera questione sono i contenuti.
Il PD deve saper aggregare sulle sue posizioni e sulle risposte chiare e nette sulle grandi questioni che interessano le persone. Su questo si gioca il destino del nostro partito.
"Non siamo solo una goccia che nuota nella corrente della società, dobbiamo decidere dove la società debba andare”. Ha scritto il Cardinal Carlo Maria Martini.
Troppo spesso abbiamo esitato, troppo spesso siamo stati incapaci di spiegare la nostra visione della società e del futuro del paese. Eppure le qualità, le energie, le intelligenze non ci mancano, come hanno dimostrato le discussioni di queste settimane nei settemila circoli sparsi in tutt’Italia.
Dobbiamo prendere impegni e rispettarli, nel partito, in Parlamento, nelle amministrazioni locali.
• Dobbiamo dire senza esitare che adottiamo la laicità come metodo irrinunciabile di una politica aperta al confronto e disposta sempre al dialogo per arrivare a una decisione. Come scrisse Ernesto “Che” Guevara: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza”.
• Dobbiamo dire senza esitare che prima di tutto vengono la scuola, l’università, la cultura e la formazione dei giovani e anche di chi perde il lavoro e non è più giovane.
• Dobbiamo dire senza esitare che ancora oggi in Italia LA CULTURA DEL MERITO FA PAURA! Nessuno lo ammette ma molti lo considerano un elemento che destabilizza poiché permette a chiunque di realizzare le proprie aspirazioni, di rischiare, di scommettere su se stesso. E’ la condizione che permette la LIBERTA'!
• Dobbiamo dire senza esitare che siamo per i diritti: dal lavoro, alla sicurezza. E per i NUOVI DIRITTI: le unioni civili, i diritti dei consumatori, il diritto di cittadinanza, il diritto di scegliere le terapie attraverso un testamento biologico. Senza esitare dobbiamo sostenere la legge contro l’omofobia: dopodomani a Montecitorio dobbiamo dimostrare da che parte stiamo!
• Dobbiamo dire senza esitare che il nostro partito sta dalla parte delle donne!…in un momento in cui anche la dignità e il rispetto per loro sono messi in pericolo.
• Dobbiamo dire senza esitare che vogliamo restituire al Paese un’informazione libera, in televisione, sulla stampa, sulla rete. Democrazia non significa solo poter esprimere il proprio consenso, significa poterlo formare attraverso un’informazione libera e plurale.
Infine la priorità delle priorità: il nostro pianeta, il nostro ambiente. Non è solo una questione di sviluppo sostenibile. Abbiamo una responsabilità enorme e abbiamo il dovere di prenderci cura della salute del nostro pianeta e del futuro di tutti noi. Diciamo no al nucleare perché la scienza ci dice che è pericoloso, diciamo sì alle energie rinnovabili, al recupero dei rifiuti, al risparmio idrico, alla bio-edilizia, alla mobilità sostenibile.
Sono questi gli obiettivi che ho in mente quando penso alla missione del Partito Democratico. Sono questi i motivi che mi hanno spinto nella corsa per la segreteria. E guardate che, al di là dei voti che abbiamo raccolto, che sono tanti, l'aspetto più significativo è che la nostra mozione ha portato il dibattito nei circoli. Ovunque ci sono state discussioni, non solo sulla forma che vogliamo dare al PD, ma sui temi: sul nucleare, sulla crisi economica, sul precariato.
E quasi sempre i nostri iscritti si sono trovati d’accordo tra di loro benché appartenenti a mozioni diverse.
Le persone che costituiscono il nostro partito, i nostri militanti, non hanno idee così diverse tra loro, sono i gruppi dirigenti che litigano e che mostrano all’opinione pubblica divisioni che nulla hanno a che vedere con ciò in cui crediamo e molto a che vedere con le posizioni che ricoprono e che difendono ad ogni costo.
Il mio ruolo, e di tutti coloro che mi hanno sostenuto, qualunque sarà il risultato del congresso, è quello di contribuire a un rinnovamento radicale.
Il rinnovamento non è pericoloso, è necessario ed è la ragione profonda che mi ha spinto a partire per questa straordinaria avventura.
Mi ritrovo nelle parole di Giorgio Amendola che un giorno scrisse di aver compiuto una scelta giusta che lo metteva di fronte ad un mondo nuovo, nell’impegno per l’emancipazione di donne e uomini. Anche per me è stata la scelta giusta, che sto vivendo con il massimo dell’energia e dell’umiltà, come un’opportunità straordinaria. Qualcuno mi rinfaccia di esserci arrivato tardi… ma ora sono qui e con me ci sono tanti altri compagni di viaggio che hanno condiviso questa scelta e che oggi sono al lavoro con una voglia, una dedizione, una convinzione che mi rende orgoglioso.
Alla vigilia di un congresso che tutti diciamo fondativo, due anni dopo la nostra nascita e con le emorragie elettorali che conosciamo, di cui non mi interessa attribuire responsabilità, mi è sembrato di assistere ad un avvio di campagna congressuale tattico e frenato. Mi è parso che intorno a Dario e a Pierluigi le mozioni si siano formate più per alleanze tra persone che per condivisione di progetti: UNA CONTRAPPOSIZIONE DI PERSONE NON UNA COMPETIZIONE DI IDEE.
Temo ancora oggi un partito che non decide e che non incide, perché troppi sono gli equilibri, o gli equilibrismi, dettati dalle correnti e dai personalismi. Temo che esistano ancora delle resistenze rispetto al principio che un ricambio condiviso della classe dirigente è indispensabile se si vogliono proporre all’Italia risposte convincenti ai grandi problemi con i quali un partito moderno deve confrontarsi.
Quando sento parlare di “grande partito socialdemocratico” come di qualche cosa di auspicabile mi viene il sospetto che dentro il PD qualcuno non si sia accorto che la socialdemocrazia è ai minimi storici in tutta Europa.
L’Italia ha bisogno di un partito che sia DEMOCRATICO, libero dai complessi del passato e capace di dare una svolta in senso liberale e sociale ad un sistema economico chiuso, oligarchico, corporativo e profondamente affetto da conflitti di interessi.
Penso che la presenza di una terza mozione, fuori dagli schemi, abbia contribuito a rimettere in moto qualche ingranaggio arrugginito, grazie a chi si è sentito solo democratico, a chi ha parlato alle persone solo come democratiche, a chi ha pensato SOLO ad affermare la propria idea del Partito Democratico: i SI’ e i NO che i democratici vogliono condividere.
Voglio dire grazie a chi ha saputo prendere tanti voti e vincere il congresso del proprio circolo, e a chi è stato l’unico voto tra migliaia di tesserati…
… e non apro polemiche, ma lo sappiamo tutti che il tesseramento e le garanzie degli iscritti devono essere un impegno da rispettare con maggiore rigore... Vedete, quel che è successo in alcune zone del mezzogiorno non ha fatto male a me, ha fatto male a tutti noi, perché proprio mentre abbiamo bisogno di riaffermare la libertà e chiamare alla responsabilità tutti i cittadini, li invitiamo invece ad abbassare la testa e rispondere al comando dei capibastone!
Vi voglio raccontare alcune delle tante realtà che ho conosciuto in queste settimane in giro per l’Italia. Forse a qualcuno di voi è capitato di atterrare all’aeroporto di Lamezia Terme. Ebbene, in quel terminal c’è un enorme manifesto pubblicitario con scritto: “Voli privati sanitari per pazienti”. Capite cosa significa? Sapete come viene tutelato il diritto alla salute in quella regione? Il messaggio è chiaro: “Emigra al nord per curarti, se te lo puoi permettere”.
Pochi giorni fa qui a Roma, in Piazza del Popolo, alla manifestazione, tutto d'un tratto sono scoppiati applausi e grida. Era arrivato un ragazzo, circondato da sei ragazzi come lui, ognuno con le mani strette sulle spalle di quello davanti, tutti intorno a lui quasi a formare una gabbia.
Sembrava un leone in quella gabbia umana, protettiva e amica. Avanzavano con passo svelto, ritmato, e ho sentito crescere dentro di me la rabbia. Che razza di paese è mai il nostro se un giovane deve essere protetto a quel modo, vivere a quel modo, per aver scritto un libro? Se una persona deve essere protetta e vivere in una gabbia solo per aver detto la verità?
Fino a quando Roberto Saviano non potrà camminare per strada come ognuno di noi, non ci sarà consentito di smettere un solo istante di sentirci in guerra contro la criminalità organizzata.
Che senso ha fare politica se non si aiuta la società a guardare con speranza al domani? E possiamo noi democratici continuare ad accettare che le classi dirigenti di alcune regioni del sud, che non si sono mostrate all’altezza del loro mandato, siano ancora considerate come forze di riferimento irrinunciabili?
Ebbene, i professionisti della politica stanno attraversando uno dei momenti peggiori nell’immaginario collettivo, accusati di essere una casta, accusati soprattutto di non essere in grado di risolvere problemi complessi quali quelli che ci ritroviamo di fronte oggi.
Io credo che l’antipolitica sia da contrastare, ma dobbiamo iniziare da noi. Basta con le discussioni sul nostro ombelico, iniziamo a parlare del Paese, mentre l’Italia è governata da una destra sciatta e illusionista che lascerà rovine.
La violenza e l’arroganza di questa destra la vediamo in questi giorni, nel suo tentativo di far saltare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Si attacca l’Alta Corte, con toni inaccettabili in ogni democrazia. Si attacca il Capo dello Stato, massimo garante delle nostre istituzioni, cui oggi va il nostro saluto e il nostro pieno sostegno.
La domanda che dobbiamo porre non è se il primo ministro possa restare al suo posto dopo la bocciatura del lodo Alfano, ma se egli possa ancora rimanere al suo posto senza ulteriori danni per il paese, dopo aver attaccato oltre ogni limite tutte le istituzioni di controllo e di garanzia.
E mentre il Presidente del Consiglio si concentra esclusivamente sulle sue vicende giudiziarie, il governo si ostina a negare la gravità della crisi economica.
Ma su cosa la vogliamo valutare questa crisi? Sugli indici di borsa che non crollano più come un anno fa, o sul numero dei disoccupati che è in costante aumento? Vogliamo renderci conto che ci sono otto milioni di poveri? Oltre tre milioni di indigenti assoluti che non hanno le risorse per comprare pane, pasta, carne?
Ci ricordiamo dei lavoratori italiani costretti a gesti estremi, come quelli che hanno raggelato l’estate, dalle gru agli scioperi della fame, ai tetti dei provveditorati, per fare notizia, per avere risposte, per far svegliare il governo dall’indifferenza, o distoglierlo da altre distrazioni quali l’impegno costante nell’imbrigliare l’informazione, occupare la tv pubblica, accrescere il conflitto di interessi.
Il conflitto di interessi!: Che errore non averlo risolto!!!
Siamo qui con il paese tenuto fermo - "difeso", dicono loro - dal protezionismo della Lega e di Tremonti, mentre tutto fuori cambia. Attraversiamo un periodo che non si può considerare “ordinario”. In periodi come questo, è deviante ragionare e agire secondo schemi e paradigmi ordinari. Liberalizzazioni e concorrenza sono decisive, ma devono accompagnarsi ad incisive politiche industriali per agganciare le nostre imprese ai nuovi driver dello sviluppo mondiale: le energie rinnovabili e le scienze della vita e della salute.
La legge sul federalismo fiscale può costituire un’importante occasione per incentivare, al Sud come al Centro e al Nord, l’efficienza nell’uso delle risorse pubbliche. Vanno premiate le amministrazioni efficienti e punite quelle inefficienti con commissariamenti che poi riconsegnino al giudizio degli elettori quegli amministratori che hanno prodotto dissesti.
La crisi è un ostacolo, una minaccia, una continua insidia per tutti. La crisi obbliga a un cambiamento di ottica, di prospettiva, a un modo diverso di guardare la realtà e progettare il futuro: la cosa più difficile da fare perché dobbiamo essere capaci di modificare noi stessi, di metterci in discussione e superare abitudini e schemi consolidati.
Io sono indignato con questa destra.
Per colpa loro l’Italia è immobile, resta ai margini delle decisioni che contano ed è in difficoltà nel trovare un ruolo in Europa e poi nel mondo. Dobbiamo far vivere uno spazio europeo, grande e vivace abbastanza da fare in modo che i consumi interni mantengano forte l’economia. Certo, è una rivoluzione, soprattutto di mentalità e culturale. Ma se non si fa, l’Europa andrà a rimorchio, uscirà di scena e sarà esposta a tutti i venti.
Al contrario di quello che sostiene la Lega, che santifica il Po e si stringe nelle piccole comunità, il capitalismo e la globalizzazione continueranno a crescere. Il tema è dunque come riformare il capitalismo, come evitare l’esplosione del pianeta, come evitare conflitti economici e poi militari.
Torna qui il tema della politica; di una politica con strumenti e poteri di decisione sovranazionali. Una politica per dialogare, cooperare, integrare, assumersi responsabilità collettive, prevedere in tempo, orientare il futuro. L’Europa qui, diventa cruciale. Per la sua storia, la sua tradizione, la sua cultura, le sue università, il suo modello sociale. Noi europei, più di tutti, potremmo costruire i binari, le reti di un nuovo mondo più pacifico e di qualità.
Non possiamo fermare la storia e pensare di chiuderci al mondo. Gli immigrati fanno parte della nostra quotidianità. Certo, i flussi migratori vanno controllati, servono più risorse e strumenti per la polizia di frontiera al nord da dove entra il 90% degli immigrati clandestini. E dunque pensare che il problema si risolva respingendo e abbandonando al loro destino in alto mare i barconi dei disperati è pura illusione.
A Riace, in Calabria, ho conosciuto Ramlah, un bambino afgano di otto anni, sbarcato sulle coste italiane due anni fa e ora adottato dalla comunità locale. La madre lo ha affidato a degli sconosciuti, ha pagato delle persone affinché lo portassero lontano da lei, in un paese straniero dove suo figlio, forse, avrebbe potuto mangiare, studiare, non saltare su una mina anti-uomo. Pensate che noi, con le nostri navi militari in mezzo al mare riusciremo mai a fermare l’esodo di chi è spinto da tanta disperazione?
Dobbiamo costruire l’integrazione: ma ogni tentativo fallirà se ai doveri dell’integrazione non si legherà la riformulazione del diritto di cittadinanza partendo dal principio che se un bambino o una bambina nascono sul suolo italiano devono essere italiani, acquisendo nuovi diritti e nuove responsabilità.
Ci sono ancora troppe ingiustizie, in Italia, troppe cose che non funzionano. Siamo qui a parlare di uguaglianza per le donne che continuano a fare una fatica doppia, ad avere una strada con molti ostacoli, a vedere gravare su di loro il peso di un sistema che non si preoccupa della possibilità di conciliare tempi di lavoro e tempi privati.
Siamo qui a difendere la dignità del mondo dell’arte e della cultura da un governo che dopo aver tagliato le risorse finanziarie in modo indiscriminato, si accanisce anche verbalmente disprezzando un settore che da sempre esprime l’eccellenza italiana nel mondo.
Siamo qui a parlare delle difficoltà dei giovani, della precarietà, ma nessuno ricorda un’anomalia tutta italiana: da noi più si invecchia più si guadagna. E' una retta sempre crescente. In tutti gli altri paesi europei e occidentali, invece, il reddito è rappresentato da una curva, sale velocemente nei primi anni di lavoro, raggiunge il picco in età adulta, e poi cala progressivamente andando verso la pensione. La curva segue quindi la naturale produttività della vita.
Non vi sembra giusto? Io credo che sembri giusto a tanti giovani che soffrono perché rallentati e non tutelati e perché viene proposto loro il precariato a vita e non trovano chi prospetti invece una strada per facilitare l’accesso al futuro.
L’esperienza è certamente un valore fondamentale ma non è l’unico elemento che va considerato. Si può premiare la creatività, la determinazione, la forza di cambiare, forse anche un po’ di indisciplina... Mi pare che invece nel mondo lavorativo, come nella politica - anche nel PD - molti siano ancora convinti che l’esperienza sia il valore da preservare davanti a tutti, anche a scapito del cambiamento.
Io sono un ottimista di carattere, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma sono anche indignato. L’indignazione serve, le ingiustizie vanno denunciate, l’opposizione - lo dico soprattutto ai parlamentari - non è inutile, non è deprimente, bisogna esserci sempre per fare opposizione sempre!
“Dobbiamo usare il tempo come uno strumento, non come una poltrona”, ha detto una volta John Kennedy. Usiamolo il tempo che abbiamo! ...per rispondere alle emergenze: della crisi, del lavoro, della povertà.
Ma usiamolo soprattutto per spezzare il vincolo della paura che ci blocca: prendiamo la nostra indignazione e facciamola agire come motore del nostro futuro!
Chi ha paura perde: chiediamolo a qualsiasi sportivo. O chiediamolo a noi stessi, pensando ad ogni volta che abbiamo fatto prevalere la timidezza sul coraggio, la paura di perdere sulla voglia di vincere. Io voglio un PD che vince e che fa vincere le persone.
Costruire un partito nuovo non è facile. Non è facile immaginarlo, metterlo in sintonia con una società molto fluida, giustificarlo e inserirlo in un contesto istituzionale. Non è facile soprattutto uscendo da un secolo nel quale i partiti hanno assunto caratteri e ruoli straordinariamente pesanti e incisivi, si sono dati forme strutturate, rigide, più permanenti che dinamiche.
Ciò detto, penso che tutti vogliamo – come si dice – un “partito vero”. Che il problema non sia semplice, lo vediamo anche da quel che avviene nel campo avverso. Non si può negare che anche lì, un’intuizione iniziale ci sia stata, con l’annuncio sul predellino dell’auto a San Babila per bilanciare lo spettacolare esordio del PD di cui la destra comprese subito la carica innovatrice e dinamica… L’intuizione progettuale è indispensabile; ma non basta, né a loro né a noi.
Antony Giddens, rispondendo a una domanda su quale sia la differenza tra destra e sinistra, ha risposto che la differenza è nella diversa modulazione di survival and hope: sopravvivenza e speranza.
Noi democratici vogliamo una politica che sappia riattivare le speranze, che non cavalchi le paure per schiacciare le persone ai bisogni minimi, come fa la destra cacciando ogni problema sotto il tappeto e giocando a montare una spirale di ansie difensive crescenti e finte risposte scenografiche.
La politica democratica sta dalla parte dei deboli, protegge, ma ha l’ambizione, contagiosa, che ogni debole possa divenire forte. Questo è il senso dell’uguaglianza di cui parlavo all’inizio, un’uguaglianza che non appiattisce ma che potenzia e premia, che permette ad ognuno di rincorrere la propria personale felicità.
Conosco la speranza delle persone, la conosco e l’ho percepita forte, determinata, o sottile e fragile, tante volte. Da chirurgo…e poi da senatore e poi da candidato segretario.
La speranza è quando dici a un paziente in attesa di un trapianto che è arrivato un organo per lui…
La speranza è quella che ho visto negli occhi di Beppino Englaro e di tutti quanti si sono uniti in protesta contro una legge che minaccia il diritto della persona di poter scegliere quali terapie accettare o rifiutare. Un diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione, formulato nel 1947 da un giovane parlamentare della Democrazia Cristiana di nome Aldo Moro.
Per carattere e formazione sono impaziente, non mi piace perdermi in chiacchiere, bado ai risultati, e voglio un Partito Democratico che renda credibili e realizzabili le speranze delle persone.
La parola ‘credere’ ha una radice che significa “dare il proprio cuore, la propria forza vitale, aspettandosi una ricompensa”: è un “atto di fiducia che implica restituzione”. Non sono chiacchiere, deve essere il succo del nostro fare politica, il senso profondo dell’essere democratici.
Dobbiamo, però, avere più coraggio: “Una nave in porto è al sicuro ma non è per questo che le navi sono state costruite”, ha detto poeticamente Benazir Bhutto. Io dico che dobbiamo muovere le acque e navigare in mare aperto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di usare il tempo.
Condividiamo campagne parlamentari o di piazza con le altre forze di opposizione, tutti insieme. Stabiliamo una politica di alleanze, che comunque dobbiamo cercare per vincere, ma che non possono essere incompatibili con un progetto di governo.
Spero in un PD che sappia imporre le sue priorità. Sembra banale, ma ci rendiamo conto che tanti cittadini, tante persone, non sanno quali sono le nostre priorità? Lo chiedo a Dario e a Pierluigi… Avete provato a chiedere a qualche militante o ad un cittadino che simpatizza per noi quali sono i temi forti del PD? Se non lo avete fatto vi consiglio di provare…
Io vi dico le mie tre priorità, per titoli, che riprenderò nella campagna nelle prossime due settimane: il sapere, attraverso la scuola e la formazione; l’economia verde, come obiettivo e come motore dello sviluppo; i diritti civili.
Permettetemi una breve parentesi su un argomento a cui, lo sapete, tengo moltissimo. Io trovo che le primarie siano uno straordinario esperimento di democrazia partecipata e sostengo il principio delle primarie sempre.
Quello che però ancora manca in queste primarie, per essere davvero tali, è un dibattito pubblico tra i candidati.
Oggi, qui illustriamo le nostre idee, ma non ci stiamo confrontando. Il 16 finalmente ci vedremo da Youdem, ci sono voluti due mesi… Senza nulla togliere al servizio della televisione del partito, caro Pierluigi, qualcuno in questa sala crede che riusciremo a mobilitare milioni di cittadini italiani ad andare a votare alle primarie dopo un confronto trasmesso solo da Youdem?
Il nostro obiettivo è portare milioni di italiani al voto, il 25 ottobre, e dobbiamo fare ogni sforzo perché le primarie siano conosciute da tutti i nostri elettori e che ciascuno possa parteciparvi in modo informato e consapevole.
Una grande partecipazione popolare sarà la migliore dimostrazione che lo spirito e i valori del nostro partito sono forti e vivi nel Paese, che l’arroganza e la volgarità istituzionale di Berlusconi non hanno intimidito i tantissimi italiani che hanno a cuore la Repubblica e le sue istituzioni, la libertà, il ruolo dell’Italia tra le grandi democrazie occidentali.
Organizziamo dunque questo dibattito a tre in modo che raggiunga il maggior numero di italiani e diventi così il volano di questo straordinario momento di democrazia!
Mi avvio a concludere esprimendo un auspicio: impegniamoci a fare uscire dalle primarie un partito dalle priorità chiare, un partito unito, un partito che unisce. Troppi tra noi dicono che se ne andranno se dovesse vincere l’uno o l’altro, gettando i nostri militanti nello sconforto e nella delusione.
Il primo valore da salvaguardare, è di mantenere integra la più forte risorsa democratica del paese: il Partito Democratico.
Un PD unito, a mio modo di vedere significa un partito che discute, si confronta, che vota ogni volta che è necessario. Un partito dove tutti, dopo avere preso una decisione espressa a maggioranza, si sentano impegnati a sostenerla con lealtà. Un partito che si ritrova coeso, facendo dialogare gruppi dirigenti, eletti, e quella che dovrebbe essere la nostra unica corrente: i circoli e gli elettori.
Ma basta questo per proporci come alternativa credibile alla destra?
Di certo la vecchia Unione non è riproponibile. Un nuovo spezzatino da mettere nelle stesse pentole risulterebbe indigesto. Il PD come somma delle identità riformiste, racchiuse nelle correnti, non sfonda elettoralmente e appare vecchio al punto di respingere chi ha aderito al progetto iniziale.
Forse noi questo baricentro riformista lo dobbiamo trovare fidandoci un po’ di più dei cittadini e dei nostri circoli (che hanno dimostrato tante volte di essere più generosi e saggi dei dirigenti).
Abbiamo un orizzonte? Bene, dentro ad esso recuperiamo chi si è allontanato e chi se n'è andato, accogliamo più liberamente tutte le energie della sinistra e democratiche, le forze socialiste, ambientaliste, radicali… Costruiamo con loro un partito aperto, delle persone, largo, con dentro posizioni più radicali e più moderate, e troviamo la sintesi sulle scelte praticando la democrazia partecipata, chiamando gli iscritti e i militanti alla responsabilità del confronto e della decisione.
In questo modo l’impianto riformista sarà il frutto ricco di un popolo che si risente protagonista. Così come, in questo modo, il PD su alcuni temi potrà più facilmente avere il coraggio di sostenere posizioni difficili e controcorrente. Questo soggetto aperto davvero sarebbe un nuovo partito, più colto, più curioso, più contendibile per chi ha davvero qualcosa di nuovo da dire.
Qualcuno ha detto: “tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della vita”. Alcune volte, come in questo caso, gli aforismi rendono evidente ciò che è naturale.
E se è nel futuro che passeremo il resto della vita, è il futuro il tempo del PD.
Noi, i democratici, immaginiamo un’Italia più libera e giusta, dove ogni persona, chi vi nasce o chi ci arriva, si senta titolare di diritti, senta di avere l’opportunità di crescere, formarsi, scoprire e seguire le proprie aspirazioni, sappia di essere protetto e tutelato, viva in un ambiente che coniuga competitività ed etica.
L’Italia che immagino può nascere se superiamo l’indignazione e troviamo il coraggio di rilanciare le speranze delle persone.
Dunque bene il confronto, ma io vi dico: uniti, uniti, e ancora uniti, per un Pd da vivere, un Pd che vuole vincere, un Pd che cambia l’Italia.

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