lunedì 12 ottobre 2009

Ignazio Marino, Discorso Convenzione Nazionale del PD / post di Giovanni Pecora

Ignazio Marino, Discorso Convenzione Nazionale del PD
Roma, 11 ottobre 2009

Care democratiche, cari democratici,
GRAZIE! Grazie a tutti coloro che hanno votato per la mia mozione, grazie a tutti coloro che in queste settimane hanno lavorato nei congressi di tutt’Italia infondendo nel nostro progetto passione ed entusiasmo. E’ il mio primo congresso di partito, e lo è per molte delle persone che hanno aderito alla mozione Marino. Il risultato ottenuto nei circoli non era per nulla scontato quando abbiamo presentato la candidatura alla segreteria nazionale.
Io lo giudico un buon risultato per la mozione, ma sono convinto sia un eccellente risultato per tutto il Partito Democratico perché è la dimostrazione che il nostro è un partito vivace, attento alle sollecitazioni di quanti chiedono cambiamento e rinnovamento, disposto ad ascoltare voci nuove, idee diverse, proposte utili a costruire quell’identità di cui abbiamo urgente bisogno.
Vogliamo dare una sterzata alla storia del centrosinistra italiano, così come si è sviluppata negli ultimi quindici anni. Vogliamo liberarci di vezzi, vizi, abitudini, malattie e incrostazioni che spesso hanno fatto mancare al centrosinistra gli appuntamenti cruciali della politica.
Vogliamo un partito capace di riconoscere e affrontare il problema del conflitto di interessi. Un partito capace di riconoscere e affrontare la crisi del mondo del lavoro e la dissoluzione dei vecchi ruoli sociali. Un partito capace di riconoscere e affrontare l’urgenza dei nuovi diritti. Un partito che non si perda tra mille impossibili mediazioni col risultato di non accontentare nessuno e vedere il consenso franare.
Vogliamo un partito diverso, coraggioso, che non abbia paura della propria voce, che non abbia paura di denunciare le cose che non funzionano e un governo che ha fatto dell’intimidazione pubblica il suo strumento di lavoro preferito.
Alexis De Tocqueville quando iniziò la sua esplorazione della Democrazia in America scrisse: "Fra le cose nuove che attirarono la mia attenzione … una soprattutto mi colpì assai profondamente, e cioè l’eguaglianza delle condizioni. Facilmente potei constatare che essa esercita un’influenza straordinaria sul cammino della società, dà un certo indirizzo allo spirito pubblico e una certa linea alle leggi, suggerisce nuove massime ai governanti e particolari abitudini ai governati".
L’uguaglianza è il principio fondamentale per orientarci a definire chi siamo, è l’obiettivo principale di questo percorso congressuale. E’ una parola importante, che porta con sé significati diversi per le persone che appartengono al Partito Democratico.
Per alcuni richiama la bandiera di masse collettive, classi che condividevano gli stessi vissuti, cui garantire uguali tragitti di vita. Per altri è un valore etico, improntato alla solidarietà tra individui diversi ma disposti a tendersi la mano nell’ottica di ridurre le disparità.
Io non porto nella mia esperienza personale le grandi battaglie collettive degli anni '60 – ero troppo giovane – e il percorso di studio e professionale per diventare chirurgo mi ha spinto ad aderire con passione, ma non da militante, a quelle dei decenni successivi. Eppure ho sempre rifuggito l’individualismo senza compassione di chi erge barriere per separarsi dagli altri, mentre concepisco l’uguaglianza come il collante, un legame sulla cui base si costruiscono le relazioni tra le persone.
L’uguaglianza per me, oggi, significa parità delle opportunità di partenza, riconoscimento delle aspirazioni e dei meriti di ognuno, elemento di coesione e di integrazione, di mobilità sociale e di sviluppo.
Il mio lavoro di medico e l’aver vissuto per tanti anni all’estero mi hanno aiutato tantissimo nel rafforzare in me questi principi: le differenze scompaiono, di fronte alla malattia restano le persone; l’uguaglianza la apprezzi di più quando - come è successo a me - ti senti diverso perché, per esempio, sei uno straniero.
Lavorando in un settore così complesso come quello dei trapianti, sono stato per tutta la vita a contatto con le persone, conoscendole intimamente e confrontandomi con le ragioni e le emozioni che ne determinano i comportamenti, con l’umanità profonda che emerge nei momenti e nelle scelte più difficili. Ho conosciuto il dolore, la speranza, l’istinto e il coraggio, la fatica e l’emozione che appaga quando un malato riapre gli occhi dopo un’operazione. Ho conosciuto l’altruismo, la forza di volontà, la voglia di reagire alla disperazione e alla solitudine, la capacità di ripartire.
Forse anche per questo nutro una grande fiducia nelle persone e nei cambiamenti, ho sempre creduto di poter cambiare le cose quando non funzionano.
Così, declinando anche nella politica ciò che ho imparato dalla medicina, penso si debba partire dalla persona per affermare un nuovo pensiero democratico che vuole e sa guardare al futuro, capace di aggregare donne e uomini anche molto diversi tra loro intorno a valori e proposte comuni. Un pensiero che sia non tanto, e non solo, come spesso sento dire, “sintesi dei riformismi del passato”, ma piuttosto chiara evoluzione di essi in un riformismo contemporaneo che guarda nel futuro.
Se, come mi pare evidente guardando al mondo, la persona - intesa non in senso astratto ma come lavoratore, studente, donna, madre, immigrato… - se la persona è l’anello debole della società globale, stare dalla parte delle persone, al fianco delle loro aspirazioni, significa preoccuparsi di quell’anello debole per dargli forza.
È intorno alle persone, quindi, che si costruisce l’uguaglianza. E’ aggregando le persone, riscoprendo integrazione e solidarietà dove oggi ci sono separazione e diffidenza, che si può restituire ai singoli quel senso di comunità disperso dopo la fine delle ideologie.
In questi tre mesi, passati a percorrere le città e le regioni da sud a nord, da est a ovest, ho respirato ovunque un bisogno di comunità, troppo spesso inespresso, una grande voglia di partecipazione.
La manifestazione del 3 ottobre per la libertà di informazione, o quella di ieri contro l’omofobia, ne sono la dimostrazione tangibile. Le persone non sono assuefatte, non sono rassegnate, il consenso di cui dice di godere in maniera incondizionata l’attuale governo, non è così omogeneo. Il vero problema è che tante energie positive che le persone sono pronte ad esprimere, non trovano ancora nel nostro partito un punto di riferimento forte e affidabile.


In molti mi chiedono: ma dove è il PD? Che cosa fate? Oggi siamo qui per questo.
Per affermare che noi ci siamo e ci saremo, con una identità finalmente chiara e un segretario forte del voto di milioni di cittadini.
Dobbiamo imparare ad aggregare: il Partito Democratico deve intrecciare trame solide nella società liquida, esserne spina dorsale e infrastruttura, con un radicamento flessibile capace di adattarsi agli spazi e ai tempi della vita complicata delle persone, per facilitare percorsi e incontri. Che non significa un rapporto con il territorio impostato su modelli sociali che non esistono più. La questione non è soltanto la presenza fisica del PD sul territorio, pur fondamentale per la sua funzione di discussione e conoscenza, la vera questione sono i contenuti.
Il PD deve saper aggregare sulle sue posizioni e sulle risposte chiare e nette sulle grandi questioni che interessano le persone. Su questo si gioca il destino del nostro partito.
"Non siamo solo una goccia che nuota nella corrente della società, dobbiamo decidere dove la società debba andare”. Ha scritto il Cardinal Carlo Maria Martini.
Troppo spesso abbiamo esitato, troppo spesso siamo stati incapaci di spiegare la nostra visione della società e del futuro del paese. Eppure le qualità, le energie, le intelligenze non ci mancano, come hanno dimostrato le discussioni di queste settimane nei settemila circoli sparsi in tutt’Italia.
Dobbiamo prendere impegni e rispettarli, nel partito, in Parlamento, nelle amministrazioni locali.
• Dobbiamo dire senza esitare che adottiamo la laicità come metodo irrinunciabile di una politica aperta al confronto e disposta sempre al dialogo per arrivare a una decisione. Come scrisse Ernesto “Che” Guevara: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza”.
• Dobbiamo dire senza esitare che prima di tutto vengono la scuola, l’università, la cultura e la formazione dei giovani e anche di chi perde il lavoro e non è più giovane.
• Dobbiamo dire senza esitare che ancora oggi in Italia LA CULTURA DEL MERITO FA PAURA! Nessuno lo ammette ma molti lo considerano un elemento che destabilizza poiché permette a chiunque di realizzare le proprie aspirazioni, di rischiare, di scommettere su se stesso. E’ la condizione che permette la LIBERTA'!
• Dobbiamo dire senza esitare che siamo per i diritti: dal lavoro, alla sicurezza. E per i NUOVI DIRITTI: le unioni civili, i diritti dei consumatori, il diritto di cittadinanza, il diritto di scegliere le terapie attraverso un testamento biologico. Senza esitare dobbiamo sostenere la legge contro l’omofobia: dopodomani a Montecitorio dobbiamo dimostrare da che parte stiamo!
• Dobbiamo dire senza esitare che il nostro partito sta dalla parte delle donne!…in un momento in cui anche la dignità e il rispetto per loro sono messi in pericolo.
• Dobbiamo dire senza esitare che vogliamo restituire al Paese un’informazione libera, in televisione, sulla stampa, sulla rete. Democrazia non significa solo poter esprimere il proprio consenso, significa poterlo formare attraverso un’informazione libera e plurale.
Infine la priorità delle priorità: il nostro pianeta, il nostro ambiente. Non è solo una questione di sviluppo sostenibile. Abbiamo una responsabilità enorme e abbiamo il dovere di prenderci cura della salute del nostro pianeta e del futuro di tutti noi. Diciamo no al nucleare perché la scienza ci dice che è pericoloso, diciamo sì alle energie rinnovabili, al recupero dei rifiuti, al risparmio idrico, alla bio-edilizia, alla mobilità sostenibile.
Sono questi gli obiettivi che ho in mente quando penso alla missione del Partito Democratico. Sono questi i motivi che mi hanno spinto nella corsa per la segreteria. E guardate che, al di là dei voti che abbiamo raccolto, che sono tanti, l'aspetto più significativo è che la nostra mozione ha portato il dibattito nei circoli. Ovunque ci sono state discussioni, non solo sulla forma che vogliamo dare al PD, ma sui temi: sul nucleare, sulla crisi economica, sul precariato.
E quasi sempre i nostri iscritti si sono trovati d’accordo tra di loro benché appartenenti a mozioni diverse.
Le persone che costituiscono il nostro partito, i nostri militanti, non hanno idee così diverse tra loro, sono i gruppi dirigenti che litigano e che mostrano all’opinione pubblica divisioni che nulla hanno a che vedere con ciò in cui crediamo e molto a che vedere con le posizioni che ricoprono e che difendono ad ogni costo.
Il mio ruolo, e di tutti coloro che mi hanno sostenuto, qualunque sarà il risultato del congresso, è quello di contribuire a un rinnovamento radicale.
Il rinnovamento non è pericoloso, è necessario ed è la ragione profonda che mi ha spinto a partire per questa straordinaria avventura.
Mi ritrovo nelle parole di Giorgio Amendola che un giorno scrisse di aver compiuto una scelta giusta che lo metteva di fronte ad un mondo nuovo, nell’impegno per l’emancipazione di donne e uomini. Anche per me è stata la scelta giusta, che sto vivendo con il massimo dell’energia e dell’umiltà, come un’opportunità straordinaria. Qualcuno mi rinfaccia di esserci arrivato tardi… ma ora sono qui e con me ci sono tanti altri compagni di viaggio che hanno condiviso questa scelta e che oggi sono al lavoro con una voglia, una dedizione, una convinzione che mi rende orgoglioso.
Alla vigilia di un congresso che tutti diciamo fondativo, due anni dopo la nostra nascita e con le emorragie elettorali che conosciamo, di cui non mi interessa attribuire responsabilità, mi è sembrato di assistere ad un avvio di campagna congressuale tattico e frenato. Mi è parso che intorno a Dario e a Pierluigi le mozioni si siano formate più per alleanze tra persone che per condivisione di progetti: UNA CONTRAPPOSIZIONE DI PERSONE NON UNA COMPETIZIONE DI IDEE.
Temo ancora oggi un partito che non decide e che non incide, perché troppi sono gli equilibri, o gli equilibrismi, dettati dalle correnti e dai personalismi. Temo che esistano ancora delle resistenze rispetto al principio che un ricambio condiviso della classe dirigente è indispensabile se si vogliono proporre all’Italia risposte convincenti ai grandi problemi con i quali un partito moderno deve confrontarsi.
Quando sento parlare di “grande partito socialdemocratico” come di qualche cosa di auspicabile mi viene il sospetto che dentro il PD qualcuno non si sia accorto che la socialdemocrazia è ai minimi storici in tutta Europa.
L’Italia ha bisogno di un partito che sia DEMOCRATICO, libero dai complessi del passato e capace di dare una svolta in senso liberale e sociale ad un sistema economico chiuso, oligarchico, corporativo e profondamente affetto da conflitti di interessi.
Penso che la presenza di una terza mozione, fuori dagli schemi, abbia contribuito a rimettere in moto qualche ingranaggio arrugginito, grazie a chi si è sentito solo democratico, a chi ha parlato alle persone solo come democratiche, a chi ha pensato SOLO ad affermare la propria idea del Partito Democratico: i SI’ e i NO che i democratici vogliono condividere.
Voglio dire grazie a chi ha saputo prendere tanti voti e vincere il congresso del proprio circolo, e a chi è stato l’unico voto tra migliaia di tesserati…
… e non apro polemiche, ma lo sappiamo tutti che il tesseramento e le garanzie degli iscritti devono essere un impegno da rispettare con maggiore rigore... Vedete, quel che è successo in alcune zone del mezzogiorno non ha fatto male a me, ha fatto male a tutti noi, perché proprio mentre abbiamo bisogno di riaffermare la libertà e chiamare alla responsabilità tutti i cittadini, li invitiamo invece ad abbassare la testa e rispondere al comando dei capibastone!
Vi voglio raccontare alcune delle tante realtà che ho conosciuto in queste settimane in giro per l’Italia. Forse a qualcuno di voi è capitato di atterrare all’aeroporto di Lamezia Terme. Ebbene, in quel terminal c’è un enorme manifesto pubblicitario con scritto: “Voli privati sanitari per pazienti”. Capite cosa significa? Sapete come viene tutelato il diritto alla salute in quella regione? Il messaggio è chiaro: “Emigra al nord per curarti, se te lo puoi permettere”.
Pochi giorni fa qui a Roma, in Piazza del Popolo, alla manifestazione, tutto d'un tratto sono scoppiati applausi e grida. Era arrivato un ragazzo, circondato da sei ragazzi come lui, ognuno con le mani strette sulle spalle di quello davanti, tutti intorno a lui quasi a formare una gabbia.
Sembrava un leone in quella gabbia umana, protettiva e amica. Avanzavano con passo svelto, ritmato, e ho sentito crescere dentro di me la rabbia. Che razza di paese è mai il nostro se un giovane deve essere protetto a quel modo, vivere a quel modo, per aver scritto un libro? Se una persona deve essere protetta e vivere in una gabbia solo per aver detto la verità?
Fino a quando Roberto Saviano non potrà camminare per strada come ognuno di noi, non ci sarà consentito di smettere un solo istante di sentirci in guerra contro la criminalità organizzata.
Che senso ha fare politica se non si aiuta la società a guardare con speranza al domani? E possiamo noi democratici continuare ad accettare che le classi dirigenti di alcune regioni del sud, che non si sono mostrate all’altezza del loro mandato, siano ancora considerate come forze di riferimento irrinunciabili?
Ebbene, i professionisti della politica stanno attraversando uno dei momenti peggiori nell’immaginario collettivo, accusati di essere una casta, accusati soprattutto di non essere in grado di risolvere problemi complessi quali quelli che ci ritroviamo di fronte oggi.
Io credo che l’antipolitica sia da contrastare, ma dobbiamo iniziare da noi. Basta con le discussioni sul nostro ombelico, iniziamo a parlare del Paese, mentre l’Italia è governata da una destra sciatta e illusionista che lascerà rovine.
La violenza e l’arroganza di questa destra la vediamo in questi giorni, nel suo tentativo di far saltare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Si attacca l’Alta Corte, con toni inaccettabili in ogni democrazia. Si attacca il Capo dello Stato, massimo garante delle nostre istituzioni, cui oggi va il nostro saluto e il nostro pieno sostegno.
La domanda che dobbiamo porre non è se il primo ministro possa restare al suo posto dopo la bocciatura del lodo Alfano, ma se egli possa ancora rimanere al suo posto senza ulteriori danni per il paese, dopo aver attaccato oltre ogni limite tutte le istituzioni di controllo e di garanzia.
E mentre il Presidente del Consiglio si concentra esclusivamente sulle sue vicende giudiziarie, il governo si ostina a negare la gravità della crisi economica.
Ma su cosa la vogliamo valutare questa crisi? Sugli indici di borsa che non crollano più come un anno fa, o sul numero dei disoccupati che è in costante aumento? Vogliamo renderci conto che ci sono otto milioni di poveri? Oltre tre milioni di indigenti assoluti che non hanno le risorse per comprare pane, pasta, carne?
Ci ricordiamo dei lavoratori italiani costretti a gesti estremi, come quelli che hanno raggelato l’estate, dalle gru agli scioperi della fame, ai tetti dei provveditorati, per fare notizia, per avere risposte, per far svegliare il governo dall’indifferenza, o distoglierlo da altre distrazioni quali l’impegno costante nell’imbrigliare l’informazione, occupare la tv pubblica, accrescere il conflitto di interessi.
Il conflitto di interessi!: Che errore non averlo risolto!!!
Siamo qui con il paese tenuto fermo - "difeso", dicono loro - dal protezionismo della Lega e di Tremonti, mentre tutto fuori cambia. Attraversiamo un periodo che non si può considerare “ordinario”. In periodi come questo, è deviante ragionare e agire secondo schemi e paradigmi ordinari. Liberalizzazioni e concorrenza sono decisive, ma devono accompagnarsi ad incisive politiche industriali per agganciare le nostre imprese ai nuovi driver dello sviluppo mondiale: le energie rinnovabili e le scienze della vita e della salute.
La legge sul federalismo fiscale può costituire un’importante occasione per incentivare, al Sud come al Centro e al Nord, l’efficienza nell’uso delle risorse pubbliche. Vanno premiate le amministrazioni efficienti e punite quelle inefficienti con commissariamenti che poi riconsegnino al giudizio degli elettori quegli amministratori che hanno prodotto dissesti.
La crisi è un ostacolo, una minaccia, una continua insidia per tutti. La crisi obbliga a un cambiamento di ottica, di prospettiva, a un modo diverso di guardare la realtà e progettare il futuro: la cosa più difficile da fare perché dobbiamo essere capaci di modificare noi stessi, di metterci in discussione e superare abitudini e schemi consolidati.
Io sono indignato con questa destra.
Per colpa loro l’Italia è immobile, resta ai margini delle decisioni che contano ed è in difficoltà nel trovare un ruolo in Europa e poi nel mondo. Dobbiamo far vivere uno spazio europeo, grande e vivace abbastanza da fare in modo che i consumi interni mantengano forte l’economia. Certo, è una rivoluzione, soprattutto di mentalità e culturale. Ma se non si fa, l’Europa andrà a rimorchio, uscirà di scena e sarà esposta a tutti i venti.
Al contrario di quello che sostiene la Lega, che santifica il Po e si stringe nelle piccole comunità, il capitalismo e la globalizzazione continueranno a crescere. Il tema è dunque come riformare il capitalismo, come evitare l’esplosione del pianeta, come evitare conflitti economici e poi militari.
Torna qui il tema della politica; di una politica con strumenti e poteri di decisione sovranazionali. Una politica per dialogare, cooperare, integrare, assumersi responsabilità collettive, prevedere in tempo, orientare il futuro. L’Europa qui, diventa cruciale. Per la sua storia, la sua tradizione, la sua cultura, le sue università, il suo modello sociale. Noi europei, più di tutti, potremmo costruire i binari, le reti di un nuovo mondo più pacifico e di qualità.
Non possiamo fermare la storia e pensare di chiuderci al mondo. Gli immigrati fanno parte della nostra quotidianità. Certo, i flussi migratori vanno controllati, servono più risorse e strumenti per la polizia di frontiera al nord da dove entra il 90% degli immigrati clandestini. E dunque pensare che il problema si risolva respingendo e abbandonando al loro destino in alto mare i barconi dei disperati è pura illusione.
A Riace, in Calabria, ho conosciuto Ramlah, un bambino afgano di otto anni, sbarcato sulle coste italiane due anni fa e ora adottato dalla comunità locale. La madre lo ha affidato a degli sconosciuti, ha pagato delle persone affinché lo portassero lontano da lei, in un paese straniero dove suo figlio, forse, avrebbe potuto mangiare, studiare, non saltare su una mina anti-uomo. Pensate che noi, con le nostri navi militari in mezzo al mare riusciremo mai a fermare l’esodo di chi è spinto da tanta disperazione?
Dobbiamo costruire l’integrazione: ma ogni tentativo fallirà se ai doveri dell’integrazione non si legherà la riformulazione del diritto di cittadinanza partendo dal principio che se un bambino o una bambina nascono sul suolo italiano devono essere italiani, acquisendo nuovi diritti e nuove responsabilità.
Ci sono ancora troppe ingiustizie, in Italia, troppe cose che non funzionano. Siamo qui a parlare di uguaglianza per le donne che continuano a fare una fatica doppia, ad avere una strada con molti ostacoli, a vedere gravare su di loro il peso di un sistema che non si preoccupa della possibilità di conciliare tempi di lavoro e tempi privati.
Siamo qui a difendere la dignità del mondo dell’arte e della cultura da un governo che dopo aver tagliato le risorse finanziarie in modo indiscriminato, si accanisce anche verbalmente disprezzando un settore che da sempre esprime l’eccellenza italiana nel mondo.
Siamo qui a parlare delle difficoltà dei giovani, della precarietà, ma nessuno ricorda un’anomalia tutta italiana: da noi più si invecchia più si guadagna. E' una retta sempre crescente. In tutti gli altri paesi europei e occidentali, invece, il reddito è rappresentato da una curva, sale velocemente nei primi anni di lavoro, raggiunge il picco in età adulta, e poi cala progressivamente andando verso la pensione. La curva segue quindi la naturale produttività della vita.
Non vi sembra giusto? Io credo che sembri giusto a tanti giovani che soffrono perché rallentati e non tutelati e perché viene proposto loro il precariato a vita e non trovano chi prospetti invece una strada per facilitare l’accesso al futuro.
L’esperienza è certamente un valore fondamentale ma non è l’unico elemento che va considerato. Si può premiare la creatività, la determinazione, la forza di cambiare, forse anche un po’ di indisciplina... Mi pare che invece nel mondo lavorativo, come nella politica - anche nel PD - molti siano ancora convinti che l’esperienza sia il valore da preservare davanti a tutti, anche a scapito del cambiamento.
Io sono un ottimista di carattere, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma sono anche indignato. L’indignazione serve, le ingiustizie vanno denunciate, l’opposizione - lo dico soprattutto ai parlamentari - non è inutile, non è deprimente, bisogna esserci sempre per fare opposizione sempre!
“Dobbiamo usare il tempo come uno strumento, non come una poltrona”, ha detto una volta John Kennedy. Usiamolo il tempo che abbiamo! ...per rispondere alle emergenze: della crisi, del lavoro, della povertà.
Ma usiamolo soprattutto per spezzare il vincolo della paura che ci blocca: prendiamo la nostra indignazione e facciamola agire come motore del nostro futuro!
Chi ha paura perde: chiediamolo a qualsiasi sportivo. O chiediamolo a noi stessi, pensando ad ogni volta che abbiamo fatto prevalere la timidezza sul coraggio, la paura di perdere sulla voglia di vincere. Io voglio un PD che vince e che fa vincere le persone.
Costruire un partito nuovo non è facile. Non è facile immaginarlo, metterlo in sintonia con una società molto fluida, giustificarlo e inserirlo in un contesto istituzionale. Non è facile soprattutto uscendo da un secolo nel quale i partiti hanno assunto caratteri e ruoli straordinariamente pesanti e incisivi, si sono dati forme strutturate, rigide, più permanenti che dinamiche.
Ciò detto, penso che tutti vogliamo – come si dice – un “partito vero”. Che il problema non sia semplice, lo vediamo anche da quel che avviene nel campo avverso. Non si può negare che anche lì, un’intuizione iniziale ci sia stata, con l’annuncio sul predellino dell’auto a San Babila per bilanciare lo spettacolare esordio del PD di cui la destra comprese subito la carica innovatrice e dinamica… L’intuizione progettuale è indispensabile; ma non basta, né a loro né a noi.
Antony Giddens, rispondendo a una domanda su quale sia la differenza tra destra e sinistra, ha risposto che la differenza è nella diversa modulazione di survival and hope: sopravvivenza e speranza.
Noi democratici vogliamo una politica che sappia riattivare le speranze, che non cavalchi le paure per schiacciare le persone ai bisogni minimi, come fa la destra cacciando ogni problema sotto il tappeto e giocando a montare una spirale di ansie difensive crescenti e finte risposte scenografiche.
La politica democratica sta dalla parte dei deboli, protegge, ma ha l’ambizione, contagiosa, che ogni debole possa divenire forte. Questo è il senso dell’uguaglianza di cui parlavo all’inizio, un’uguaglianza che non appiattisce ma che potenzia e premia, che permette ad ognuno di rincorrere la propria personale felicità.
Conosco la speranza delle persone, la conosco e l’ho percepita forte, determinata, o sottile e fragile, tante volte. Da chirurgo…e poi da senatore e poi da candidato segretario.
La speranza è quando dici a un paziente in attesa di un trapianto che è arrivato un organo per lui…
La speranza è quella che ho visto negli occhi di Beppino Englaro e di tutti quanti si sono uniti in protesta contro una legge che minaccia il diritto della persona di poter scegliere quali terapie accettare o rifiutare. Un diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione, formulato nel 1947 da un giovane parlamentare della Democrazia Cristiana di nome Aldo Moro.
Per carattere e formazione sono impaziente, non mi piace perdermi in chiacchiere, bado ai risultati, e voglio un Partito Democratico che renda credibili e realizzabili le speranze delle persone.
La parola ‘credere’ ha una radice che significa “dare il proprio cuore, la propria forza vitale, aspettandosi una ricompensa”: è un “atto di fiducia che implica restituzione”. Non sono chiacchiere, deve essere il succo del nostro fare politica, il senso profondo dell’essere democratici.
Dobbiamo, però, avere più coraggio: “Una nave in porto è al sicuro ma non è per questo che le navi sono state costruite”, ha detto poeticamente Benazir Bhutto. Io dico che dobbiamo muovere le acque e navigare in mare aperto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di usare il tempo.
Condividiamo campagne parlamentari o di piazza con le altre forze di opposizione, tutti insieme. Stabiliamo una politica di alleanze, che comunque dobbiamo cercare per vincere, ma che non possono essere incompatibili con un progetto di governo.
Spero in un PD che sappia imporre le sue priorità. Sembra banale, ma ci rendiamo conto che tanti cittadini, tante persone, non sanno quali sono le nostre priorità? Lo chiedo a Dario e a Pierluigi… Avete provato a chiedere a qualche militante o ad un cittadino che simpatizza per noi quali sono i temi forti del PD? Se non lo avete fatto vi consiglio di provare…
Io vi dico le mie tre priorità, per titoli, che riprenderò nella campagna nelle prossime due settimane: il sapere, attraverso la scuola e la formazione; l’economia verde, come obiettivo e come motore dello sviluppo; i diritti civili.
Permettetemi una breve parentesi su un argomento a cui, lo sapete, tengo moltissimo. Io trovo che le primarie siano uno straordinario esperimento di democrazia partecipata e sostengo il principio delle primarie sempre.
Quello che però ancora manca in queste primarie, per essere davvero tali, è un dibattito pubblico tra i candidati.
Oggi, qui illustriamo le nostre idee, ma non ci stiamo confrontando. Il 16 finalmente ci vedremo da Youdem, ci sono voluti due mesi… Senza nulla togliere al servizio della televisione del partito, caro Pierluigi, qualcuno in questa sala crede che riusciremo a mobilitare milioni di cittadini italiani ad andare a votare alle primarie dopo un confronto trasmesso solo da Youdem?
Il nostro obiettivo è portare milioni di italiani al voto, il 25 ottobre, e dobbiamo fare ogni sforzo perché le primarie siano conosciute da tutti i nostri elettori e che ciascuno possa parteciparvi in modo informato e consapevole.
Una grande partecipazione popolare sarà la migliore dimostrazione che lo spirito e i valori del nostro partito sono forti e vivi nel Paese, che l’arroganza e la volgarità istituzionale di Berlusconi non hanno intimidito i tantissimi italiani che hanno a cuore la Repubblica e le sue istituzioni, la libertà, il ruolo dell’Italia tra le grandi democrazie occidentali.
Organizziamo dunque questo dibattito a tre in modo che raggiunga il maggior numero di italiani e diventi così il volano di questo straordinario momento di democrazia!
Mi avvio a concludere esprimendo un auspicio: impegniamoci a fare uscire dalle primarie un partito dalle priorità chiare, un partito unito, un partito che unisce. Troppi tra noi dicono che se ne andranno se dovesse vincere l’uno o l’altro, gettando i nostri militanti nello sconforto e nella delusione.
Il primo valore da salvaguardare, è di mantenere integra la più forte risorsa democratica del paese: il Partito Democratico.
Un PD unito, a mio modo di vedere significa un partito che discute, si confronta, che vota ogni volta che è necessario. Un partito dove tutti, dopo avere preso una decisione espressa a maggioranza, si sentano impegnati a sostenerla con lealtà. Un partito che si ritrova coeso, facendo dialogare gruppi dirigenti, eletti, e quella che dovrebbe essere la nostra unica corrente: i circoli e gli elettori.
Ma basta questo per proporci come alternativa credibile alla destra?
Di certo la vecchia Unione non è riproponibile. Un nuovo spezzatino da mettere nelle stesse pentole risulterebbe indigesto. Il PD come somma delle identità riformiste, racchiuse nelle correnti, non sfonda elettoralmente e appare vecchio al punto di respingere chi ha aderito al progetto iniziale.
Forse noi questo baricentro riformista lo dobbiamo trovare fidandoci un po’ di più dei cittadini e dei nostri circoli (che hanno dimostrato tante volte di essere più generosi e saggi dei dirigenti).
Abbiamo un orizzonte? Bene, dentro ad esso recuperiamo chi si è allontanato e chi se n'è andato, accogliamo più liberamente tutte le energie della sinistra e democratiche, le forze socialiste, ambientaliste, radicali… Costruiamo con loro un partito aperto, delle persone, largo, con dentro posizioni più radicali e più moderate, e troviamo la sintesi sulle scelte praticando la democrazia partecipata, chiamando gli iscritti e i militanti alla responsabilità del confronto e della decisione.
In questo modo l’impianto riformista sarà il frutto ricco di un popolo che si risente protagonista. Così come, in questo modo, il PD su alcuni temi potrà più facilmente avere il coraggio di sostenere posizioni difficili e controcorrente. Questo soggetto aperto davvero sarebbe un nuovo partito, più colto, più curioso, più contendibile per chi ha davvero qualcosa di nuovo da dire.
Qualcuno ha detto: “tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della vita”. Alcune volte, come in questo caso, gli aforismi rendono evidente ciò che è naturale.
E se è nel futuro che passeremo il resto della vita, è il futuro il tempo del PD.
Noi, i democratici, immaginiamo un’Italia più libera e giusta, dove ogni persona, chi vi nasce o chi ci arriva, si senta titolare di diritti, senta di avere l’opportunità di crescere, formarsi, scoprire e seguire le proprie aspirazioni, sappia di essere protetto e tutelato, viva in un ambiente che coniuga competitività ed etica.
L’Italia che immagino può nascere se superiamo l’indignazione e troviamo il coraggio di rilanciare le speranze delle persone.
Dunque bene il confronto, ma io vi dico: uniti, uniti, e ancora uniti, per un Pd da vivere, un Pd che vuole vincere, un Pd che cambia l’Italia.

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sabato 10 ottobre 2009

Un cammino inverso di Angelo Bertani in “Adista” - Segni Nuovi – n 101 del 10 ottobre 2009

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Dobbiamo saper contare oltre l'Uno di Enzo Bianchi in “La Stampa” del 10 ottobre 2009

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Parabole di Adriana Zarri

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COME SE DIO NON CI FOSSE

COME SE DIO NON CI FOSSE

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A Mantova al Festival della Letteratura 10 settembre 2009, in Piazza Sordello > > >

Come è noto, la formula del “politicamente corretto”, nel nostro Occidente, è fare “come se Dio non ci fosse”.
“Come se Dio non ci fosse” è la formula di un Dio facoltativo. Se ti serve lo prendi, se ti incomoda, lo lasci. Dio come optional. Alla base non c’è l’idea biblica di servire Dio, ma l’idea “politica” di servirsi di Dio. Lo licenzio e lo richiamo in servizio, lo ignoro e lo uso. Un Dio utensile, un Dio tappabuchi, come lo chiamava Bonhoeffer.
È un Dio con cui si può fare quello che si vuole. Per esempio lo si rifiuta per sé, ma lo si mette sulle spalle degli altri. Io

  faccio quello che voglio, ma siccome Dio c’è, la proprietà è sacra. Io uccido, ma chi mi uccide è maledetto da Dio. Io rubo, ma se lo Stato mi mette le mani in tasca col fisco, mi appello al comandamento divino che dice “non rubare”. Io mi professo ateo, però voglio che il Papa difenda la società cristiana. Io sono pieno di amanti e prostitute, ma se arriva un musulmano con tre mogli, è un affronto alla nostra cultura. Io faccio come se Dio non ci fosse, però mi fa comodo che la Chiesa ci sia, perché insegna le buone maniere e assicura l’ordine sociale, e così si risparmia con la polizia. Io sono un mafioso, ma voglio la mia messa privata nel covo; sono un libertino, ma devoto. 
Questa si potrebbe chiamare la religione della convenzione: si conviene che… Non si tratta di decidere se Dio c’è o non c’è, si tratta di mettersi d’accordo su che cosa fare di lui. La società laica moderna si basa sull’accordo di fare a meno di Dio, anzi di non parlarne nemmeno. Ufficialmente non dice che Dio non c’è, e lascia la cosa al disbrigo privato. Se dicesse che Dio non c’è, sarebbe atea; ma tra società laica e società atea non corre buon sangue, e anzi nel Novecento esse si sono aspramente combattute, democrazie teiste contro comunismo ateo. La religione del come se, contro la religione del non c’è.
La religione della convenzione, che lascia Dio come ipotesi, contrasta con la religione della rivelazione, che dà Dio per certo in quanto si è rivelato. La religione della convenzione pertanto è relativista, perché il “come se” non descrive una realtà, ma la finge. La religione della rivelazione è invece assoluta, perché dice che Dio è, e perciò non finge una realtà, ma la afferma.
È abbastanza paradossale che la religione della rivelazione chieda soccorso alla religione della convenzione. È quello che fa la Chiesa quando chiede che gli uomini facciano per finzione ciò che non credono per fede. Lo ha fatto il cardinale Ratzinger nel discorso di Subiaco, poco prima di essere eletto papa: egli ha cercato di rovesciare il “come se” a favore della sua causa, e agli uomini moderni ha detto: se non credete in Dio, fate almeno come se Dio ci fosse. La sua idea era che ciò per gli uomini fosse comunque un guadagno; però in tal modo faceva suo il relativismo criticato negli altri, e riportava la Chiesa a ragionare, come ai tempi ottocenteschi, in termini di “tesi” e “ipotesi”.
Questa idea, tutta moderna, di non credere ma fingere che Dio ci sia, non è affatto una rarità: sono in molti a praticarla, soprattutto tra i membri delle classi dirigenti, che siano esponenti dell’esecutivo o ex presidenti del Senato, e sono tutti quelli che vorrebbero una religione civile: radici cristiane, legge e ordine.
Ora a me pare – e per questo ho scritto il libro “Se questo è un Dio”– che siamo giunti a un punto critico, per il quale è necessario abbandonare ogni religione del come se: sia quella del come se Dio non ci fosse, sia quella del come se Dio ci fosse; e una buona ragione è che queste non sono fedi, ma sono ideologie (non che le ideologie siano un male, ma lo sono se si pretendono religioni), e l’una è l’eguale e il rovescio dell’altra.
Se si crede che Dio non c’è, e che la società non debba impicciarsi di lui, è molto meglio fare l’opzione atea; è una opzione perfettamente legittima che ha piena dignità intellettuale e non sminuisce in alcun modo la stima dovuta a chi la fa; nei Salmi si dice che “è stolto chi dice che Dio non c’è”; invece il papa Giovanni XXIII, nell’enciclica “Pacem in terris”, diceva che nel non credente è presente la luce della ragione e l’onestà naturale, e l’azione di Dio in lui non viene mai meno. Per quanto mi riguarda, attraversando la seconda metà del Novecento, spesso ho trovato più fede e più amore negli atei, o che si definivano tali, che negli osservanti.
Se invece si pensa che Dio c’è, non lo si può introdurre di contrabbando, per esempio facendo appello a una legge naturale che sarebbe obbligatoria per tutti e dovrebbe essere imposta a tutti attraverso le vie del potere che non sono le vie di Dio. Ogni doppiezza nei riguardi di Dio deve essere esclusa. Dio è una cosa semplice, non è una cosa complicata o contorta; il linguaggio che lo riguarda è quello del sì sì, no no; ciò che resta oscuro di Lui è un problema di fede, non una questione enigmistica.
Soprattutto i giovani hanno bisogno di chiarezza nei discorsi che riguardano Dio. Già troppo li abbiamo gettati in un mondo di incertezza, di precarietà, di false rappresentazioni, di ipocrisie; un mondo in cui la reality è in verità una fiction, il virtuale si mangia il reale, l’immagine travisa la visione, la visione sostituisce l’esperienza. Li abbiamo messi in una rete di comunicazioni, di messaggi, di codici cifrati, si può in tempo reale raggiungere chiunque e comunicare qualsiasi cosa. Ma dov’è la cosa da comunicare? Quali sono i loro maestri? Siamo stati capaci di dar loro libri da comodino, che non si lasciano, libri da leggere perfino in bagno, come noi facevamo? Perché li costringiamo a cercare guru esotici, ad andare in India, a uscire fuori di sé per trovare qualcosa di sé?
I giovani salgono sull’onda, sono nel turbine, si piegano al vento, ma hanno bisogno di qualche sponda, di qualche affidamento, di qualche punto fermo. Se hanno un amico devono poter contare su di lui, se hanno un amore, che almeno non troppo presto finisca. Se hanno un lavoro, che non lo perdano domani. Non possono mettere anche Dio nella loro instabilità, nel vuoto delle risposte che non vengono date. Non possiamo parlare loro di un Dio che c’è ma facciamo finta che non ci sia, che non c’è ma facciamo finta che ci sia.
Il vero problema non è il “se”, ma il “come” di Dio.
Di quale Dio parliamo quando parliamo di Dio? Quale è il racconto che lo narra? Quale è il Dio di cui vale la pena che i giovani decidano se prenderlo o lasciarlo? Anche il papa dice che non ogni Dio è degno di fede. Ebbene, quale è il Dio di cui si possa dire: “Questo è un Dio”?
Non si tratta di una domanda nuova. Sono almeno quattro secoli che questa domanda preme sulle frontiere della cristianità, è la domanda che non ha avuto soddisfacente risposta, e su questa domanda inevasa si è costruita la modernità. Perché la modernità ha detto alle Chiese e ai principi cristiani che si facevano le guerre religiose in Europa: se questo è il vostro Dio, allora facciamo come se Dio non ci fosse. Se Dio presidia i troni, se invade l’Impero per stabilirvi il potere temporale dei Papi, se istituisce censure e inquisizioni e nega libertà alle coscienze, allora facciamo come se Dio non ci fosse.
E oggi si potrebbe dire alla Chiesa: se “chi è l’uomo?” lo chiedi alla biologia invece che al Vangelo, se cadi nel feticismo dell’embrione, se chiami il feto persona e gli sacrifichi la madre, se Dio sta nelle staminali e non nelle speranze di vita dei malati, se Dio preferisce una vita fisica inerte e incosciente attaccata alle macchine invece della “vita vera” nella casa del Padre, allora facciamo come se Dio non ci fosse.
E d’altra parte, nella ricerca di ciò che Dio potrebbe essere per l’uomo, la società del XVI e XVII secolo ha detto alle Chiese: se Dio non si compiace della umana ricerca del vero, se non ci incoraggia nella nostra impresa di costruire l’età moderna e il futuro, se non ci stimola alle scoperte della scienza, se non presidia la nostra libertà quando rovesciamo i potenti dai troni e mettiamo le fondamenta al diritto, se non ci conferma quando alla giustizia offriamo gli strumenti della certezza giuridica e del diritto positivo, allora facciamo come se Dio non ci fosse.
È da quattro secoli che la modernità sta su questo fronte, e per quattro secoli la cristianità non ha dato risposte, non ha aperto varchi alla critica; ancora nell’8oo la Chiesa cattolica lanciava col Sillabo l’anatema contro gli “errori” moderni, a cominciare dalla libertà; e solo nel Novecento, col Concilio, la Chiesa ha smesso di pronunciare condanne e ha cominciato a dare una risposta nuova a quella domanda.
Dunque quella ipotesi, quella finzione, “facciamo come se Dio non ci fosse”, “etsi daremus non esse Deum”, si è rivelata una potente molla del progresso storico, ma anche una potente spinta alla conversione della Chiesa, e ad una qualificazione e purificazione del discorso su Dio.
È interessante notare che questa formula potente che ha dato avvio alla modernità e ha sottoposto la Chiesa al pungolo della profezia, viene dalla letteratura, viene da un libro, e si potrebbe quindi assumere non solo come simbolo di un passaggio epocale, ma anche come simbolo della potenza della letteratura.
L’espressione “anche nella blasfema ipotesi che Dio non esista o che Egli non si occupi dell’umanità”, figurava infatti nella Introduzione di un libro del 1625, in cui per la prima volta si cercava di stabilire un diritto della guerra e della pace. Ne era autore un cristianissimo giusnaturalista olandese, Ugo Grozio, che per costruire il suo edificio giuridico, autonomo e capace di funzionare da sé, sentì il bisogno di mettere Dio tra parentesi. Questa formula letteraria, come abbiamo visto, ha avuto una grandissima fortuna; e oggi ci permette di dire che la laicità moderna, che appunto fa come se Dio non ci fosse, ha avuto il suo rivestimento linguistico, all’inizio, non da un illuminista ateo, ma da un giusnaturalista cristiano.
È inutile discutere adesso se era proprio necessario, allora, per entrare nella modernità, mettere Dio alla porta e fare come se Dio non ci fosse. Se è andata così, vuol dire che storicamente non hanno potuto affermarsi altre alternative. Ma se oggi ne parliamo è perché, a mio giudizio, la questione, bloccata da quattro secoli, si è in qualche modo riaperta; e a riaprirla non è stata la cultura laica, che su questa materia non ha prodotto un nuovo pensiero, ma è stata proprio la Chiesa; e ciò ha fatto col Concilio Vaticano II.
Il Concilio ha rimesso in discussione la finzione pubblica “facciamo come se Dio non ci fosse”, e non lo ha fatto mettendosi ancora una volta su un piano controversistico ed apologetico, ma riaprendo il discorso su Dio. Finalmente, col Concilio, la Chiesa ha sentito il bisogno di rispondere alla domanda moderna su Dio, e per farlo ha dovuto prima rimettere in discussione se stessa, poi riprendere la strada degli antichi  Padri della Chiesa, greci e latini, che per costruire la fede non enunciavano dei dogmi, ma raccontavano una storia, che chiamavano storia della salvezza, “historia salutis”.
Ebbene il Concilio è tornato a narrare la storia della salvezza, dal disegno del Padre alla comparsa di Adamo all’incarnazione del Figlio e fino a noi; e a leggerla questa storia della salvezza raccontata dal Concilio appare abbastanza diversa, anzi molto diversa, dal modo in cui noi l’avevamo ascoltata e capita fino a ieri.
Perciò oggi il Concilio è tanto contestato, perché riprendendo in mano la storia antica, apre a una storia nuova. Si può dire che non legga più la storia della salvezza come “storia sacra”, ma come storia umana, come storia laica e profana amata e sorretta da Dio. Perciò molti libri di cui sono pieni gli scaffali dei seminari e delle università cattoliche dovrebbero essere riscritti.
Leggere la fede cristiana attraverso la  historia salutis del Concilio è un esercizio fecondo, pieno di sorprese. E da lì si capisce la gioia, la forza liberatrice, l’immagine dolce e misericordiosa di Chiesa che dal Concilio voluto da papa Giovanni è stata trasmessa. Perché dal piano di Dio nella storia della salvezza che il Concilio ha ricostruito nell’alveo della grande Tradizione, emerge non un Dio bifronte, quale spesso si trovava nei vecchi catechismi, terribilis et fascinans, per usare il binomio di un famoso libro di Rudolf Otto, ma un Dio solamente buono, una sola faccia, nella sua indivisa bontà e nella gratuità del suo dono. Emerge un Dio che non si pente dell’uomo, che non lo scaccia  dal giardino dell’Eden dandogli per punizione la morte, il sudore della fronte per il lavoro e i dolori del parto. Queste non sono pene del peccato, come diceva un’antropologia pessimistica, ma sono la condizione creaturale dell’uomo, la sua gloria; né la natura dell’uomo è decaduta, sfregiata dal peccato originale, perché mai, neanche dopo la caduta, dice il Concilio, Dio ha cessato di amarlo e di offrirgli i mezzi della salvezza. Il Dio raccontato dal Concilio perciò, non deve ottenere “soddisfazione” per l’offesa ricevuta, è un Dio che non deve essere “placato” da nessun sangue, non quello del Figlio, tanto meno quello delle innumerevoli vittime; la via sacrificale, nella religione come nella storia, nelle prigioni come nella guerra, è preclusa. È questo un Dio che non è un padrone sacro, ché anzi è più laico di noi, un Dio “relativista”, perché ama santi e peccatori ed è amico di tutte le culture, senza badare alle loro radici; un Dio che non difende i diritti di Dio, perché anzi se ne è svuotato entrando come carne nella nostra umanità; un Dio non classista, perché è entrato nel mondo non dalla parte dei signori, ma scegliendo la condizione del servo, e anzi dello schiavo, che era il “non uomo”, il migrante naufrago di allora; un Dio legislatore, ma nello stesso tempo obiettore, perché è il primo a essere felice se la legge è trasgredita per amore, come la trasgredirono Giuseppe e Maria, senza di che il figlio di Dio neanche sarebbe nato, e come la trasgredì Gesù che violò il sabato e mandò libera l’adultera; un Dio sofferente e addolorato, perché la sua creazione è ferita, e perché l’umanità è divisa, gravata dal peccato, preda del dominio e vittima della guerra; un Dio che non si sostituisce magicamente a ciò che gli uomini possono fare da soli, ma li rifornisce di amore perché possano farlo; un Dio dunque del quale non c’è bisogno di fare come “se non ci fosse”.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 14 Settembre 2009 16:11 )  

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martedì 6 ottobre 2009

Il paradosso dei cattolici

6/10/2009

Il paradosso dei cattolici
di Gustavo Zagrebelsky - da La Repubblica


L'esistenza nella galassia cattolica di "cattolici democratici" è di per sé stessa la dimostrazione di una difficoltà non risolta nel rapporto tra democrazia e cattolicesimo. Se la difficoltà non ci fosse, l'aggettivo specificativo sarebbe superfluo. Il fatto che vi siano cattolici che si auto-definiscono democratici significa sì che il cattolicesimo è compatibile con la democrazia, ma anche che la democrazia non è coessenziale al cattolicesimo, perché esso contempla anche l'antidemocrazia. Se poi consideriamo che i cattolici democratici, per loro stesso riconoscimento, nel loro mondo sono oggi minoranza, la conclusione preoccupante è che, dalla maggioranza, le regole della democrazia, se sono accettate, lo sono non per adesione, ma per sopportazione o per opportunità: se e finché non si prospettino convenienze migliori.

Queste affermazioni possono sembrare temerarie, considerando il contributo cattolico alla lotta di liberazione, all'elaborazione della Costituzione e alla partecipazione alla vita democratica nei decenni che ne sono seguiti. Ma, per l'appunto, il mondo cattolico è una galassia dove c'è di tutto e quel contributo alla democrazia, che nessuno potrebbe negare o sminuire, si accompagna al permanere di atteggiamenti d'altro genere, riserve mentali e aperte contraddizioni. Una frattura profonda ha separato, fin dalle origini, la democrazia moderna dal mondo cattolico e questa frattura, evidentemente, non è completamente sanata. La ricorrente accusa di "relativismo" rispetto ai "valori" è solo una denuncia aggiornata dei "deliramenti" democratici d'un tempo (enciclica Diuturnum illud del 1881).

Nel contesto di questa diffidenza antica si sviluppa la testimonianza che Rosy Bindi, una delle voci più impegnate a difendere l'identità e l'eredità dei cattolici democratici, ha reso in un libro-intervista con Giovanna Casadio (Quel che è di Cesare, Laterza, pagg. 144, euro 10). È una testimonianza di quel che la fede cristiana può portare come contributo all'ethos democratico. Ma è anche la prova della tensione che deriva non - come talora erroneamente si dice - dall'essere cittadino e credente al tempo stesso (come se la democrazia dovesse essere necessariamente atea o agnostica), ma dall'essere al tempo stesso cittadino e membro della Chiesa cattolica, quando essa - per così dire - si pone (in misura più o meno stringente, si è sempre posta) come organizzazione dell'obbedienza nelle cose temporali. Non sono le fedi, laiche o religiose, a creare difficoltà. Esse, in quanto vissute nella libertà e nella responsabilità, non impediscono la democrazia, anzi l'arricchiscono. È nella duplice appartenenza allo Stato democratico e alla Chiesa come potere disciplinare, la radice della difficoltà. Due lealtà possono entrare in conflitto; doveri diversi possono contrapporsi. Il cittadino, per rispettare se stesso, dovrebbe negare il credente; il credente, per non contraddire il suo vincolo confessionale, dovrebbe negare il cittadino.

Non è vero, infatti, che le due appartenenze si completino a vicenda. Il conflitto è in agguato. La democrazia presuppone l'apertura al dialogo fecondo, cioè non per finta, in vista di accordi e, ove occorra, di compromessi. Esige, in una parola, atteggiamenti non dogmatici ma laici. L'appartenenza alla Chiesa puo invece creare situazioni drammatiche di aut-aut: o dentro o fuori, o obbedienza o tradimento e scomunica. Due logiche che, quando si scontrano radicalmente, creano difficoltà e sofferenze che possono risolversi solo con la capitolazione di una delle due parti. Anche il famoso caso, citato anche nell'Intervista, di Alcide De Gasperi che resiste al Diktat politico del Papa minacciando le dimissioni da presidente del Consiglio, ne è la riprova. Fu Pio XII a recedere, cioè a capitolare. Non fosse stato così, le dimissioni di De Gasperi, dal punto di vista dei suoi doveri civili sarebbero state non una dimostrazione di laicità, ma a sua volta una capitolazione di fronte a una pretesa clericale. Tra i doveri civili, non c'è infatti quello di lasciare il proprio posto, se la Chiesa si inalbera.

La riflessione di Rosy Bindi tocca molti problemi, di teoria e di pratica politica, e li tocca in modo tale da mostrare le possibilità d'integrazione del cattolicesimo democratico nella vita politica comune, al di là dello steccato confessionale. E mostra altresì il contributo di umanità, giustizia e solidarietà ch'esso è in grado di dare, un contributo al quale i non cattolici non possono essere indifferenti. Ma questa riflessione non tace le difficoltà che derivano dalla posizione politica che la Chiesa Cattolica è venuta assumendo negli ultimi anni, con l'allontanamento progressivo dallo spirito del Concilio Vaticano II. È un regresso, le cui conseguenze sono denunciate a chiare e brucianti lettere, con espliciti riferimenti alla politica della CEI del cardinal Ruini: «Purtroppo, smarrita la memoria storica e rimossi i fondamenti della Costituzione e del Concilio Vaticano II, siamo finiti dentro la contraddizione strumentale che la destra sta facendo della religione. C'è un ritorno al passato, abbiamo bruciato un secolo di storia». C'è solo da aggiungere due cose: che "quest'uso blasfemo della fede" non è solo della "destra" e trova spesso la calda riconoscenza della gerarchia ecclesiastica.

Gli ambienti curiali, cattolici e atei, denigrano questo genere di considerazioni come trita lamentazione sul "concilio tradito". Non è così. È invece la puntuale registrazione di una strategia fatta innanzitutto di irrigidimenti disciplinari nei confronti dei fedeli, frequentemente richiamati all'ordine gerarchico perfino in occasioni elettorali, e poi di accordi di potere tra vertici della Chiesa e vertici politici, dove l'obbedienza prestata dai cattolici alla gerarchia diventa strumento di pressione, se non di ricatto, nei confronti dell'autorità civile. Tutto questo si è visto all'opera con i "non possumus", i "richiami impegnativi", l'appoggio o il ritiro dell'appoggio a questa o quella formazione politica, a questo o quel governo, fino a condizionarne l'esistenza o la sopravvivenza. Una Chiesa così potrà pure richiamarsi, davanti al popolo dei suoi credenti, alla propria funzione di traghettatrice delle loro anime nel mondo che ha da venire; ma, per l'intanto nel mondo che c'è, essa è una struttura di potere (cioè di peccato), che divide gli animi e fa della fede religiosa, usata in quei modi, una ragione di conflitto.

Rosy Bindi cita un insegnamento di Pierre Claverie, il domenicano ucciso nel 1996 in Algeria, a causa del suo impegno alla comprensione tra i popoli, un insegnamento che contiene la chiave per comprendere come una fede religiosa può integrarsi nella democrazia, cioè in una "vita buona" per tutti: «Esiste solo un'umanità plurale e quando pretendiamo di possedere la verità o di parlare in nome della verità, cadiamo nel totalitarismo e nell'esclusione. Nessuno possiede la verità, ognuno la cerca (...) spigolando nelle altre culture, negli altri tipi di umanità, ciò che anche gli altri hanno compreso, hanno cercato nel loro cammino, verso la verità: Sono credente, credo che c'è un Dio, ma non pretendo di possedere quel Dio. Non si possiede Dio. Non si possiede la verità e io ho bisogno della verità degli altri».

Questo è l'atteggiamento di umiltà e, al tempo stesso, di fiducia negli esseri umani e di disponibilità al lavoro comune che costituiva l'anima del Concilio Vaticano II, di cui la Gaudium et spes è l'espressione: la libertà dei credenti in re sociali, accanto agli uomini di buona volontà, la loro responsabilità di fronte a Dio e ai propri fratelli, il divieto di invocare l'autorità della Chiesa a sostegno delle loro posizioni, divieto che, simmetricamente, non poteva non implicare l'astensione della Chiesa stessa da interventi vincolanti la coscienza dei cattolici. La presenza cattolica nelle società umane era concepita come lievito che opera dall'interno, dipendendo dalla forza persuasiva della testimonianza che può venire dalla vita cristiana, vissuta con coerenza. C'è un'immagine, nell'enciclica Ecclesiam suam (1964) del papa Paolo VI che esprime bene quest'idea: i centri concentrici in cui si diffonde la testimonianza cristiana, fino a raggiungere l'intera umanità.

Nell'insegnamento del Concilio, quella che, legittimamente, per i credenti è verità si trasforma, nei confronti della società nel suo complesso, in esempio, carità. È l'unico modo per porsi in posizione amichevole. Invece, ora assistiamo, nell'insegnamento del papa Benedetto XVI, all'insistenza sempre più marcata sulla verità unita in binomio alla ragione: la verità della Chiesa è unica verità di ragione, e la ragione è universale. Così, la verità cattolica pretende che non solo i credenti ma anche i non credenti pieghino il ginocchio. Quest'audace operazione teologica si trasforma in una pretesa universalistica della Chiesa. I non credenti, per così dire, impenitenti, diventano nemici non solo della verità, ma anche della ragione. Un innegabile capovolgimento del Concilio.

In questo contesto si spiega l'invito che il papa Benedetto XVI rivolge ai non credenti affinché essi, per quanto privi di fede, si adattino ad agire veluti si Deus daretur, come se Dio (anche per loro) esistesse. Non sarebbe la fede a esigerlo, ma la ragione. A questo detto papale Bindi, nelle pagine finali, esprime la sua adesione. Questo è forse l'unico mio punto di dissenso, tra le tante cose che l'intervista ci dice e che testimoniano dell'appassionata ricerca dell'Autrice circa il modo d'essere, senza contraddizione, cristiana e cittadina, insieme. Gli inviti al come se sono inaccettabili. L'agire come se Dio esistesse è una provocazione nei confronti dei non credenti. Essi dovrebbero contraddire la loro coscienza e seguire non la loro ragione, ma quella proclamata dalla Chiesa come verità. Il rispetto reciproco non è compatibile con questo genere di inviti.

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Un Milan di sinistra di Massimo Gramellini - LASTAMPA.it

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6/10/2009
Un Milan di sinistra
Milano, 6 dicembre 2009. De Benedetti è il nuovo presidente del Milan. È l’attesa svolta della trattativa che ha tenuto il Paese col fiato sospeso per due mesi. Ai primi di ottobre un giudice del Kgb di Milano aveva condannato il Cavaliere a risarcire l’Ingegnere con 750 milioni per il pasticcio Mondadori. Dopo aver chiesto la sospensione del pagamento, o almeno la sua dilazione in rate da un euro pagabili in 750 milioni di anni, Berlusconi si è convinto a cedere un gioiello di famiglia. La sua scelta è caduta su quello che gli dà più grane, ma non è riuscito a vendere il Tg1 e così ha virato sul Milan, valutato 850 milioni senza Kakà e 900 senza Galliani. La trattativa sembrava essersi arenata, invece stanotte le parti hanno trovato l’accordo: Berlusconi ha abbassato la valutazione a 750 e in cambio De Benedetti si è preso anche Galliani, che domani firmerà il primo editoriale su «Repubblica».

Il nuovo presidente democratico ha annunciato che trasformerà San Siro in un salotto: ingresso a sbafo e una percentuale di due scrittori stanchi e un aspirante regista per metro quadro, sul modello delle terrazze romane. Indette le primarie per la scelta dell’allenatore: termineranno un minuto dopo la fine del campionato. La squadra sarà ispirata ai criteri del politicamente corretto: ci saranno un clandestino sul filo del fuorigioco (forse ancora Inzaghi), uno stopper donna e un portatore di handicap, Pistorius, che corre molto più di Ronaldinho. La notizia dell’acquisto del Milan da parte della sinistra è stata accolta entusiasticamente dalla nuova fondazione di D’Alema, Forza Inter.

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venerdì 2 ottobre 2009

Una riflessione sul profondo significato del perdono - Il bacio della misericordia alla giustizia

Una riflessione sul profondo significato del perdono

Il bacio della misericordia
alla giustizia


Un bacio della misericordia alla giustizia. È quello che ha dato Giovanni Paolo II incontrando in carcere il suo aggressore, il 27 dicembre 1983. Il bacio del perdono nella stanza di una prigione. Nella prefazione al libro di Pierre Descouvemont, Dieu de justice ou de miséricorde? (Paris, Éditions de l'Emmanuel, 2009, pagine 217, euro 16), uscito in questi giorni, il vice decano del Collegio cardinalizio invita il lettore a una meditazione sul perdono mostrando come giustizia e misericordia non siano in contrapposizione e come esse, anzi, in Dio si concilino. Pubblichiamo qui di seguito una nostra traduzione della prefazione scritta dal porporato.

di Roger Etchegaray

Ogni prefazione stabilisce o sottolinea un legame con l'autore dell'opera e con il suo pensiero. Ho scritto decine di prefazioni sempre "su ordinazione", raramente spinto da un amico, ancor meno da un condiscepolo, ormai raro al tramonto della mia vita. Pierre Descouvemont, sacerdote della diocesi di Cambrai, è uno di questi. Nel seminario francese di Roma, dove lo conobbi sessant'anni fa, respirava la gioia semplice dei figli di Dio e divenne un fine conoscitore dell'animo della piccola Teresa di Lisieux.
Questo libro sulla giustizia e sulla misericordia di Dio affronta i due aspetti che meglio definiscono Dio nella sua tenzone con l'uomo. Nulla di più serio. Nulla di più rassicurante. Nulla di più quotidiano. Biblisti, teologi, tutti i peccatori ne sono i testimoni attoniti.
"Giustizia e misericordia si baceranno" (cfr. Salmi, 85, 11). Giovanni Paolo II non si è accontentato, sulla scia del salmista, di cantarlo nella sua enciclica di fresca bellezza (Dives in misericordia, 30 novembre 1980). Il 27 dicembre 1983 lo ha vissuto attraverso il bacio del perdono dato al suo aggressore nel profondo di una prigione. Una sola immagine della televisione, muta, fugace e sfocata, è bastata a scuotere milioni di coscienze in tutto il mondo. Molto più di quanto potrebbe fare l'ammirevole quadro di Rembrandt, che rappresenta il figliol prodigo ai piedi dell'anziano padre, che padre Gourgues, domenicano, ha osato chiamare "Padre prodigo" ... di misericordia.
Come può l'uomo moderno, tanto desideroso di giustizia, sopportare il bruciore di un bacio dato dalla misericordia? Lungi dall'opporsi alla giustizia, la misericordia la postula e la esige. Ma va oltre. La misericordia di Dio discende più in basso della miseria dell'uomo. L'uomo rivendica e rifiuta nello stesso tempo di essere giudicato. La nostra coscienza esige un giudizio che ricompensi il bene e punisca il male. Un giudizio che del resto avrà luogo al momento della nostra morte e al quale il Signore ci chiede con insistenza di prepararci.
Ma, allo stesso tempo, noi rifiutiamo di lasciarci pesare anche sulle bilance più giuste, poiché siamo convinti che la nostra verità sia interiore e possa essere afferrata solo dagli occhi dell'amore. Giovanni Paolo II arriva a dire che l'amore provoca una "rifusione" della giustizia. Un mondo da cui si eliminasse il perdono potrebbe forse essere giusto, ma di una giustizia fredda, in nome della quale ognuno rivendicherebbe i propri diritti, portando all'oppressione dei più deboli da parte dei più forti. Dal peccato dell'uomo, l'amore di Dio si è rivestito dell'abito della misericordia. Nulla a che vedere con la pietà condiscendente, né con la debolezza complice, né con il calcolo interessato. Come quest'opera mostra bene.
E la misericordia produce il suo frutto quando l'uomo, amato fino al perdono, diviene a sua volta misericordioso. Solo allora la terra diventa respirabile, abitabile... Persino in una prigione.


(©L'Osservatore Romano - 2 ottobre 2009)

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L'OSSERVATORE ROMANO - «Caritas in veritate»: prima del profitto e della produzione viene il dono (che è gratuito) L'uomo rivelato all'uomo

«Caritas in veritate»:  prima del profitto e della produzione viene il dono (che è gratuito)

L'uomo rivelato all'uomo


Il 29 settembre si è svolto a Roma, al Forum delle Associazioni di ispirazione cattolica del mondo del lavoro, il convegno "Persona, lavoro e sviluppo", sull'enciclica "Caritas in veritate". Pubblichiamo un ampio estratto della relazione dell'arcivescovo-vescovo  di  Trieste,  presidente dell'Osservatorio internazionale cardinale Van Thuan sulla dottrina sociale della Chiesa.

di Giampaolo Crepaldi

La Caritas in veritate, presenta molti elementi di novità che possono frastornare anche il lettore esperto di dottrina sociale della Chiesa se costui si attiene troppo rigidamente ai temi "classici" - mi si passi l'espressione - del magistero sociale pontificio. La Caritas in veritate va collocata dentro la tradizione come essa espressamente dice, ma sarebbe un peccato se questo comportasse una opacità nel vedere le sue formidabili novità di impostazione. Vorrei farvi qualche esempio in proposito. Da una enciclica sociale sullo sviluppo che si rifà espressamente alla Populorum progressio, ci si potrebbero attendere analisi e riflessioni sui dazi, sulle dinamiche del commercio internazionale, sulle materie prime o sui prezzi dei prodotti agricoli, sulle percentuali di Pil da dirottare negli aiuti allo sviluppo e così via. Si incontra invece un'enciclica che, pur non trascurando questi e altri temi, anche molto concreti, si sofferma a parlare dell'influenza che sullo sviluppo hanno il rispetto della libertà religiosa, la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, l'assolutismo della tecnica, l'atrofizzazione della coscienza. Molti passi riflettono sui nessi profondi tra lo sviluppo e la prospettiva della vita eterna o la consistenza ontologica dell'anima, come per esempio il numero 76. Molti lettori sono rimasti sconcertati da questo tipo di approccio e qualcuno ha affermato che l'enciclica tocca i problemi specifici dello sviluppo senza approfondirli. Rischia così di venire perduta o almeno ridotta la percezione della novità di prospettiva dell'enciclica.
La mia idea è che la grandezza di questa enciclica consista nel chiederci una conversione nel considerare le cose e il loro ordine. Siamo abituati a collocare i temi secondo un ordinamento che non corrisponde alla realtà e che non può essere vocazione ad alcun vero sviluppo.
Per esempio, oggi un politico e un amministratore non sanno bene valutare l'importanza delle religioni per lo sviluppo del proprio o degli altri Paesi e non sanno più discernere tra una religione e un'altra in ordine alla loro capacità di produrre sviluppo. Non si è in grado di valutare le conseguenze in termini di sottosviluppo di religioni non amiche della persona o dell'irreligiosità indifferente e cinica, indotta da un laicismo radicale, presente in tanti Paesi del mondo sviluppato. Ma è proprio vero che tutto ciò non ha nulla a che fare con lo sviluppo? Siamo veramente sicuri che la concorrenza internazionale di un sistema-Paese non sia anche dovuta alla tenuta del "sistema morale di riferimento" (45)? Che sia solo problema di infrastrutture o di cambio con il dollaro?
In economia siamo spesso ancora fermi a pensare che bisogna prima produrre la ricchezza per poi distribuirla. Una scissione tra economia e società dalle conseguenze tragiche. La pretesa di un'economia a-sociale e di una società a-economica che è fonte di innumerevoli sprechi e disfunzioni. Uno schematismo deleterio che aggiunge l'uomo-solidale dopo l'homo oeconomicus e non ci permette di vedere quanto, nel lavoro stesso, ci sia di gratuito e di volontario:  il lavoro ben fatto e curato, il lavoro creativo, il lavoro artigianale che produce cose belle, il lavoro fatto con passione e dedizione personale a cui educare i giovani, il lavoro fatto con sacrificio, il lavoro vero dell'economia reale, il lavoro onesto e coraggioso, le capacità relazionali di lavorare insieme non solo come lavoratori ma come persone, il lavoro volontario che è presente in tutti i lavori, il lavoro solidale diretto ad altre persone.
Pretendiamo la giustizia, ma non coltiviamo la carità, senza la quale non c'è nemmeno giustizia; ci preoccupiamo perché d'estate vengono abbandonati i cani e non ci curiamo delle vite impedite con l'aborto; pretendiamo di sviluppare solidarietà nel lavoro, ma distruggiamo la famiglia che è vera scuola di solidarietà e la contrapponiamo al lavoro anziché integrarla con esso; ci affidiamo alla tecnica per risolvere i problemi ambientali quando sappiamo che sono dovuti proprio all'assolutismo della tecnica; gonfiamo costosi apparati per gli aiuti internazionali e il 90 per cento del loro budget è impiegato per le spese correnti di mantenimento della struttura; vogliamo educare i giovani all'assunzione di responsabilità e mettiamo in mano delle ragazzine di 16 anni la pillola abortiva; cadiamo ancora di frequente nella trappola del Nord cattivo e del Sud buono; diffondiamo nelle scuole la cultura del determinismo evolutivo per il quale saremmo tutti figli della necessità e del caso e poi pretendiamo che i giovani vedano nella natura una vocazione da rispettare; parliamo di integrazione tra le culture poi, però, non sappiamo fare un passo oltre il già fallito multiculturalismo; critichiamo la tecnica ma poi possediamo un telefonino e mezzo ad abitante; riteniamo che la lotta all'aids si faccia con i preservativi, consideriamo la prostituzione un fatto di ordine pubblico da disciplinare in modo adeguato magari in quartieri appositi. A ogni problema interiore ricorriamo all'esperto quando un tempo bastava il confessore. C'è qualcosa che non va. C'è molto che non va. C'è un ordine delle cose da rimettere a posto, una conversione di prospettiva da attuare. L'enciclica è un invito all'uomo affinché "rientri in se stesso" (68).
Si tratta di grossolani errori relativi alla verità, ma ogni errore relativo alla verità rende difficile anche l'esercizio della carità, perché non si può fare il bene dell'altro senza sapere quale sia il suo bene, proprio perché non sappiamo più che cosa è il bene.
Ora chiediamoci che cosa significhi per noi partire dalla verità e dalla carità. Questa è la proposta fondamentale dell'enciclica, ma cosa significa? Secondo me significa comprendere che niente è solo quanto è. E se si considerano le cose solo in quanto dati non si raggiungono risultati di sviluppo in nessun campo. Ogni cosa rivela un senso. Ogni cosa deve essere illuminata dalla carità e dalla verità affinché riusciamo a comprendere che cosa essa sia e che cosa dobbiamo fare. Il motivo è semplice e profondo nello stesso tempo:  il senso non è mai prodotto; è sempre trovato. Ricordiamo un passaggio delle ultime pagine dell'enciclica:  "In ogni verità c'è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell'amore che riceviamo c'è sempre qualcosa che ci sorprende" (77). Il senso è sempre dono e gratuità. La verità e la carità sono la sintesi di tutte le forme di dono e di gratuità che possiamo esperire, tutte riconducibili, alla fine, alla verità e alla carità.
Come ho scritto nella mia Introduzione alla Caritas in veritate pubblicata dall'editore Cantagalli (Siena, 2009) il cambiamento mentale che essa propone è di non considerare più le persone e il mondo come nostra produzione, ma di vederli nell'ottica della loro vocazione. "Se i beni sono solo beni, se l'economia è solo economia, se stare insieme significa solo essere vicini, se il lavoro è solo produzione e il progresso solo crescita ... se niente "chiama" tutto ciò a "essere di più" e se tutto ciò non chiama noi a "essere di più", le relazioni sociali implodono su se stesse. Se tutto è dovuto al caso o alla necessità, l'uomo rimane sordo; niente nella sua vita gli parla o gli si rivela. Ma allora anche la società sarà solo una somma di individui, non una vera comunità. I motivi per stare vicini possono essere prodotti da noi, ma i motivi per essere fratelli non possono essere prodotti da noi".
Si comprende così anche la radicalità della Caritas in veritate, ossia la sua volontà di mettere in evidenza i temi ultimi e cruciali dello sviluppo. Se la chiave dello sviluppo è aprirsi alla considerazione di un senso non da noi prodotto; se la deriva nichilistica dello sviluppo è inevitabile se continuiamo a pensare che il senso lo produciamo noi, allora comprendiamo perché temi come quello della bioetica o della tecnica, ma soprattutto quello della religione e di Dio, divengano di primo piano per lo sviluppo. Prima dei problemi dei dazi e delle tariffe. Prima del cambio con il dollaro.
La Caritas in veritate ha una grande intuizione:  le ideologie sono state sostituite dall'assolutismo della tecnica e questo produce un totale "disincanto". Il termine è weberiano e significa la perdita definitiva di un senso non prodotto. La definitiva maturità dell'uomo che non crede più nelle favole. La tecnica si occupa della vita, della procreazione, della famiglia, della pace, dello sviluppo, delle relazioni internazionali, degli aiuti allo sviluppo, del lavoro. Gli apparati tecnici contano più di quelli politici. Ci sono scienziati che scientificamente affermano che Dio non esiste; ci sono medici che scientificamente dicono che l'embrione non è cosa umana; ci sono apparati delle Nazioni Unite che impongono in tutto il mondo l'ideologia del gender; ci sono agenzie che pianificano la lotta alla vita; e dopo la crisi economica e le tante proposte di moralizzare la tecnica finanziaria nulla o poco di tutto ciò si vede all'orizzonte. La tecnica ormai si occupa di molte cose. Se ne occupa, ma senza sapere che cosa sono; indifferente alla loro verità e quindi incapace di suscitare alcuna carità.
Che cosa c'entra la religione cristiana con lo sviluppo di ogni singolo uomo e di tutti gli uomini? Se ogni cosa è solo quello che è non c'è bisogno del cristianesimo e Dio stesso diventa superfluo. L'economia è economia, il profitto è profitto, la finanza è finanza, il lavoro è lavoro. Dio è una scelta individuale e privata. Ininfluente sulla vita della società. Ma se niente è solo quello che è, se il senso non è mai prodotto, ma ci interpella dall'essere delle cose, se all'inizio c'è sempre il dono e la gratuità perché non lo abbiamo prodotto noi, allora Dio prende il proprio posto nella storia e nello sviluppo. Dio garantisce che l'origine del senso è trascendente e getta così una luce sullo sviluppo che ci fa capire che cosa esso sia veramente. Ci invita a considerare la verità dello sviluppo, affinché così facendo rispettiamo la razionalità economica, la quale pure partecipa della verità, e nello stesso tempo amiamo veramente (e c'è altro modo di amare se non amare veramente? Non solo "veramente amare", ma anche "amare veramente").
Non tuttavia un Dio qualunque, ma un Dio amico della persona, ossia un Dio che è Verità e Amore. Torna alla fine la pretesa cristiana, che essendo una pretesa di verità e di amore non è una pretesa arrogante, ma di dono e gratuità. La pretesa che il Papa annuncia in quanto Papa, ma che anche la realtà umana annuncia almeno come attesa. Si tratta della pretesa che "il Vangelo è elemento fondamentale per lo sviluppo, perché in esso Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo" (18).


(©L'Osservatore Romano - 2 ottobre 2009)

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