domenica 23 agosto 2009

Comix, intervista ad Art Spiegelman: «Lo stile non so cosa sia» - Il Sole 24 ORE

di Domenico Rosa

Pagina: 1 2 3 4 di 4 pagina successiva
22 agosto 2009

Sua moglie, Francoise Mouly, è l'art director del New Yorker, per cui lui, Art Spiegelman, ha disegnato copertine memorabili. Qualche hanno fa ha divorziato dal settimanale per divergenze sulla linea politica, ma è rimasto felicemente con Francoise. Spiegelman è uno dei padri della graphic novel, autore di Maus (vincitore del premio Pulitzer nel 1983) e de All'ombra delle torri, fatto a caldo dopo l'11 settembre 2001. Il prossimo 3 settembre verrà inaugurata una sua mostra presso la galeria Nuages, a Milano.

Guardando i suoi lavori è impossibile non notare la varietà degli stili usati. Sta ancora cercando una voce o ritiene che lo stile sia una gabbia?
Credo di aver compreso fin dall'inizio che non sarei diventato famoso per il mio stile. Non ho mai cercato di trovare, di avere uno stile, di costruirmi uno stile, per poi proteggerlo. I miei interessi sono molto vari e lo stile è solo la superficie del contenuto di un mio lavoro. Se devo parlare di "voce", bè la mia voce è quella che è, non mi pongo il problema. Una volta ho sentito una citazione di Picasso: la differenza tra un cerchio perfetto e il modo in cui lo disegna un artista è lo stile di quell'artista. Forse è così.
Ma per restare sul punto, credo davvero che la superficie di un lavoro dica un sacco di cose, ti dia un sacco di suggerimenti sul contenuto narrativo di un lavoro. Nel mio libro Breakdowns c'è una seziona introduttiva fatta di tante sequenze, disegnate in modi diversi. Forse non ho uno stile perché come disegnatore, valgo molto meno di molti miei colleghi.
Ricordo che quando ero giovane, una delle prime volte che presi l'Lsd mi trovai a fissare il mio corpo e in particolare il mio gomito provando un profondo fastidio. Perché potevo piegarlo solo in una sola direzione? Mi sembrò un esempio di cattiva bio-ingegneria. La realtà è che so molto poco di anatomia, alcuni miei colleghi conoscono ogni muscolo e sanno disegnarlo. Io no. Ho imparato ad accettare questo limite.

Non crede che nel passaggio dallo schizzo al disegno definitivo si perdono alcune cose essenziali?
Succede praticamente sempre. Uno dei miei ultimi lavori, gli sketchbooks pubblicati da McSweeneys, la casa editrice di Dave Eggers (in Italia saranno pubblicati da Einaudi), li ho fatti proprio perché penso che gli schizzi abbiano un grande valore. Uno di questi libri contiene gli schizzi fatti nell'ultimo anno. Un anno fa mi sono detto che avrei fatto un disegno al giorno, qualsiasi cosa succedesse. In fondo che cos'è uno schizzo? O meglio, che cos'è invece il disegno finale? Il disegno finale è ciò che resta sul campo di battaglia dopo che si è combattuta una guerra. In mezzo, sospesi, ci sono gli schizzi.
Per arrivare al disegno finale, si passa sempre per una lotta tra spontaneità e precisione. Trovare un equilibrio è difficile. Forse l'unico a riuscirci davvero è Javier Marescal. Oggi come oggi, comunque, sugli schizzi ho un problema diverso: lavorando sempre di più col computer, non ho più molti schizzi. Perché faccio degli schizzi, poi li inserisco nel computer, o magari li faccio direttamente sul computer e li cambio per ore, poi li stampo, li scannerizzo, li ritocco. Alla fine per ripercorrere il lavoro, la genesi del disegno finale, non ho degli schizzi, ma un processo tecnologico. E' strano.

Qual è il problema più grande quando ha una storia da raccontare?
Contrariamente a quanto si possa pensare, non è che risulti troppo lunga, troppo corta o che a un certo punto non si sappia più dove andare. È la motivazione, il bisogno autentico di raccontarla. E' difficile da spiegare. Il mio lavoro consiste principalmente nell'evitare di dover lavorare. Faccio una cosa solamente quando non farla sarebbe più faticoso rispetto al farla. Per iniziare una storia devo sentire un'urgenza, un'ottima ragione, un disturbo di cui non riesco a venire a capo se non lavorandoci. Comunque è un mio problema generale: qualsiasi cosa io inizi a fare, ad esempio lavare i piatti, in generale a metà mi fermo e smetto. Poi devo trovare un buon motivo per riprendere dove ho lasciato. Quindi direi che la difficoltà maggiore è credere a sufficienza in quello che si sta facendo.

Qual è stato il momento in cui si è sentito maggiormente creativo e perché?
La creatività arriva a ondate… uno dei momenti più incredibili è stato alla fine degli anni 70, quando andavo verso i 30 anni. Fino a quel momento avevo sentito questa urgenza di fare fumetti e strisce, ma avevo la sensazione di non aver fatto ancora nulla. Ma finalmente avevo visto arte di tutti i tipi e letto letteratura molto complessa e per la prima volta capii che anche facendo fumetti si potevano correre gli stessi rischi che hanno corso tanti artisti nella storia.
Oltre a questo periodo ricordo gli inizi di Raw Magazine. Eravamo un gruppo di artisti e pensavamo davvero di fare qualcosa di eccezionale e di essere eccezionali. Cosa che probabilmente all'inizio non era neppure vera. Poi però lo è diventata e ricordo un viaggio in Umbria, con Charles Burns. Ci vennero a trovare Jose Munoz e Carpinteri, poi andammo a Parigi e ricordo la sensazione di impollinazione incrociata tra le nostre idee. Fu bellissimo. Quella vacanza in Europa la disegnai, è il libro Mcsweeney sul 1983. la ricordo così bene proprio perché ho fatto quei disegni, perché in generale io ho una pessima memoria.

  CONTINUA ...»

22 agosto 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Posted via web from ideeali

sabato 22 agosto 2009

the lesser evil/il male minore di Eyal Weizman

artisti

Eyal Weizman

1970, Haifa, IL Lives in London, UK

665: the lesser evil: fragments from an archive Mixed media installation

TRENTO

M7 M7 M7

Architetto e autore, Eyal Weizman dirige il Centre for Research Architecture del Goldsmiths College di Londra.

Nell’opera presentata a Manifesta 7 si interroga sul significato del dilemma del “male minore”. La condizione per cui tale scelta avviene introduce un modello economico nel cuore dell’etica, secondo il quale le varie forme di sfortuna possono essere calcolate, paragonate e quindi minimizzate. Nelle sue varie forme, il principio del male minore ha la funzione di un compromesso pragmatico, un’eccezione all’etica comune e ai credi politici; serve infatti da giustificazione primaria nella stessa nozione dell’eccezione. La questione del male minore ha origine nell’etica classica, e forma una categoria centrale nella teologia cristiana e successivamente nella filosofia utilitarista e nel liberalismo. È stata di recente invocata con insistenza nei tentativi dello stato di gestire l’economia della violenza nella “guerra al terrore” e nei tentativi da parte di organizzazioni private di destreggiarsi tra i paradossi e le complicità delle azioni offensive e degli aiuti umanitari. Questa installazione viene concepita come il seme per una “micro-conferenza” e si compone di varie lectures accompagnate da diapositive che raccontano eventi storici: la campagna umanitaria per l’Etiopia e la lotta degli attivisti israeliani contro il Muro. Dalle conversazioni registrate tra alcuni dei partecipanti scaturiscono delle domande su come la questione del male minore e il linguaggio che ne deriva, siano diventati il nostro modo preferito per portare avanti un’azione politica che si colloca al di là di qualsiasi soluzione accettabile.

Posted via web from ideeali

Architettare un'occupazione Eyal Weizman, architetto israeliano, spiega come il controllo dello spazio in Palestina sia una forma di controllo politico :: www.uruknet.info :: informazione dall'Iraq occupato :: news from occupied Iraq :: [ - it - 9801]


Architettare un'occupazione
Eyal Weizman, architetto israeliano, spiega come il controllo dello spazio in Palestina sia una forma di controllo politico

Linda Chiaramonte, Peacereporter

7 maggio 2009

La funzione principale dell'architettura e dell'urbanistica è costruire opere civili e infrastrutture per migliorare la vita della gente, ma quando si tratta dei Territori occupati in Palestina anche questo può diventare uno strumento per esercitare il potere politico e il controllo sulle popolazioni. L'organizzazione degli spazi, perfino quello aereo, è un segno tangibile di una strategia di controllo. Gli insediamenti, i campi profughi, le strade, per non parlare del muro di separazione, sono il risultato di un disegno politico.

eyal weizmanSu questa materia, ovvero l'occupazione civile che equivale negli effetti ad un'operazione militare vera e propria, ha concentrato le sue ricerche il giovane architetto israeliano Eyal Weizman, direttore del Centre for Research Architecture al Goldsmiths College di Londra, che vive e lavora fra la capitale inglese e Tel Aviv. Weizman ha lavorato con diverse organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani in Israele e Palestina. Da pochi giorni é nelle librerie il suo saggio Architettura dell'occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele edito da Bruno Mondadori. Weizman, nelle scorse settimane, è stato ospite a Bologna del Festival Urbania e a Ferrara di Città e Territorio, dove ha tenuto una conferenza. Al pubblico ha spiegato come a iniziare le ricerche sia stata la richiesta di un'associazione per i diritti umani di un rapporto sulle violazioni commesse in architettura, una mappa dettagliata per esaminare la realtà edificata degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi. Un'indagine sulla forma per leggere la politica. ''Le forme di colonizzazione contemporanee'', ha continuato Weizman, ''non sono più organizzate da un'unica entità, ad esempio il governo, ma da un sistema di occupazione. L'urbanizzazione, creata così, è emersa per moltiplicazione di situazioni che appaiono e spariscono rapidamente. È una forma di colonizzazione elastica, in costante cambiamento, instabile. Il controllo politico sui palestinesi cambia di continuo, in un'incessante trasformazione del loro habitat. Nonostante l'elasticità, non per questo l'occupazione è meno violenta, al contrario è un sistema di controllo costante dello spazio e in costante trasformazione''. Weizman ha spiegato che ''la costruzione degli insediamenti è temporanea, come accade per ogni occupazione. È da 42 anni che c'è un'occupazione permanentemente temporanea. Un'occupazione postmoderna non progettata in modo univoco, ma con l'interazione di vari attori. Un'occupazione elastica e più duratura''. Ha raccontato di come alcuni attivisti dei diritti umani ''nel tentativo di moderare e collaborare al disegno dell'occupazione per il male minore sono diventati partecipi involontari di questo sistema di potere legittimando e rendendo l'occupazione ancor più duratura''. ''Lo spazio palestinese'', ha aggiunto, ''viene violentato, i militari israeliani per esercitare il controllo sui campi profughi ridisegnano lo spazio distruggendo in modo creativo, di casa in casa. Sfondando i muri come vermi nelle mele. Studiano architettura per applicare le teorie nelle fasi di distruzione e ricostruzione. La tecnologia permette di sparare e vedere attraverso i muri che ora non rappresentano più delle barriere, ma si smaterializzano e diventano entità elastiche''.
Al termine del suo intervento l'abbiamo incontrato per rivolgergli alcune domande.

Cosa intende per architettura di occupazione?

Quando si fa un'analisi dei diritti umani in architettura, ci sono due potenziali coinvolgimenti nella violazione della legge internazionale da affrontare: il primo è il reale effetto della violazione della convenzione di Ginevra del 1949 con la costruzione tout court sulla terra occupata, già di per sé una violazione del paesaggio. La convenzione infatti non permette ai paesi di trasferire la popolazione in un'area già occupata. La prima vera violazione quindi è costruire nei territori occupati, ma ciò che trovo interessante è come l'atto di costruire in sé possa essere collegato all'ordine del crimine cioè diventare parte del meccanismo della progettazione architettonica, un crimine disegnato a tavolino. Il modo stesso in cui si traccia uno schema degli insediamenti, come si disegnano e si costruiscono, la loro collocazione, non è fatto solo allo scopo di essere utili alla popolazione, ma per procurare effetti negativi sulla vita e sui mezzi di sussistenza del popolo palestinese. Spesso abbiamo visto insediamenti edificati per generare un danno materiale, costruiti in modo tale da schiacciarsi fra le città palestinesi, per creare un cuneo, un muro fra loro, un muro vivente di persone che si frappone rendendo la vita dei palestinesi impossibile dentro a quelle aree.

Come le case, le strade, i campi profughi e la Striscia di Gaza sono la manifestazione del potere politico israeliano?

Nei campi profughi, disegnati dall'Onu e non da Israele, ci sono alcune questioni legate all'architettura che riguardano la politica. I profughi, ad esempio, sono molto attenti a fare una distinzione fra un campo e una città. Un campo è per sua natura un'entità temporanea e la temporaneità implica il desiderio, la pretesa, di fare ritorno nella terra da cui si è stati espulsi. Israele ovviamente ha agito contro questo concetto di temporaneità, la volontà è che i campi siano considerati, sentiti e appaiano come città, per questo spesso li ha in parte distrutti e al loro posto ha costruito aree urbane permanenti intorno, nel tentativo di annullare la richiesta di ritorno. Se si costruiscono città e i rifugiati vengono inseriti in contesti urbani, diventando residenti, si crea un diverso tipo di soggetto politico meno pericoloso per Israele. Questo è un tentativo di disfare l'aspirazione dei palestinesi al ritorno servendosi dell'architettura. Così spesso sui campi profughi si esercita una violenza che risponde a due istanze: distruzione e costruzione. Le azioni sono continue, creano interferenze nel modo in cui vive la gente e questo è il modo migliore per evitare rivendicazioni politiche da parte dei palestinesi.

Lei è un personaggio scomodo, contro. Critica duramente la politica del governo di Israele. Cosa pensa il governo del suo lavoro?

Penso di essere un piccolo problema per il governo israeliano, ma l'associazione israeliana di architettura non ha gradito il mio lavoro ed ha distrutto i cataloghi della mostra (in cui nel 2002 rappresentava Israele al congresso mondiale degli architetti a Berlino, ndr). Il governo non ha bisogno di questa forma di critica. La critica va intesa non solo come l'espressione di cosa non va, ma come un'azione nello spazio che ha effetto su esso, capace di creare una mobilitazione che faccia pressione sul governo allo scopo di far fare loro marcia indietro e abbandonare i progetti coloniali. Questo ha piccoli effetti, ma l'intenzione è di concepire la critica non come qualcosa di completamente avulso dalla realtà, ma come una speciale pratica critica nello spazio.

È vero che per lei la progettazione è la forma migliore per raccontare la tragedia politica del popolo palestinese

Sì, perché molto del conflitto è iscritto nello spazio, sto cercando di leggere questo. Tutti noi abbiamo molta familiarità con queste considerazioni storiche, politiche, religiose sulla Palestina, ma leggerle in modo speciale può fornire un'altra dimensione per capire. È come l'archeologia, in cui dalla scoperta di un vecchio edificio si può leggere la storia, lo stile di vita, la politica, il commercio, l'economia. È quello che sto cercando di fare: leggere dalla realtà costruita i processi storici che si sono condensati in questa forma.

Esiste una forma di architettura di pace?

No, perché penso che il conflitto sia una caratteristica permanente e questo è un conflitto senza fine, non vedo un orizzonte soddisfacente. Il conflitto in sé include una resistenza all'oppressione. Talvolta lo spazio può far nascere uno stile di vita capace di emergere in un luogo senza speranza, capace di sviluppare piccole possibilità per aprire un processo di trasformazioni. La storia è un processo di lotta di coscienza e resistenza delle coscienze, pensare all'idea della Palestina come soluzione non è forse il modo giusto di parlarne. Anche se ci fosse uno Stato avremmo comunque conflitti interni, solo che si articolerebbero in maniera differente, in ambito civile.

Crede che le scelte dei governi di destinare alcune aree ai margini delle città alle minoranze etniche o religiose sia una maniera per controllarle meglio?

Certamente. Esiste un nesso nel sistema di governo che opera attraverso il controllo dello stile di vita e il modo di definirlo attraverso diversi tipi di architetture. I governi spesso credono che la popolazione che vive in case ordinate e standardizzate, in grandi spazi, produca soggetti più passivi, ma questo non è sempre vero. La vita è sempre in eccesso di forma, a volte può emergere in questi luoghi malgrado i tentativi e gli sforzi dell'architettura. Anche quando il governo israeliano ha costruito case per i palestinesi allo scopo di una pacificazione, è capitato che la resistenza più attiva sia uscita proprio da quelle case. Questo non si può programmare. L'architettura israeliana di occupazione non è perfetta, io descrivo i suoi tentativi, ma è futile perché stanno proprio perdendo la guerra.

Cosa pensa del muro?

La più solida manifestazione di potere è il muro che ha privato i palestinesi di campi e terreni. La struttura stessa è stata definita come un serpente che sinuosamente segue un percorso fatto di svolte, un diagramma per leggere le forze politiche in campo.
Penso che i muri non siano efficaci, ma siano esercizi delle nevrosi di chi li costruisce. In Palestina è un esercizio gigantesco di psicologia pubblica. Il muro in sé è pieno di varchi, non è del tutto ermetico ed invalicabile, se non ci fossero non sarei in grado di andare continuamente dentro e fuori da Beit Sahour, e come posso farlo io così molte altre persone. Serve a dimostrare agli israeliani che il governo fa qualcosa per dar loro una rassicurazione psicologica e questo è efficace. L'architettura nel nostro paese ha forti responsabilità, ma ci sono colleghi che la pensano come me. C'è abbastanza dissenso ed una sinistra israeliana energica che fa opposizione, anche se, sfortunatamente per noi, non ha molti effetti.

Ora Eyal Weizman, insieme al collega italiano Alessandro Petti e alla palestinese Sandi Hilal, lavora nel suo studio di Beit Sahour, città palestinese a sud di Betlemme, al progetto di decolonizzazione. Ovvero ''sulla prospettiva di come i palestinesi potranno vivere nelle case israeliane del nemico. Su come usare questo potenziale e prefigurare l'archeologia israeliana dei territori e la trasformazione delle colonie lasciate dagli israeliani per un nuovo uso degli spazi per i palestinesi''. A questo proposito ricorda che gli israeliani evacuati dalla Striscia di Gaza nel 2005 hanno lasciato 21 insediamenti liberi. Come usarli, si chiede. Ed è nella risposta che Weizman esprime il concetto più forte ''la questione si pone in chiave politica, diventa un problema di immagine: se i palestinesi occupano le case israeliane si attua la reversibilità del progetto sionista e questa possibilità rappresenta una minaccia. Se è stato possibile che gli israeliani occupassero le case dei palestinesi nel 1948 non vale il contrario''.

Linda Chiaramonte


:: Article nr. s9801 sent on 10-may-2009 03:27 ECT

www.uruknet.info?p=s9801

Link: it.peacereporter.net/articolo/15567/Architettare+un%27occupazione

:: The views expressed in this article are the sole responsibility of the author and do not necessarily reflect those of this website.

Posted via web from ideeali

venerdì 21 agosto 2009

Sister Helen Prejean «Obama, stop alla pena di morte» - MissiOnLine.org

18/01/2009   
Sister Helen Prejean
«Obama, stop alla pena di morte»
di Helen Prejean
La lettera aperta dell'autrice di «Dead man walking» al presidente degli Stati Uniti che si insedia il 20 gennaio: «Si unisca alla mia speranza»

C’è un salmo nella Bibbia che dice: «La verità germoglierà dalla terra». La terra è dove vive la gente normale, la gente a cui lei si è rivolto più frequentemente durante la sua campagna. Ma, Signor Presidente, voglio che lei rivolga  suoi occhi e il suo cuore ai fratelli e sorelle che vivono sotto la terra, coloro che sono considerati così non redimibili al punto da essere stati condannati a morte.
Per 20 anni fino ad oggi ho accompagnato i condannati alla loro morte e sono stata con loro fino alla fine in modo che essi potessero vedere il volto di qualcuno che rispetta la loro dignità. Ho visto compiersi le esecuzioni capitali, ho visto con i miei occhi l’agonia e la tortura di esseri umani cui veniva anticipata la morte, e che cercavano di trovare il coraggio di camminare verso la stanza della morte. Essi mi hanno implorato: «Per favore, prega che Dio mi sorregga».
È possibile, signor Presidente, che come Paese ci troviamo dentro una tempesta morale per sanzionare torture di sospetti terroristi a Guantanamo dal momento che già pratichiamo la tortura nelle stanze della morte in tutto il Paese? Ci sono uomini e donne, con le mani e i piedi legati, che sono inchiodati a dei lettini e uccisi, spesso con i membri della loro famiglia che guardano e le loro stesse madri che sono mute testimoni della loro morte.
Lei ha portato speranza per una nuova America, presidente Obama. Si unisca alla mia speranza che presto noi aboliremo non solo Guantanamo, ma anche le nostre camere della morte. Solo allora potremo stare insieme con la maggior parte dei Paesi del mondo che hanno abbracciato il diritto umano di non uccidere più i propri cittadini.
Io prego e lavoro per questa nuova America.

Sister Helen Prejean, è autrice di Death Man Walking (Bompiani) e del recente La morte degli innocenti (San Paolo).

Posted via web from ideeali

La suora di «Dead man walking» ripercorre 23 anni di battaglie Nel braccio della morte come le donne al Calvario - MissiOnLine.org


La suora di «Dead man walking» ripercorre 23 anni di battaglie
Nel braccio della morte come le donne al Calvario
di Helen Prejean
Se un governo dice che certe persone sono «animali», questa mentalità è come una goccia d'inchiostro nell'acqua: la contamina tutta

Suor Helen Prejean, delle Sisters of Saint Joseph of Medaille, è da anni nota in tutto il mondo per la sua azione in difesa dei diritti dei carcerati e contro la pena di morte. Nel settembre scorso ha preso parte al convegno «Da dove la forza per costruire un futuro umano?», promosso dal Centro Ernesto Balducci di Zugliano (Pn). Qui Mondo e Missione l’ha incontrata. La vicenda di suor Helen ha ispirato il film Dead man walking; un adattamento teatrale della pellicola ha debuttato nei giorni scorsi a Vienna.


Dal 1984 porto al collo una croce donatami da Eddie Sonnier, il primo condannato a morte di cui sono stata consigliera spirituale. Me la regalò come segno della sua gratitudine per la mia vicinanza, a lui e a suo fratello Patrick, che poi fu giustiziato. Per pagare l’artigiano che la modellò, si fece estrarre il sangue e lo vendette.
Patrick fu il primo che assistetti nella camera della morte: fino ad allora ero impegnata con i poveri dei quartieri neri di New Orleans. Quando si prendono alcune strade nella vita, poi capita di arrivare in certi posti. Stare con i poveri di New Orleans mi ha condotto diritta nel braccio della morte. E l’ho fatto perché il Vangelo dice di preoccuparsi degli esclusi e degli emarginati.
Patrick mi chiese di non lasciarlo solo nel momento della morte: il protocollo dell’esecuzione è crudele e quando lo portarono nell’anticamera, tre giorni prima, mi disse di non restare lì perché avrei visto come gli avrebbero inflitto una scarica di 700 volt: «È sconvolgente». Patrick cercava di proteggermi dal male perché mi voleva bene. Ma io ho pensato alle donne sotto la croce: esse non hanno impedito che Cristo morisse (anche il Figlio di Maria è stato ucciso dallo Stato), però erano là. E allora ho capito che non potevo lasciar morire Patrick senza vicino un volto che lo amasse.
Tante persone mi hanno detto: «Tu hai un grande coraggio a fare ciò che fai». In realtà io non ho mai pensato di aver qualcosa di straordinario: quando si segue il sentiero dell’integrità e dell’amore, si arriva a combattere la morte e ad affermare la dignità delle persone.
Immaginate una società che non sia capace di governare l’odio e che sentenzi che questo o quell’individuo sono cattivi e vanno uccisi. In questo modo l’odio non si ferma e si espande verso le famiglie. La madre di Patrick, quando lui era nel braccio della morte, non poteva nemmeno andare al supermercato o nei negozi, perché sentiva la gente ripetere: «Quel mostro deve essere ucciso». Una mattina si trovò un cane ammazzato davanti a casa.
Quando un governo, come avviene negli Stati Uniti, decide di assumersi la responsabilità di dire che certe persone sono «animali», tale mentalità diventa come una goccia di inchiostro gettata in un bicchiere d’acqua pulita: la contamina tutta.
Ricordo la vicenda di Marietta Lane, la madre di Susan, 7 anni; uno psicopatico l’aveva uccisa mentre era in Montana in campeggio con la famiglia; il corpo della piccola venne trovato un anno dopo l’omicidio. Ogni genitore può avere l’impulso di strozzare colui che ha fatto una cosa simile alla propria figlia. Ma questa signora iniziò a capire che chi aveva fatto questo doveva essere una persona malata. E poi ha pensato alla madre di quest’uomo e al fatto che, se fosse stato ucciso, anche sua madre avrebbe sofferto come lei.
Prendendo forza dalla sua fede cattolica, quella donna affermò pubblicamente che non voleva che lo Stato del Montana eliminasse quell’uomo: «Non voglio che la memoria di mia figlia venga onorata dalla sua uccisione». Questa donna ha smascherato l’illusione che l’assassinio degli omicidi serva a lenire il dolore delle vittime. Anzi: quando vengono eseguite le pene capitali, a volte sono già passati 10-15 anni dal fatto incriminato e quando un condannato viene giustiziato, è come se le vittime venissero colpite di nuovo, rivivendo quel fatto. Oggi Marietta è impegnata nell’associazione Murder Victims’ Families for Human Rights, un’associazione di famigliari di vittime di omicidi che si battono contro la pena di morte. Ricordo il padre di David, il ragazzo ucciso da Sonnier: «La gente pensa che il perdono sia una debolezza - mi diceva -. Ma il motivo per cui si perdona è che solo così ci si può liberare dal proprio odio».
Io non giustifico per nulla né i crimini né la violenza, ma credo che ogni essere umano abbia la sua dignità e per questo sono fermamente contraria alla pena di morte. L’ho ribadito anche a Giovanni Paolo II, quando gli scrissi riguardo a Joseph O’Dell, il condannato giustiziato in Virginia nel 1997, la cui vicenda ho seguito personalmente. «Santità, non ci può essere nessun caso di necessità che renda ammissibile la pena di morte né alcuna eccezione per giustificare le esecuzioni», scrissi in una lettera consegnata al Papa il 22 gennaio di quell’anno.
Quel messaggio fu portato in Vaticano dalla mia consorella Lori e consegnata a monsignor Gabriele Caccia, membro della Segreteria di Stato: «Il Santo Padre ha letto ogni parola della lettera», le riferì il prelato. Una settimana dopo la consegna della mia lettera, il 29 gennaio, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, annunciava che sarebbe stato fatto un cambiamento nel Catechismo della Chiesa cattolica in base ai «recenti progressi della dottrina» circa la pena di morte.
Il 5 aprile 1984, quando uscii dal penitenziario appena dopo l’esecuzione di Patrick Sonnier, iniziò la mia missione contro la pena di morte. Mi dissi che non solo dovevo offrire un volto caritatevole e di amore ai condannati - ne ho accompagnati 6 al patibolo - ma che avrei dovuto pure impegnarmi per combattere le esecuzioni capitali.
Non avevo nessuna preparazione per andare nelle carceri, ma decisi volontariamente di impegnarmi in questo. Le prime volte sono rimasta traumatizzata, vomitavo e stavo male, nel vedere le condizioni di vita dei prigionieri. Nelle carceri americane vige la schiavitù dei condannati: come si può chiamare altrimenti il fatto che in Louisiana i carcerati vengano pagati 2 cent all’ora per i loro lavori? Certo, in Louisiana l’80 per cento della gente è favorevole alla pena di morte, ma nessuno dei sostenitori dell’esecuzione capitale ha visto di persona questo che chiamerei rito segreto. È facile uccidere una persona quando la si considera come morta, ma se si tratta di un uomo vivo, che si ha di fronte nella sua concretezza, tutto questo diventa difficile. Se sperimentiamo di persona la realtà del carcere, il nostro cuore si apre alla giustizia. Il mio compito è simile a quello che san Giovanni racconta nella sua Prima lettera: quello che ho visto lo racconto a voi. Io porto con me il Vangelo della sofferenza che ho incontrato di persona: se si riesce a far partecipe la gente del dolore che si è toccato con mano, allora tutto può cambiare.
Questo si può fare solo se c’è una comunità, proprio come ci insegna Gesù nel Vangelo. Nella comunità viene fuori il potere spirituale di ciascuno e questo ci permette di cambiare la situazione di odio. Siamo chiamati a stare come Cristo in croce, con le braccia stese tra due sofferenze, quella delle vittime e quella di chi viene ucciso dallo Stato.   w

(testo raccolto da Lorenzo Fazzini)

Posted via web from ideeali

La suora di «Dead man walking» ripercorre 23 anni di battaglie Nel braccio della morte come le donne al Calvario - MissiOnLine.org


La suora di «Dead man walking» ripercorre 23 anni di battaglie
Nel braccio della morte come le donne al Calvario
di Helen Prejean
Se un governo dice che certe persone sono «animali», questa mentalità è come una goccia d'inchiostro nell'acqua: la contamina tutta

Suor Helen Prejean, delle Sisters of Saint Joseph of Medaille, è da anni nota in tutto il mondo per la sua azione in difesa dei diritti dei carcerati e contro la pena di morte. Nel settembre scorso ha preso parte al convegno «Da dove la forza per costruire un futuro umano?», promosso dal Centro Ernesto Balducci di Zugliano (Pn). Qui Mondo e Missione l’ha incontrata. La vicenda di suor Helen ha ispirato il film Dead man walking; un adattamento teatrale della pellicola ha debuttato nei giorni scorsi a Vienna.


Dal 1984 porto al collo una croce donatami da Eddie Sonnier, il primo condannato a morte di cui sono stata consigliera spirituale. Me la regalò come segno della sua gratitudine per la mia vicinanza, a lui e a suo fratello Patrick, che poi fu giustiziato. Per pagare l’artigiano che la modellò, si fece estrarre il sangue e lo vendette.
Patrick fu il primo che assistetti nella camera della morte: fino ad allora ero impegnata con i poveri dei quartieri neri di New Orleans. Quando si prendono alcune strade nella vita, poi capita di arrivare in certi posti. Stare con i poveri di New Orleans mi ha condotto diritta nel braccio della morte. E l’ho fatto perché il Vangelo dice di preoccuparsi degli esclusi e degli emarginati.
Patrick mi chiese di non lasciarlo solo nel momento della morte: il protocollo dell’esecuzione è crudele e quando lo portarono nell’anticamera, tre giorni prima, mi disse di non restare lì perché avrei visto come gli avrebbero inflitto una scarica di 700 volt: «È sconvolgente». Patrick cercava di proteggermi dal male perché mi voleva bene. Ma io ho pensato alle donne sotto la croce: esse non hanno impedito che Cristo morisse (anche il Figlio di Maria è stato ucciso dallo Stato), però erano là. E allora ho capito che non potevo lasciar morire Patrick senza vicino un volto che lo amasse.
Tante persone mi hanno detto: «Tu hai un grande coraggio a fare ciò che fai». In realtà io non ho mai pensato di aver qualcosa di straordinario: quando si segue il sentiero dell’integrità e dell’amore, si arriva a combattere la morte e ad affermare la dignità delle persone.
Immaginate una società che non sia capace di governare l’odio e che sentenzi che questo o quell’individuo sono cattivi e vanno uccisi. In questo modo l’odio non si ferma e si espande verso le famiglie. La madre di Patrick, quando lui era nel braccio della morte, non poteva nemmeno andare al supermercato o nei negozi, perché sentiva la gente ripetere: «Quel mostro deve essere ucciso». Una mattina si trovò un cane ammazzato davanti a casa.
Quando un governo, come avviene negli Stati Uniti, decide di assumersi la responsabilità di dire che certe persone sono «animali», tale mentalità diventa come una goccia di inchiostro gettata in un bicchiere d’acqua pulita: la contamina tutta.
Ricordo la vicenda di Marietta Lane, la madre di Susan, 7 anni; uno psicopatico l’aveva uccisa mentre era in Montana in campeggio con la famiglia; il corpo della piccola venne trovato un anno dopo l’omicidio. Ogni genitore può avere l’impulso di strozzare colui che ha fatto una cosa simile alla propria figlia. Ma questa signora iniziò a capire che chi aveva fatto questo doveva essere una persona malata. E poi ha pensato alla madre di quest’uomo e al fatto che, se fosse stato ucciso, anche sua madre avrebbe sofferto come lei.
Prendendo forza dalla sua fede cattolica, quella donna affermò pubblicamente che non voleva che lo Stato del Montana eliminasse quell’uomo: «Non voglio che la memoria di mia figlia venga onorata dalla sua uccisione». Questa donna ha smascherato l’illusione che l’assassinio degli omicidi serva a lenire il dolore delle vittime. Anzi: quando vengono eseguite le pene capitali, a volte sono già passati 10-15 anni dal fatto incriminato e quando un condannato viene giustiziato, è come se le vittime venissero colpite di nuovo, rivivendo quel fatto. Oggi Marietta è impegnata nell’associazione Murder Victims’ Families for Human Rights, un’associazione di famigliari di vittime di omicidi che si battono contro la pena di morte. Ricordo il padre di David, il ragazzo ucciso da Sonnier: «La gente pensa che il perdono sia una debolezza - mi diceva -. Ma il motivo per cui si perdona è che solo così ci si può liberare dal proprio odio».
Io non giustifico per nulla né i crimini né la violenza, ma credo che ogni essere umano abbia la sua dignità e per questo sono fermamente contraria alla pena di morte. L’ho ribadito anche a Giovanni Paolo II, quando gli scrissi riguardo a Joseph O’Dell, il condannato giustiziato in Virginia nel 1997, la cui vicenda ho seguito personalmente. «Santità, non ci può essere nessun caso di necessità che renda ammissibile la pena di morte né alcuna eccezione per giustificare le esecuzioni», scrissi in una lettera consegnata al Papa il 22 gennaio di quell’anno.
Quel messaggio fu portato in Vaticano dalla mia consorella Lori e consegnata a monsignor Gabriele Caccia, membro della Segreteria di Stato: «Il Santo Padre ha letto ogni parola della lettera», le riferì il prelato. Una settimana dopo la consegna della mia lettera, il 29 gennaio, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, annunciava che sarebbe stato fatto un cambiamento nel Catechismo della Chiesa cattolica in base ai «recenti progressi della dottrina» circa la pena di morte.
Il 5 aprile 1984, quando uscii dal penitenziario appena dopo l’esecuzione di Patrick Sonnier, iniziò la mia missione contro la pena di morte. Mi dissi che non solo dovevo offrire un volto caritatevole e di amore ai condannati - ne ho accompagnati 6 al patibolo - ma che avrei dovuto pure impegnarmi per combattere le esecuzioni capitali.
Non avevo nessuna preparazione per andare nelle carceri, ma decisi volontariamente di impegnarmi in questo. Le prime volte sono rimasta traumatizzata, vomitavo e stavo male, nel vedere le condizioni di vita dei prigionieri. Nelle carceri americane vige la schiavitù dei condannati: come si può chiamare altrimenti il fatto che in Louisiana i carcerati vengano pagati 2 cent all’ora per i loro lavori? Certo, in Louisiana l’80 per cento della gente è favorevole alla pena di morte, ma nessuno dei sostenitori dell’esecuzione capitale ha visto di persona questo che chiamerei rito segreto. È facile uccidere una persona quando la si considera come morta, ma se si tratta di un uomo vivo, che si ha di fronte nella sua concretezza, tutto questo diventa difficile. Se sperimentiamo di persona la realtà del carcere, il nostro cuore si apre alla giustizia. Il mio compito è simile a quello che san Giovanni racconta nella sua Prima lettera: quello che ho visto lo racconto a voi. Io porto con me il Vangelo della sofferenza che ho incontrato di persona: se si riesce a far partecipe la gente del dolore che si è toccato con mano, allora tutto può cambiare.
Questo si può fare solo se c’è una comunità, proprio come ci insegna Gesù nel Vangelo. Nella comunità viene fuori il potere spirituale di ciascuno e questo ci permette di cambiare la situazione di odio. Siamo chiamati a stare come Cristo in croce, con le braccia stese tra due sofferenze, quella delle vittime e quella di chi viene ucciso dallo Stato.   w

(testo raccolto da Lorenzo Fazzini)

Posted via web from ideeali

MAL DI PANCIA PER MINIMO FAGIOLI: “Freud? Un cretino. Jung? Parlava con un albero. RATZINGER? un nazista”. E PANNELLA DIFESE IL PAPA - QUANTI Comunisti al Verano per Togliatti? - La Forestale aspetta Alemanno, tra i fulmini…

Pannella a sorpresa difende Ratzinger
Due ore di autentico spettacolo, quelle che radio Radicale ha trasmesso ieri pomeriggio. Marco Pannella da una parte e Massimo Fagioli dall'altra, per parlare di psiche e politica. Con Fagioli, il «guru», che ha pontificato su tutto e tutti: «L'appendicite acuta di Luca di Montezemolo è uguale a quella di un morto di fame, si cura nello stesso modo».

PANNELLA AD ANNOZERO

Con Giacinto detto Marco che diceva un nome, per ottenere subito una sentenza senza appello. Freud? «Un cretino». Jung? «Parlava con un albero, e nessuno ricorda che era una camicia bruna, un nazista». Basaglia? «Un poveraccio, un delirante, che infatti è morto di tumore cerebrale, ai frontali».

Ma sul tema delle dittature Fagioli ha avuto l'ardire di inserire la famiglia Ratzinger tra i nazisti, con Pannella che si è messo a difendere sia Papa Benedetto XVI che il fratello accusato di aver indossato la divisa hitleriana.

Alla fine hanno cercato un accordo, ma le ultime parole non sono state concilianti: «Per me il male è l'assenza di bene», ha detto Pannella, contestato da Fagioli: «Per me il male è la malattia», ha concluso Fagioli.

Posted via web from ideeali

mercoledì 19 agosto 2009

Se ti ammali a Roma la ricetta è d'oro di Alessandro Gilioli

Se ti ammali a Roma la ricetta è d'oro

di Alessandro Gilioli

Ogni anno 8 milioni di euro versati dai contribuenti italiani vengono allegramente gettati dalle finestre della Regione Lazio. A sostenerlo non è qualche acerrimo nemico di Marrazzo, ma la Regione stessa, per la penna del direttore generale delle Risorse finanziarie del sistema sanitario, Paolo Artico. Che nell'aprile scorso ha rivelato l'incredibile sperpero in una nota interna che squarcia il velo su una nuova sprecopoli romana.

La dilapidazione di soldi pubblici ha origini lontane ma effetti molto attuali e si riferisce a un servizio indispensabile in ogni regione: quello con cui vengono scansionate e controllate elettronicamente le ricette farmaceutiche. Nel 1990, nel Lazio, l'appalto fu dato con regolare gara a un consorzio di imprese che nel '93 ha preso il nome di Cosisan ed è controllato da Ennio Lucarelli, imprenditore classe 1939, fin dagli anni Settanta legato a commesse informatiche della pubblica amministrazione nella capitale e più tardi tra i vicepresidenti di Confindustria. Tra gli anni Novanta e Duemila in via Cristoforo Colombo cambiano diverse giunte, da Badaloni a Storace, ma Lucarelli conserva sempre la grassa commessa delle scansioni, aumentando però sempre di più il prezzo di ogni ricetta. Nel 1997 in Regione qualcuno si accorge che negli ultimi tempi si sta pagando un po' troppo (in quattro anni l'aumento era stato del 254 per cento) e si inizia a mettere in discussione l'appalto a Cosisan, che tuttavia continua a operare e ad aumentare i prezzi in regime di proroga. Nel 2005 scade anche la proroga, ma la Cosisan continua a scansionare le ricette e a mandare le fatture alla Regione. Il risultato è che al momento il Lazio paga ogni anno oltre 9 milioni di euro per un servizio che, secondo il direttore Artico, dovrebbe costarne meno di due. Del resto nelle altre regioni italiane la scansione di ogni ricetta viene pagata tra gli 0,04 euro (Toscana) e gli 0,06 (Piemonte), mentre nel Lazio costa 0,161: quattro volte tanto.

Anche prima dell'outing di Artico, tuttavia, la sprecopoli laziale era piuttosto nota. Tanto che nel 2006 - quando già la Cosisan operava in proroga - la Regione aveva ipotizzato di non esternalizzare più il servizio e di assumere al suo interno i dipendenti Cosisan, il che avrebbe portato a un risparmio di circa 6-7 milioni di euro l'anno. Nonostante l'appoggio dei sindacati, alla fine non se ne riuscì a fare nulla. Sicché sempre nel 2006 la Regione ha indetto una nuova gara con una spesa prevista di un 1,6 milioni di euro l'anno, meno di un quarto di quello che veniva e che viene ancora versato. La gara si è tenuta e a vincerla è stata una società chiamata Ised, sempre di Ennio Lucarelli. In pratica, chi da anni chiedeva 10 milioni di euro, nel 2006 ammetteva che poteva fare lo stesso lavoro con uno sconto di circa il 75 per cento per cento. Ma siccome guadagnare meno non conviene, appena vinta la gara Lucarelli si è rifiutato di firmare il contratto per il quale aveva concorso. Il motivo? Molto semplice: prorogare il più in là possibile lo status quo. Manovra perfettamente riuscita, se nel 2009 Cosisan continua a scansionare ricette e a farsele pagare cifre spropositate.

Seppur tra imbarazzi e lentezze burocratiche, a questo punto la giunta è intervenuta di nuovo e ha deciso di indire un'altra gara, con un decreto del 19 giugno scorso, in cui Marrazzo specifica che la Cosisan deve smetterla di scansionare le ricette entro il 31 dicembre prossimo. Intanto però la gara non è stata ancora bandita. E siccome tra il bando, l'esame dei concorrenti e i probabilissimi ricorsi passerà un altro anno, in Regione si scommette ridacchiando che nel 2010 (e oltre) a fornire il servizio informatico più caro d'Italia continuerà a essere Lucarelli con la sua Ised. Al cui amministratore delegato Raffaele Giannetti, nel 2006 è stata saldata una parcella di 433 mila euro per la progettazione del sistema informatico. Il tutto mentre il Lazio è la regione d'Italia con l'addizionale regionale più alta d'Italia e con una spesa farmaceutica di gran lunga superiore alla media nazionale

Posted via web from ideeali

martedì 18 agosto 2009

“Ecco come Pechino ha creato il business dei trapianti” » Panorama.it - Mondo

L’affare di Stato, Harry Wu Hungda, lo scoprì nel 1985, quando un amico gli portò una copia di un documento riservato del Partito Comunista Cinese. Il titolo era: Regolamento Provvisorio per l’Utilizzo dei cadaveri o degli organi prelevati dei condannati a morte.

Una prigionia durata 19 anni. Dietro il linguaggio burocratico, Wu vide subito la realtà di un’industria basata sulla sistematica violazione dei diritti dell’uomo. Fu allora, qualche mese prima di espatriare negli Usa, che Wu, arrestato nel 1960 con l’accusa di essere un controrivoluzionario e incarcerato per i successivi 19 lunghissimi anni in un Laogai (un campo di concentramento cinese), comprese che anche lui avrebbe finito per alimentare il grande businness statale del traffico di organi se la pallina della roulette della sua vita si fosse fermata sul nero dell’esecuzione capitale anziché sul rosso della inaspettata liberazione avvenuta nel 1979. Se lo avessero fucilato, senza chiedere consenso neppure ai suoi familiari, gli avrebbero preso reni e polmoni, per poi trapiantarli nel corpo di qualche ricco thailandese o indonesiano che si sarebbe recato in Cina per la delicata operazione. “Dagli anni’80, quella che prima era una sporadica pratica è stata trasformata in un sistema industriale – ci racconta Wu, ora in Italia per presentare il volume “Cina, traffici di morte” edito dalla Guerini e Associati.

Il miracolo cinese. “In questa catena di montaggio lavorano i vari funzionari statali, dal poliziotto che arresta al giudice che condanna, dall’esercito che esegue la condanna a morte al medico militare che preleva l’organo”, dice. Con pacatezza Wu elenca i risultati ottenuti nel campo dal suo Paese, diventato nel giro di pochi anni, il secondo paese al mondo, dopo gli Usa, per numero e qualità dei trapianti. Nel 2006 sono stati 15.000 negli Stati Uniti e 13.000 a Pechino. Secondo il dissidente cinese, più della metà delle operazioni sono state effettuate grazie a organi prelevati dai cadaveri dei circa 10.000 (dati non ufficiali) condannati a morte, uccisi nelle pubbliche esecuzioni di massa.

Le testimonianze. Sono decine le testimonianze raccolte dalla Laogai Research Foundation, a suffragare ciò che oggi, grazie al coraggio di uomini come Wu, trova nuove agghiaccianti conferme. Come la testimonianza di una donna che nel 1999, nella città di Xinyang, nella provincia di Henan, non ebbe restituito il corpo di suo figlio, condannato alla pena capitale per omicidio. Insospettita dall’insolita decisione di cremare il cadavere, assoldò un investigatore privato. Il quale qualche settimana dopo seguì il furgone bianco che portava i cadaveri di altri prigionieri dal luogo dell’esecuzione al crematorio per scoprire che, durante il tragitto, dei medici a bordo del veicolo asportavano le reni, li mettevano nella soluzione salina per conservarli fino alla tappa nel più vicino ospedale. O come il racconto di un ufficiale medico dello Heilongjiang che confessò di aver assistito all’uccisione di un condannato addirittura all’interno di una struttura ospedaliera. “Lo fecero stendere sul pavimento dell’obitorio, – ha raccontato l’uomo a Wu – gli spararono alla nuca, gli fecero un’iniezione di una sostanza che garantissero l’integrità dell’attività cardiaca e poi gli presero il cuore per portarlo nella vicina sala operatoria dove un paziente era in attesa del trapianto”.

Harry Wu Hungda
Harry Wu Hungda, dissidente cinese, durante la sua prigionia

Il suo viaggio inchiesta in madrepatria. Figlio di una ricca famiglia di banchieri di Shangai, dove è nato nel 1937, cattolico praticante, Harry Wu è tornato, per qualche mese, nel 1991 in Cina per trovare le prove del traffico. “Sono 6 i centri specializzati. Già alla fine degli anni’90, le cifre per accedere a un trapianto in un ospedale cinese erano notevoli. Tra i 12.000 e i 15.000 dollari, dicono alcune testimonianze”. Il governo di Pechino, in passato, ha parzialmente ammesso la provenienza degli organi utilizzati. Le associazioni per i diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch speravano che questo portasse a una mobilitazione globale ma sulla vicenda è calato il silenzio. “Solo il Congresso Usa ha approvato una legge che impedisce ai medici cinesi specializzati in trapianti di operare negli Stati Uniti”, dichiara ora mister Wu. Tutto qui? “Tutto qui”, risponde laconico dissidente. Il quale non è certo sorpreso della timidezza delle reazioni internazionali. “È lo stesso basso profilo tenuto sulla questione tibetana“, commenta Wu. Il quale però non è pessimista. “La Cina sta cambiando, ma con i tempi cinesi, appunto, che sono più lunghi rispetto a quelli della storia dell’Occidente. Magari, tra 100 anni riusciremo a diventare una democrazia, ma se ciò accadrà, sarà solo dopo un lungo cammino fatto di tanti piccoli passi”

Posted via web from ideeali

Un incontro con Harry Wu per parlare di “Laogai. L’orrore cinese” » Panorama.it - Libri

È in Italia lo scrittore Harry Wu (Shanghai, 1937) per presentare il suo libro Laogai. L’orrore cinese (ed. Spirali). Sabato 19 luglio alle 19.30 sarà a Villa San Carlo Borromeo, a Senago, alle porte di Milano, dove animerà il dibattito sul suo ultimo lavoro.
Proveniente da una famiglia benestante, Harry Wu era stato arrestato una prima volta per avere criticato il Partito comunista cinese durante la Campagna dei Cento Fiori, poi una seconda volta, con l’accusa di controrivoluzionario, fu condannato senza processo al lavoro forzato nei campi di lavoro detti “laogai“, (come il titolo del suo libro) dove rimase per diciannove anni, durante i quali, trasferito in dodici diversi “centri di rieducazione attraverso il lavoro”, fu costretto a estrarre carbone, a costruire strade e a lavorare la terra.
Rilasciato nel 1979, si trasferì negli Stati Uniti, dove tuttora vive. Per molti anni ha taciuto l’esperienza vissuta nei campi, dedicandosi solo all’insegnamento (come docente di geologia alla University of California). In seguito, però, è maturata in lui la necessità di far conoscere al mondo gli orrori dei laogai e del comunismo cinese, e d’intraprendere una strenua battaglia per i diritti umani. Nel 1992 ha fondato la Laogai Research Foundation, organizzazione non profit che in tutto il mondo promuove la raccolta e la diffusione di informazioni sui campi di lavoro cinesi. I suoi libri sono pubblicati in diversi paesi. In Italia sono usciti Laogai. I gulag cinesi (2006), Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi (2008), Cina. Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte (2008).

Posted via web from ideeali

lunedì 17 agosto 2009

Rassegna stampa - Voglio Scendere - match antonio di pietro v/s giuliano amato

Quis custodiet ipsos custodes? Quis limitabit ipsos limitatores?

"...da noi i fondamentalismi, anziché correggerli, tendiamo ad alimentarli.da una parte e dall'altra. Davanti all'ennesimo ritorno dei moschettoni, risfoderati per combattere o difendere il valore riconosciuto all'insegnamento della religione cattolica nelle nostre scuole, chiedo con tutte le mie forze ai contendenti di uscire dai loro panni antiquati e di ricostruire il loro rapporto, non sull'antica sfiducia reciproca, ma sulle ragioni nel frattempo insorte di possibile fiducia. Lo chiedo, se posso permettermelo, alla Cei e ai cattolici, perché accettino come segni distintivi del cristiano quelli indicati da Locke, la carità, la mitezza e la benevolenza anche verso coloro che non professano la fede cristiana. E lo chiedo, forse ancor più, ai non credenti, i quali non rimuoveranno la diffidenza della Chiesa sino a quando continueranno a teorizzare che le leggi si fanno solo per dare spazio alle libertà individuali e non anche per porre ad esse quei limiti che corrispondono ai vincoli morali da cui la società è tenuta insieme. Lo so che qui viene subito agitato lo spettro dello Stato etico, ma è uno spettro fuori posto. La verità è che una società che non sa identificare i vincoli morali che la uniscono dimostra di non esistere". 
(Giuliano Amato, Il Sole 24 Ore, 15 agosto 2009)

"Signor Presidente del Consiglio, non vi è nulla di personale da parte mia nei suoi confronti; anzi, le riconosco un'indubbia bravura tecnica, ma il problema sta proprio in questo. Di chi e di quali interessi lei ha messo a disposizione la sua bravura tecnica nel passato e oggi?
Faccio alcuni esempi sui quali possiamo in futuro tornare nuovamente. Perché il 7 gennaio del 1992, inviato dall'onorevole Craxi a Milano per fare il commissario del PSI, a seguito delle inchieste giudiziarie allora in corso definì l'operazione Mani pulite "il classico scandalo montato sul nulla"? Non risponda che in quel periodo non sapeva nulla di come andassero le cose nel suo partito. Più volte ci ha pensato in questi anni lo stesso Craxi a ricordarle il suo ruolo. Ad esempio, il 7 febbraio del 1997, quando egli ricordò agli italiani che lei "in quanto vicesegretario del PSI non poteva non sapere giacché" - sono le parole di Craxi - "con le cattive abitudini del PSI, compreso il finanziamento illegale, è stato a contatto quotidiano e" - continuava Craxi nelle sue esternazioni - "se ne è avvalso (giacché) i suoi rapporti con l'amministratore Balzamo erano diretti ed eccellenti". Craxi ci informava anche che "di questi dettagli si sarebbe tornato a parlare". Egli non può più farlo e lei è tornato a Palazzo Chigi. Come nel 1992. E tutti oggi hanno voglia di dimenticare in fretta. 
Perché ancora sin dal 1983 e soprattutto nel periodo 1992-1993 lei, presidente Amato, si è rapportato con la giustizia - ed è questo il problema vero - sempre in comportamenti omertosi e in omissioni concludenti? (Commenti dai banchi del centro-destra).
Perché nel 1983, quando lei venne mandato da Craxi a Torino per fare il commissario del partito decapitato anche in quel caso dagli arresti per lo scandalo Zampini, lei se la prese così tanto con l'allora sindaco Diego Novelli per essersi rivolto alla magistratura e "non aver risolto politicamente" - sono le sue parole - "la faccenda"? Perché il 27 agosto del 1992 partecipò, nonostante fosse Presidente del Consiglio, alla riunione indetta da Craxi per studiare la strategia di delegittimazione dei magistrati di Mani pulite nonostante ciò fosse, come ha di recente ricordato l'allora ministro di grazia e giustizia Martelli, contrario ai doveri istituzionali? Perché, come ha avuto modo di riferire Craxi nel dicembre del 1992, dopo il primo avviso di garanzia da lui ricevuto, l'allora capo della polizia Parisi prima di andarlo a trovare per consegnargli dei tabulati telefonici illegittimamente acquisiti si recò proprio da lei, signor presidente Amato, per informarlo? E perché lei, che pure era pubblico ufficiale in quanto Presidente del Consiglio, ha taciuto sul fatto che erano state disposte ed effettuate attività di illecite interferenze in violazione della legge? 
Non dica, la prego, che non ne sapeva nulla, altrimenti come si spiegherebbe la ragione per cui nell'estate del 1992 lei, nella sua qualità di Presidente del Consiglio convocò a Roma il suo Ministro dell'ambiente e letteralmente lo aggredì per avere egli espresso parole di solidarietà ai magistrati di Milano con le seguenti testuali parole: "Ma che hai fatto, dovevi prima telefonare a Bettino, dovevi prima consultarti con me, come ti permetti, cosa ti è saltato in mente?".
Soprattutto, come spiegherebbe perché, in particolare il 24 agosto 1992, lei così si espresse con il suo predetto Ministro: "Bettino ha ragione, io ho i rapporti di Parisi e di tutti i Servizi che dicono che bisogna fermare questo pool, che dicono che questi stanno mettendo in pericolo le istituzioni… Questo è il parere unanime della Polizia e dei Servizi… è un disegno eversivo di un settore della magistratura"?
(Antonio Di Pietro, rivolgendosi all'allora presidente del Consiglio, Giuliano Amato, Senato della Repubblica, Roma, 3 maggio 2000)

Posted via web from ideeali

Agnes Heller: "L'Occidente sta perdendo le virtù" (Molinari)


Heller: l’Occidente sta perdendo le virtù

DA NEW YORK ELENA MOLINARI

Agnes Heller riceve l’ospite nella lobby dell’albergo di uno dei quartieri più bohemien New York. «La gente qui è più interessante che nei grandi hotel del centro, pieni di turisti. Qui almeno si può fare conversazione a cena», spiega scandendo le parole e marcando le consonanti – l’unica traccia di accento che le è rimasta da quando ha lasciato Budapest, nel 1977, alla volta dell’Australia e poi degli Stati Uniti. Ora la quasi ottantenne filosofa passa l’autunno a New York, insegnando etica ed esistenzialismo ai dottorandi della New School, e il resto dell’anno in giro per Europa ed Australia, tenendo lezioni e conferenze. Parlare con la gente e scoprirne le motivazioni la interessa da quando aveva 18 anni e abbandonò la fisica per studiare filosofia con il marxista György Lukács. Era il 1947 e due anni dopo l’Ungheria avrebbe abbracciato lo stalinismo, che si presentava come un’applicazione sociale del pensiero di Marx. Nel 1956 con l’esplodere della rivoluzione ungherese, Heller cominciò però il cammino prima di reinterpretazione poi di allontanamento da Marx che ha occupato buona parte del suo lavoro filosofico. A renderlo del tutto originale è l’intersezione fra studi sociali e morali, fra storia ed etica che trova origine nell’esperienza personale della filosofa.

Quali eventi hanno influenzato maggiormente la sua ricerca filosofica?

«Negli anni ’40, in Ungheria, sono passata dall’Olocausto a un regime totalitario. La mia ricerca da quel momento è stata dedicata a comprendere quegli eventi dal punto di vista morale.
Il totalitarismo sono riuscita a capirlo, l’Olocausto no. Come un essere umano possa fare qualcosa del genere ai suoi simili, senza odio personale o gelosia, è rimasto un mistero. La mia ricerca è sempre stata in due direzioni. Quella morale, o antropologica, per capire la radice del bene e del male, e quella sociale, o storica, che si chiede: che tipo di mondo è quello in cui si può sviluppare il totalitarismo, o un sistematico annientamento di altri esseri umani? La mia risposta è che questi due regimi non sono emersi da alcuna necessità storica. Entrambi sono in parte il risultato del 'peccato originale' della Prima guerra mondiale, ma non ne conseguono necessariamente. Ho però concluso che il totalitarismo è una forma di governo moderna, è un fenomeno della modernità».

Vede differenze fra fra totalitarismi secolari e religiosi?

«Non sostanziali. Entrambi sono il risultato di una perdita di credo fondamentali. Di quella che Sartre chiamava caduta nella libertà, ovvero nel nulla. Sono una reazione alla modernità».

Come definisce la modernità?

«Ha tre caratteristiche imprescindibili: il libero mercato, l’accumulo di conoscenza scientifica e tecnologica e la possibilità di inventare nuove istituzioni.
Nessuno di questi tre elementi può essere omesso perché una società sia effettivamente moderna».

Quali fondamenti abbiamo perso?

«Non ci muoviamo più su terreno solido. Il principio base della modernità è che tutti gli uomini sono nati liberi e uguali.
Ma non è una base solida. Le società tradizionali si costruivano sulla fede in Dio, nella provvidenza. L’Illuminismo ha distrutto questa fede come elemento condiviso della vita sociale. La modernità è la prima forma sociale nella storia che può essere riprodotta con o senza religione. Ora l’unica verità condivisa è quella della scienza».

Come nasce e che ruolo ha la moralità individuale in una società moderna?

«La scienza non pretende di avere alcuna autorità in campo morale. Siamo liberi. Quindi, persi. La scienza ci dice che l’unico motivo per esercitare autocontrollo individuale è quello della salute, e ci indica uno stile di vita basato su cosa ci fa bene o male. Questo è uno dei sostituti della morale. Ma si può ancora essere persone morali nella nostra società».

Come?

«Bisogna scegliere di esserlo. E conquistare da soli le virtù che rendono una persona 'buona', perché non sono più date per scontate. Alla fine la scelta è semplice: preferire subire un’ingiustizia al commetterla».

Possono modernità e religione convivere?

«Sì, lo si vede chiaramente in America, dove la religione, pur non essendo più l’unico fondamento della società, ha lasciato una forte impronta nel modo in cui la società è organizzata. Gli americani, per esempio, hanno un forte senso di comunità. Sono individualisti dal punto di vista economico, ma in ogni altro aspetto della loro vita danno forte importanza alla comunità e ai suoi riti, e se ne lasciano più facilmente influenzare rispetto agli europei. Inoltre gli americani hanno più fede.

Non solo in Dio, ma anche nella democrazia, nella libertà, rispetto agli europei che sono più cinici. In questo senso se la democrazia può essere considerata a rischio, lo è maggiormente in Europa, dove è solo una cornice all’interno della quale operare».

Visto che la modernità è una forma sociale relativamente nuova, sopravviverà?

«È impossibile saperlo. Possiamo avere solo intuizioni sul futuro basate sul presente. L’esempio lampante è Marx. Le sue previsioni basate sull’osservazione del presente erano esatte: la globalizzazione, l’accumulazione di capitale. Ma quando parla delle future forme di società, dice sciocchezze».

Posted via web from ideeali

Agnes Heller: "L'Occidente sta perdendo le virtù" (Molinari)

Heller: l’Occidente sta perdendo le virtù

DA NEW YORK ELENA MOLINARI

Agnes Heller riceve l’ospite nella lobby dell’albergo di uno dei quartieri più bohemien New York. «La gente qui è più interessante che nei grandi hotel del centro, pieni di turisti. Qui almeno si può fare conversazione a cena», spiega scandendo le parole e marcando le consonanti – l’unica traccia di accento che le è rimasta da quando ha lasciato Budapest, nel 1977, alla volta dell’Australia e poi degli Stati Uniti. Ora la quasi ottantenne filosofa passa l’autunno a New York, insegnando etica ed esistenzialismo ai dottorandi della New School, e il resto dell’anno in giro per Europa ed Australia, tenendo lezioni e conferenze. Parlare con la gente e scoprirne le motivazioni la interessa da quando aveva 18 anni e abbandonò la fisica per studiare filosofia con il marxista György Lukács. Era il 1947 e due anni dopo l’Ungheria avrebbe abbracciato lo stalinismo, che si presentava come un’applicazione sociale del pensiero di Marx. Nel 1956 con l’esplodere della rivoluzione ungherese, Heller cominciò però il cammino prima di reinterpretazione poi di allontanamento da Marx che ha occupato buona parte del suo lavoro filosofico. A renderlo del tutto originale è l’intersezione fra studi sociali e morali, fra storia ed etica che trova origine nell’esperienza personale della filosofa.

Quali eventi hanno influenzato maggiormente la sua ricerca filosofica?

«Negli anni ’40, in Ungheria, sono passata dall’Olocausto a un regime totalitario. La mia ricerca da quel momento è stata dedicata a comprendere quegli eventi dal punto di vista morale.
Il totalitarismo sono riuscita a capirlo, l’Olocausto no. Come un essere umano possa fare qualcosa del genere ai suoi simili, senza odio personale o gelosia, è rimasto un mistero. La mia ricerca è sempre stata in due direzioni. Quella morale, o antropologica, per capire la radice del bene e del male, e quella sociale, o storica, che si chiede: che tipo di mondo è quello in cui si può sviluppare il totalitarismo, o un sistematico annientamento di altri esseri umani? La mia risposta è che questi due regimi non sono emersi da alcuna necessità storica. Entrambi sono in parte il risultato del 'peccato originale' della Prima guerra mondiale, ma non ne conseguono necessariamente. Ho però concluso che il totalitarismo è una forma di governo moderna, è un fenomeno della modernità».

Vede differenze fra fra totalitarismi secolari e religiosi?

«Non sostanziali. Entrambi sono il risultato di una perdita di credo fondamentali. Di quella che Sartre chiamava caduta nella libertà, ovvero nel nulla. Sono una reazione alla modernità».

Come definisce la modernità?

«Ha tre caratteristiche imprescindibili: il libero mercato, l’accumulo di conoscenza scientifica e tecnologica e la possibilità di inventare nuove istituzioni.
Nessuno di questi tre elementi può essere omesso perché una società sia effettivamente moderna».

Quali fondamenti abbiamo perso?

«Non ci muoviamo più su terreno solido. Il principio base della modernità è che tutti gli uomini sono nati liberi e uguali.
Ma non è una base solida. Le società tradizionali si costruivano sulla fede in Dio, nella provvidenza. L’Illuminismo ha distrutto questa fede come elemento condiviso della vita sociale. La modernità è la prima forma sociale nella storia che può essere riprodotta con o senza religione. Ora l’unica verità condivisa è quella della scienza».

Come nasce e che ruolo ha la moralità individuale in una società moderna?

«La scienza non pretende di avere alcuna autorità in campo morale. Siamo liberi. Quindi, persi. La scienza ci dice che l’unico motivo per esercitare autocontrollo individuale è quello della salute, e ci indica uno stile di vita basato su cosa ci fa bene o male. Questo è uno dei sostituti della morale. Ma si può ancora essere persone morali nella nostra società».

Come?

«Bisogna scegliere di esserlo. E conquistare da soli le virtù che rendono una persona 'buona', perché non sono più date per scontate. Alla fine la scelta è semplice: preferire subire un’ingiustizia al commetterla».

Possono modernità e religione convivere?

«Sì, lo si vede chiaramente in America, dove la religione, pur non essendo più l’unico fondamento della società, ha lasciato una forte impronta nel modo in cui la società è organizzata. Gli americani, per esempio, hanno un forte senso di comunità. Sono individualisti dal punto di vista economico, ma in ogni altro aspetto della loro vita danno forte importanza alla comunità e ai suoi riti, e se ne lasciano più facilmente influenzare rispetto agli europei. Inoltre gli americani hanno più fede.

Non solo in Dio, ma anche nella democrazia, nella libertà, rispetto agli europei che sono più cinici. In questo senso se la democrazia può essere considerata a rischio, lo è maggiormente in Europa, dove è solo una cornice all’interno della quale operare».

Visto che la modernità è una forma sociale relativamente nuova, sopravviverà?

«È impossibile saperlo. Possiamo avere solo intuizioni sul futuro basate sul presente. L’esempio lampante è Marx. Le sue previsioni basate sull’osservazione del presente erano esatte: la globalizzazione, l’accumulazione di capitale. Ma quando parla delle future forme di società, dice sciocchezze».

© Copyright Avvenire, 7 maggio 2008

Posted via web from ideeali

La responsabile del Wcc per il dialogo cristiano islamico La conoscenza favorisce l'intesa tra le religioni - L'OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 15 agosto 2009

La responsabile del Wcc per il dialogo cristiano islamico

La conoscenza favorisce
l'intesa tra le religioni


di Alessandro Trentin

"Un'esperienza altamente positiva che ha visto un concreto e utile confronto tra giovani per sviluppare il reciproco rispetto". È, in sintesi, il bilancio del seminario di formazione per il dialogo interreligioso promosso dal World Council of Churches (Wcc) nei giorni scorsi, a Bossey, in Svizzera, tracciato dalla responsabile per il dialogo tra cristiani e musulmani, Rima Barsoum. Venticinque studenti cristiani, ebrei e musulmani, come si è riferito nell'edizione di ieri de "L'Osservatore Romano", si sono confrontati in particolare sul tema "Il contributo delle religioni alla pacificazione".
Le religioni, è fra l'altro emerso, anziché costituire un ostacolo al processo di riconciliazione nei contesti di conflitto, assumono un valore di testimonianza corale ai valori primari dell'uomo.
"La particolarità di questo seminario - afferma Barsoum - è che ha reso possibile contatti reali e ha dato l'opportunità di eliminare i pregiudizi reciproci tra i partecipanti".
Per la responsabile, questo è stato agevolato dalla scelta della formula comunitaria. "Quando infatti è iniziato il seminario - specifica - non è stato facile per i giovani prendere la parola, perché ognuno di loro doveva confrontarsi con gli stereotipi dei Paesi di origine". Barsoum spiega che "i pregiudizi sono veicolati anche dalle rappresentazioni fatte dai media delle realtà locali e ciò che viene pubblicato spesso generalizza le percezioni negative". "Ma - osserva - quando gli studenti sono entrati in relazione reale e diretta, hanno cominciato a scoprire chi è veramente "l'altro", rompendo i pregiudizi e costruendo ponti".
Il seminario del Wcc si tiene tradizionalmente ogni anno, sempre a Bossey, tuttavia, aggiunge la donna "ogni volta l'esperienza assume contenuti caratteristici, in relazione alle varie personalità dei partecipanti, arricchendo così di volta in volta i frutti del dialogo". "Quest'anno - evidenzia - ha fatto particolare impressione vedere come i giovani hanno saputo instaurare tra loro il confronto, in quanto molti provenivano da zone dove sono in atto scontri militari e non hanno la possibilità di entrare in contatto con i coetanei delle altre comunità". "A Bossey - conclude - ciò invece è potuto accadere:  gli studenti hanno avuto modo di condividere le loro esperienze di sofferenza e di sentirsi interiormente trasformati per aprirsi alla riconciliazione".
Il seminario, fra l'altro, ha dato ai giovani l'occasione di prendere parte ai diversi riti delle religioni di appartenenza:  "Questa - ha detto Barsoum - è un'opportunità che raramente abbiamo nella vita quotidiana. L'esperienza individuale di come entriamo in contato con il divino, ci può aiutare a scoprire quello che abbiamo in comune con gli altri".

(©L'Osservatore Romano - 15 agosto 2009)

Posted via web from ideeali

domenica 16 agosto 2009

"La mia scuola" - LASTAMPA.it - "La mia scuola" Il racconto del teologo Gianni Gennari per "Oltretevere" GIACOMO GALEAZZI IL RACCONTO DI GIANNI GENNARI PER "OLTRETEVERE:"

"La mia scuola" Il racconto del teologo Gianni Gennari per "Oltretevere" GIACOMO GALEAZZI IL RACCONTO DI GIANNI GENNARI PER "OLTRETEVERE:"  

            1970: Per mantenermi iniziai ad insegnare religione nelle Scuole di Stato, prima per un anno al Liceo Scientifico Statale J. F. Kennedy, sul Gianicolo e poi, dopo la pausa di due anni nei quali discussi la tesi su Teresa di Lisieux ed iniziai l’insegnamento di teologia morale al Laterano, per altri sei anni al Liceo Giulio Cesare di Roma, a Corso Trieste.

     Una  eUna grande e bella esperienza, che poi sarebbe finita nel 1979 in modo imprevisto, come vedremo…Allo Scientifico Kennedy l’inizio fu singolare. Erano gli anni in cui la contestazione faceva rumore, sull’onda del ’68, e si discuteva molto, sui giornali, pro e contro la religione in genere e anche nella scuola. Ebbene: la prima lezione fu a sorpresa. Arrivai in classe, nessuno si alzò – poco male! – ma la scena fu inattesa, perché la classe intera iniziò a battere i pugni o i libri sui banchi gridando forte lo slogan: “La religione è l’oppio dei popoli!” Che fare? Salii sulla cattedra e mi misi seduto, in silenzio e guardando dritto la classe…Lo slogan continuò per qualche minuto, poi a poco a poco, uno per uno, smisero di battere e di ripetere la parola d’ordine, evidentemente spiazzati, e si fece silenzio…Allora mi venne una battuta: “Dunque, la vogliamo fare, o no? Questa tiratina di oppio dei popoli?” Fu l’inizio, e il seguito venne a poco a poco. L’ambiente era difficile, l’istituto era un po’ abbandonato a se stesso, ma riuscii a realizzare un ambiente favorevole e cordiale…Tra l’altro proprio nella prima lezione usavo un accorgimento semplice, ma efficacissimo, uno stratagemma che colpiva molto…Ce lo aveva consigliato – da vero esperto – il padre spirituale del Seminario Romano Maggiore, monsignor Giovanni Canestri, poi ausiliare di Roma, arcivescovo di Cagliari e di Genova e cardinale, ancora oggi vivo e vegeto…Facendo il primo appello sul registro tenevo a mente la posizione di uno o due alunni, con il loro cognome, andavo avanti e al primo accenno di disturbo di uno dei due lo richiamavo direttamente nominandolo: “Rossi, stai attento, per favore! Bianchi, non disturbare!” Era uno sbalordimento collettivo: questo già ci conosce! Non era vero, ma il trucco serviva. L’esperienza al Kennedy fu dura, ma mi insegnò molte cose, tra esse l’esigenza di contenuti seri, Bibbia alla mano, e quella di non andare alla ricerca di cose di pura attualità e curiosità facili, ma prive di veri contenuti religiosi…Non catechismo, certo, perché l’attenzione doveva essere culturale e storica, ma neppure divagazioni psico-sessuali o commenti alla cronache del giorno…I problemi della vita dei ragazzi, del resto, erano quelli al centro della fede vissuta, e l’ora andava valorizzata per quello che doveva e poteva dare…Tra l’altro ebbi tra gli alunni anche un ragazzo, D. G., con problemi di identità e di psicologia, che poi sarebbe stato uno dei primi leader del movimento omosessuale italiano, con il quale strinsi un’amicizia fatta di chiarezza e di fedeltà, rispettosa, ma ferma, che mi sarebbe servita come lezione per il futuro, e fino ad oggi. Molto preziosa per l’insegnamento, in proposito, anche la collaborazione con i colleghi, soprattutto di lettere, di filosofia e di scienze, che serviva per arricchire i contenuti e anche per evidenziare le differenze e i dissensi eventuali, e quindi per far ragionare i ragazzi. Ricordo con piacere l’amicizia vera e la collaborazione con alcuni docenti, alcuni dei quali mi chiesero in seguito anche di celebrare il loro matrimonio religioso, e la cui amicizia durò per molti anni…In sostanza il primo anno passò presto. Intanto a settembre del 1970 iniziai l’insegnamento al Laterano, teologia morale, e il nuovo incarico mi suggerì di lasciare temporaneamente  la scuola di religione. Avrei ripreso dopo due anni, e in un liceo classico di grandi tradizioni a Roma, il “Giulio Cesare” di Corso Trieste, dove sarei rimasto quasi sette anni, del tutto diversi e pieni di esperienza. L’apprendistato era servito…

Dopo il Kennedy iniziavo l’insegnamento di teologia morale al Laterano, ma i compensi erano quasi irrisori, e la retta all’Apollinare, pur contenuta, non lo era. A Settembre 1972 ripresi la scuola di religione, con incarico al Giulio Cesare di Corso Trieste, uno dei Licei più noti di Roma, grande tradizione storica, e grande presente di difficoltà e contestazioni tra studenti di destra e sinistra, e anche violenze e minacce reciproche…Sette anni! Definirli bellissimi mi viene spontaneo. I primi approcci furono difficili, ma ben presto superati con disinvoltura, soprattutto per merito dei ragazzi e ragazze, che dopo qualche resistenza polemica cominciarono a partecipare con soddisfazione. Confesso alcune scelte discutibili, e anche discusso. Per esempio chiesi ed ottenni che i ragazzi mi dessero del tu, e sulle prime ci furono reazioni negative dei colleghi. Ricordo una collega che in Consiglio di classe disse il suo scandalo. Risposi con calma che mi auguravo che gli alunni che a lei davano del “lei” avessero lo stesso rispetto che avevano dandomi del tu. Fu sufficiente…Tra i ragazzi c’erano forti divisioni e rivalità: c’erano alunni di idee opposte, e fuori della scuola spesso anche violenze e pestaggi, in particolare da parte di gruppi di fanatici ultradestra, con bastoni, catene e pugni di ferro…Talora, ma per fortuna raramente, il contrasto arrivava dentro la scuola. Una volta ricordo che insieme con il prof. Lauretta, che insegnava filosofia, ci trovammo all’ingresso  in mezzo ai due gruppi che si fronteggiavano, sotto una grande porta a vetri alta più di quattro metri, cercando di calmare le due spinte contrapposte. Ad un certo punto la pressione fu tale che in pochi secondi venne giù una cascata di vetri taglientissimi, a pochi centimetri da noi due e da parecchi ragazzi: una specie di miracolo: tutti illesi…

In classe cambiava tutto. Passavano delle ore molto belle: si parlava inizialmente di tutto, ma stavo attento a rientrare sempre nei temi della materia, e in particolare sulla Bibbia e sulla storia della Chiesa e della fede. L’interesse era vivo. Nessuna richiesta di esonero. Ricordo che all’inizio anche qualcuno di altre religioni, che lo aveva chiesto, e qualcuno apertamente non credente per scelte personali o anche di famiglia, era presente e partecipe. Ci incontravamo anche fuori della scuola, e in particolari circostanze quelli che volevano partecipavano a qualche iniziativa speciale. Trovavo utile far conoscere ai ragazzi qualche esperienza speciale di fede. Una delle attrattive, allora, metà degli anni ’70, a circa 180 km da Roma, era la comunità di Spello attorno al carissimo Fratel Carlo Carretto, un personaggio a me carissimo: condividevo con lui il giorno di nascita, 2 aprile, sebbene a 30 anni di distanza, e tante speranze. Si partiva con un pulmino, che guidavo personalmente, e via per una giornata con lui, che i ragazzi un po’ per scherzo e un po’ senza pensarci si abituarono a chiamare “Carlo Carletto”…Si arrivava, si discuteva, chi voleva parlava anche con lui, chi voleva pregava in cappella, si mangiava insieme e a fine giornata si tornava a Roma…Nessun problema per chi non veniva…Altra scelta di metodo, forse discutibile: era così semplice il rapporto con gli alunni che mi sono sempre rifiutato di dare voti distinti a ciascuno, e la valutazione era per tutti quella della classe nel suo complesso. Difesi con i colleghi, all’inizio problematici, questa scelta, che però a poco a poco fu apprezzata. Ho avuto la fortuna di avere degli splendidi colleghi, lì al Giulio Cesare, e in particolare due, Don Antonio Penazzi, prete e professore di grande qualità, uno che aveva fondato un gruppo di apostolato sociale e concreto nell’ambiente allora poverissimo della Borgata Fidene, tra i primi apostoli sociali ed evangelizzatori della zona. Per la cronaca morì a metà anni ’90, e oggi la stazione della Borgata è su una piazza intitolata a lui…Insieme si scelse anche un metodo particolare per la cosiddetta messa pasquale. Era d’abitudine far venire i ragazzi a scuola e poi, guidati dai professori, tutti nella parrocchia vicina, di San Saturnino, classe per classe, all’inizio dell’orario ufficialmente scolastico. Chiedemmo ai presidi, con qualche scandalo di colleghi e famiglie, che la Messa fosse celebrata dopo le prime due ore di lezione, e fosse del tutto libera la partecipazione, senza alcun controllo, in pratica in orario extrascolastico. Con grande sorpresa di molti, anche di qualche collega che all’inizio brontolava per “la novità”, il risultato fu che la partecipazione di studenti e professori fu di gran lunga maggiore di quanto non fosse prima, quando si veniva come per un rito dovuto all’usanza. Anche i “brontoloni” si convinsero…Sette anni di grande impegno e di grandi soddisfazioni, ancora sorprendentemente vive. All’inizio non avevo le 18 ore complete: dovendo insegnare al Laterano teologia morale e storia della spiritualità nella Facoltà di teologia e teologia morale e filosofia della religione nell’Istituto Ecclesia Mater per laici e religiose chiesi un tempo limitato attorno alle 15 ore. 15 classi diverse, ciascuna di circa 25 o 30 alunni e alunne, dal IV ginnasio alla III Liceo: una cosa impegnativa e stimolante, con un gruppo di colleghi delle altre materie disponibili al dialogo ed anche alla collaborazione, e con Presidi, anche manifestamente non credenti, che accompagnarono con cordialità il lavoro anche dei docenti di religione. Erano tempi difficili in genere, ed anche in specie per il Giulio Cesare, in quegli anni al centro anche di irruzioni violente di opposti estremi, i nostalgici neri di regimi nazistoidi e gli autonomi rossi e tendenzialmente anarchici e protestatari contro tutto ciò che voleva dire autorità ed efficienza scolastica.

Ci furono episodi ricorrenti di violenza, anche armata, attorno alla scuola, con nomi di ragazzi e ragazze poi passati alla storia del terrorismo, soprattutto di destra, ma la scuola, come tale, al suo interno, continuò a funzionare bene. Tre presidi in otto anni, Notte, D’Achille e Tomassini, soprattutto gli ultimi due ottimi, e ottimi colleghi delle altre materie…

In classe si parlava molto, ma sempre in vista del discorso di conoscenza della religione in genere e di quella cattolica in specie, facendoci interrogare anche dall’attualità, ma senza mai perdere tempo in divagazioni leggere e senza contenuti specifici. Ho ancora davanti a me tanti volti di ragazzi e ragazze diversi, ed episodi precisi da ricordare. Qui qualcuno in particolare. In una terza liceo, p. es., un giovane conosciuto come ribelle e di sinistra, ma calmo e razionale, un giorno mi prende da parte e mi dice, tranquillo, che dopo qualche giorno non sarebbe più venuto a scuola, perché aveva deciso di entrare in un gruppo di rivolta armata che si stava formando: “è una confidenza che faccio a te, perché ti stimo e ti chiedo di capirmi…” Un attimo, e mi partì un ceffone vero e proprio.

Restò sorpreso, in silenzio, e se ne andò via. Di fatto è rimasto a scuola. Non solo, ma poi mi ha detto che quello schiaffone lo aveva fatto riflettere molto. Oggi è non solo credente e praticante, ma religioso professo…

Grandi cose ed anche piccole, ma tutte importanti. C’era p. es. in una seconda liceo una ragazza che da tempo vedevo triste e silenziosa, in disparte, sempre con un loden verde addosso, anche in classe, e allora un giorno la fermo e le chiedo cosa abbia…Mi guarda, muta, poi apre il loden e mi fa vedere…Era al sesto mese di gravidanza, e nessuno se ne era accorto. Lui, il ragazzo, era fuggito via. Piangendo mi chiese aiuto. Andai io, con lei, dai suoi, a casa. Fui accolto benissimo come un amico. Genitori colti e progressisti, dinamici e dediti all’azione anche politica, mi dissero che la figlia parlava spesso delle ore passate in classe…Insomma: toccò a me dir loro come stavano le cose, la loro figliola attendeva un figlio, chiarendo subito che ero solo un ambasciatore da parte sua…Fu come se avessi dato a tutti e due una martellata sulla testa. Ma fu salutare: la gravidanza andò avanti e il bimbo nacque e fu salvato…

Anche piccole cose, e belle da ricordare. Conservo una cartolina a firma “Maria”, una ragazzina di IV ginnasio. Il testo era semplice: “Tanti bacioni, Maria”. Ma seguiva un P. S. così: “Il nonno mi dice che a un prete non si mandano bacioni, ma tu sei un amico, e poi un prete!” Non del tutto ortodossa, come cartolina, ma a me parve, e pare ancora, bella.

Il rapporto era forte col passare degli anni, e si è mantenuto anche ben oltre la fine di questa esperienza, in realtà un po’ triste e dolorosa, di cui parlerò magari alla prossima. Ma voglio concludere con una cosa di attualità piena. Tra le tante ex alunne ce n’era una, ora quasi cinquantenne, figlia di famiglia nota anche nella sua non credenza, allora dichiaratamente non cattolica e apertamente atea, impegnata politicamente e talora anche attivamente ostile a tutto ciò che sapeva di chiesa e religione, che tuttavia vedevo attenta e riflessiva quando si parlava seriamente. Ebbene: sono stato invitato da lei, di recente, a partecipare al suo Battesimo in questa notte di Pasqua 2009. Ci ha tenuto lei stessa a darmi la “buona notizia”. Segno che, nonostante qualche esito doloroso, di cui alla prossima, non tutto il lavoro di quegli anni è stato inutile. Anche in cattedra di religione, in uno dei licei più difficili, in tempi duri e burrascosi, si può far qualcosa di buono…

Dunque insegnavo religione in tempi difficili – anni dell’inizio e dell’esplosione del terrorismo – e ne ero contento. Incontravo una generazione che cercava “il senso” del vivere – lo fanno tutte, forse – ma gli anni erano densi di avvenimenti nuovi e problematici. Il Concilio era attualità appena trascorsa, ma ancora tutto davanti – per certi aspetti lo è ancora – l’inquietudine della politica era forte – l’unità politica dei cattolici nella Dc perdeva colpi, era arrivata la legge del divorzio dal 1970, si discuteva sull’aborto in arrivo, sul Concordato, sulla collegialità episcopale da realizzare, sul pluralismo teologico che rischiava di minacciare l’unità della fede, sulla teologia della liberazione che dipendeva troppo da certi influssi della cultura marxista, mentre per altri era la riscoperta della valenza liberatoria del messaggio biblico ed anche evangelico, sulla realtà femminile che cercava spazio anche nella Chiesa, ecc…

Tempi inquieti. Per quanto mi riguarda avevo la fama di prete di sinistra, dovuta però al fatto che per ragioni strettamente religiose e di ministero avvicinavo anche cattolici militanti a sinistra. Partiva subito, in quei tempi, l’accusa di “marxismo”, sia in ambienti politici che purtroppo anche ecclesiastici…Non mi piaceva, e lo dicevo con convinzione, l’identificazione della Chiesa e dei credenti come tali con la Dc dalle molte facce, non tutte ugualmente degne e pulite…Nel 1974, ai tempi del referendum sul divorzio avevo difeso il diritto della Chiesa di manifestare la sua contrarietà all’istituto, che però ormai era legge dello Stato dal 1970, ma avevo anche espresso il dubbio che un atteggiamento imperativo in politica, per l’abrogazione della legge fosse l’unico, e soprattutto il più opportuno. Bastò per essere punito con la cessazione dell’insegnamento teologico al Laterano senza che potessi difendermi e chiarire il senso vero delle mie posizioni. La bufera era passata, ne erano seguite altre minori, ma l’insegnamento della religione era una “bella avventura” in positivo, per me e anche per gli alunni. La pensava così anche un preside come il prof. Mauro Tomassini, che insegnava anche fisica alla Sapienza, e pur essendo personalmente non credente aveva grande fiducia nei docenti di religione in quei tempi e in quell’Istituto difficile...

Ebbene, come un fulmine a ciel sereno, all’inizio di settembre 1979 arrivano due lettere dell’Ufficio Catechistico della Diocesi, una a me e una al Preside, con la notifica che per l’anno che iniziava non avevo più il placet per il rinnovo della cattedra. Nessuna motivazione. Al Preside, che la chiese, si rispose che la ragione apparteneva “ai rapporti di coscienza tra il docente e il suo vescovo”. A me su richiesta a voce e per iscritto non giunse mai risposta…Non ci fu niente da fare. Il Preside Tomassini, dopo aver scritto senza riscontro al cardinale Poletti, fece addirittura ricorso al giudizio di tribunale, ma in Cassazione la cosa finì con sentenza contraria: il vescovo non era tenuto, per il Concordato, a comunicare alcuna ragione. “Il Tetto” – rivista a metà tra giuridica e di attualità politica, pubblicò un dossier sulla vicenda, con i documenti e la sentenza…Finito! Ovviamente fui molto dispiaciuto, e mi toccò placare le reazioni degli alunni: ci furono raccolte di firme di protesta, e intere classi all’inizio rifiutarono mons. Alessandro Plotti che fu inviato a sostituirmi, allora parroco di S. Lucia, tra l’altro un caro amico, in seguito arcivescovo di Pisa e vicepresidente per anni della Cei…D’accordo con il Preside, allora, andai personalmente a scuola a parlare con le classi protestatarie, dicendo che il collega Plotti non solo non aveva alcuna responsabilità nella vicenda, ma era anche un amico, e avrebbe fatto bene il suo “mestiere”…

Io non ho mai avuto una spiegazione. Pare – ipotesi più probabile – che la “goccia” che fecero traboccare il vaso fu il fatto che a giugno 1979 il Preside aveva progettato per l’anno successivo un corso di “educazione sessuale” per le Terze Liceo, chiedendomi di essere il consulente religioso dell’iniziativa, e che qualche illustre famiglia della borghesia “nera” del quartiere aveva protestato “in alto” rinnovando l’accusa: “marxismo”! Tutto qui, e davvero tutto falso…

A parte il fatto che allora mi trovai senza alcun reddito, a quasi 40 anni, e perciò iniziai l’attività giornalistica, fu per me davvero un grande dolore. Ebbene: dopo 30 anni non nego quel dolore, ma riconosco che il Signore ha scritto dritto anche sulle righe storte di altri, me compreso, ed ha spinto la mia vita per un cammino imprevisto, ma sempre nella sua luce. S. Agostino, completando una citazione paolina, ha scritto che “per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene, anche i peccati”. Evidentemente, non deve essere un lasciapassare per i peccatori, ma serve a dare il senso della provvidenza anche a vicende dolorose come tali. E questo è sempre molto bello…

Posted via web from ideeali