Paolo Ruffini - Intervento al seminario La riconciliazione oggi - Assisi 28.2.2002 http://www.italianieuropei.net/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=60','win2','status=no,toolbar=no,scrollbars=yes,titlebar=no,menubar=no,resizable=yes,width=640,height=480,directories=no,location=no'); return false;" target="_blank"> ![]()
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Il problema del dialogo, o meglio della difficoltà del dialogo, oggi, sta nel fatto che quasi senza accorgercene, stiamo tutti inseguendo un mondo che ci è scappato di mano. Cerchiamo risposte semplici a domande complesse. Ci rifuggiamo nel ventre caldo delle nostre identità ancestrali. Quasi che fosse possibile congelarle in un blocco di ghiaccio. Lasciamo espandere singoli frammenti della nostra identità sino a convincere noi stessi di poterci ricomprendere tutti in questo frammento ipertrofico. Chiudiamo gli occhi. Abbiamo paura. E alla fine smarriamo anche noi stessi. Paradossalmente, perdiamo anche il senso della nostra identità , delle nostre identità , che invece vorremmo tutelare. E' da qui, secondo me, che dobbiamo partire per riannodare i tanti fili spezzati, i troppi dialoghi tra sordi. Dall'identità di ognuno di noi. E dalla paura irrazionale che ci prende quando essa ci pare minacciata. Dal coraggio di guardare dentro noi stessi per scoprire che in realtà siamo qualcosa di molto più complesso di quanto non pretendiamo di definire con una etichetta identitaria: laici, cattolici, ebrei, mussulmani. Italiani, europei, umbri.... Dalla consapevolezza che solo le identità deboli rifiutano il dialogo, il confronto; si nutrono di un antagonismo sordo più che di una solida capacità di proposta. Ebbene, proprio su questo terreno, un sovrappiù di responsabilità dovrebbe essere chiesto non solo ai politici, non solo agli uomini di religione, ma anche agli operatori dell'informazione. Se è vero, e a mio avviso lo è, che tocca anche ai mezzi di comunicazione nutrire, a volte persino costruire, o ricostruire, una identità nazionale, più identità culturali, occorrerebbe allora una maggiore cautela di fronte al rischio di precipitare all'indietro verso una sorta di tribalizzazione identitaria capace di cancellare, di far sparire ogni forma di dialogo, ogni minimo comun denominatore. Una cautela che a volte, purtroppo, non ci appartiene. Presi come siamo dalla voglia di semplificare, dalla fretta di catalogare: il bianco e il nero; noi e gli altri. Una cautela purtroppo mancata, per esempio, alla tremenda invettiva di Oriana Fallaci, che per un clamoroso errore di prospettiva a molti, troppi, è sembrata un orgogliosa difesa della nostra appartenenza, mentre a me appare piuttosto come la testimonianza di una palese crisi di identità . Prendo a prestito le parole di Amin Maalouf, uno scrittore francese nato in quel crogiolo di identità diverse che è il Libano per spiegare... 'Non possiamo limitarci ad imporre ai miliardi di essere umani smarriti la scelta fra l'affermazione ad oltranza della loro identità e la perdita di ogni identità , fra l'integralismo e la disgregazione. Se i nostri contemporanei non verranno incoraggiati ad assumere le loro molteplici appartenenze, se non riusciranno a conciliare il loro bisogno di identità con una apertura schietta e priva di complessi alle culture diverse, se si sentiranno obbligati a scegliere fra la negazione di se stessi e la negazione degli altri, formeremo legioni di pazzi sanguinari, legioni di squilibrati'. Ecco, io penso piuttosto che nella tutela della nostra identità , etnica, culturale, religiosa, dovremmo sentirci un po' tutti frontalieri. Dovremmo appunto costruire sul dialogo, e non sull'esclusione, la nostra identità , che non è mai statica. Le nostre identità in divenire. Questo non vuol dire annullare le differenze, ma al contrario apprezzarle, misurarle, valorizzarle persino. Non c'è dialogo se non c'è diversità . Ma non c'è identità se non c'è dialogo, paragone, confronto. Non c'è nulla da affermare se non si ha il coraggio di ascoltare. E' in questo quadro che si inserisce un discorso sulla memoria, che unica può tessere le nostre molteplici identità . Non c'è dialogo, non c'è confronto, infatti, se non si conserva la memoria delle nostre molteplici appartenenze, e soprattutto quella della radice ultima che tutti ci accomuna. Dovremmo contestare tutti, laici e credenti, ogni forma di fanatismo, che vive solo un presente disperato. Dovremmo ricostruire, rifondare, le basi di un comune sentire, le basi etiche che ci fanno riconoscere parte di un destino condiviso. Dovremmo saper riconoscere che questo è anche il nostro interesse, l'interesse di ognuno di noi, ormai inevitabilmente legato a quello di tutti gli altri, anche a quello di chi è più lontano da noi. Se proprio dobbiamo scegliere una parte, per farla diventare il tutto della nostra identità , la nostra parte proprio in questo sta. Troppo poco per chi crede? Troppo poco per chi si riconosce in una verità rivelata? Rispondo con le parole di Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace. Bisogna diffondere una maggiore consapevolezza dell'unità del genere umano. Bisogna fuggire dalla tentazione di imporre agli altri la propria visione della verità . Perché la verità , anche quando la si raggiunge - e ciò avviene sempre in modo limitato e perfettibile - non può mai essere imposta, ma solo proposta. Bisogna comprendere che imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità significa violare la dignità dell'uomo, e, per chi ci crede, fare oltraggio a Dio. Bisogna riannodare innanzitutto il primo filo, ripartire dalla prima regola, dal primo mattone della nostra identità . Non fare agli altri ciò che non cuoi sia fatto a te. Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te. E' questa la vera guerra da vincere, non nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, costruendo una comunità globale i cui confini disegni un mondo più giusto. Il resto viene dopo.
ancora attuale!
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