venerdì 26 giugno 2009

Fondazione Italianieuropei - Paolo Ruffini - Intervento al seminario La riconciliazione oggi - Assisi 28.2.2002

Paolo Ruffini - Intervento al seminario La riconciliazione oggi - Assisi 28.2.2002 http://www.italianieuropei.net/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=60','win2','status=no,toolbar=no,scrollbars=yes,titlebar=no,menubar=no,resizable=yes,width=640,height=480,directories=no,location=no'); return false;" target="_blank"> PDF http://www.italianieuropei.net/index2.php?option=com_content&task=view&id=60&pop=1&page=0&Itemid=81','win2','status=no,toolbar=no,scrollbars=yes,titlebar=no,menubar=no,resizable=yes,width=640,height=480,directories=no,location=no'); return false;" target="_blank"> Stampa http://www.italianieuropei.net/index2.php?option=com_content&task=emailform&id=60&itemid=81','win2','status=no,toolbar=no,scrollbars=yes,titlebar=no,menubar=no,resizable=yes,width=400,height=250,directories=no,location=no'); return false;" target="_blank"> E-mail

Il problema del dialogo, o meglio della difficoltà  del dialogo, oggi, sta nel fatto che quasi senza accorgercene, stiamo tutti inseguendo un mondo che ci è scappato di mano. Cerchiamo risposte semplici a domande complesse. Ci rifuggiamo nel ventre caldo delle nostre identità  ancestrali. Quasi che fosse possibile congelarle in un blocco di ghiaccio. Lasciamo espandere singoli frammenti della nostra identità  sino a convincere noi stessi di poterci ricomprendere tutti in questo frammento ipertrofico. Chiudiamo gli occhi. Abbiamo paura. E alla fine smarriamo anche noi stessi. Paradossalmente, perdiamo anche il senso della nostra identità , delle nostre identità , che invece vorremmo tutelare. E' da qui, secondo me, che dobbiamo partire per riannodare i tanti fili spezzati, i troppi dialoghi tra sordi. Dall'identità  di ognuno di noi. E dalla paura irrazionale che ci prende quando essa ci pare minacciata. Dal coraggio di guardare dentro noi stessi per scoprire che in realtà  siamo qualcosa di molto più complesso di quanto non pretendiamo di definire con una etichetta identitaria: laici, cattolici, ebrei, mussulmani. Italiani, europei, umbri.... Dalla consapevolezza che solo le identità  deboli rifiutano il dialogo, il confronto; si nutrono di un antagonismo sordo più che di una solida capacità  di proposta. Ebbene, proprio su questo terreno, un sovrappiù di responsabilità  dovrebbe essere chiesto non solo ai politici, non solo agli uomini di religione, ma anche agli operatori dell'informazione. Se è vero, e a mio avviso lo è, che tocca anche ai mezzi di comunicazione nutrire, a volte persino costruire, o ricostruire, una identità  nazionale, più identità  culturali, occorrerebbe allora una maggiore cautela di fronte al rischio di precipitare all'indietro verso una sorta di tribalizzazione identitaria capace di cancellare, di far sparire ogni forma di dialogo, ogni minimo comun denominatore. Una cautela che a volte, purtroppo, non ci appartiene. Presi come siamo dalla voglia di semplificare, dalla fretta di catalogare: il bianco e il nero; noi e gli altri. Una cautela purtroppo mancata, per esempio, alla tremenda invettiva di Oriana Fallaci, che per un clamoroso errore di prospettiva a molti, troppi, è sembrata un orgogliosa difesa della nostra appartenenza, mentre a me appare piuttosto come la testimonianza di una palese crisi di identità . Prendo a prestito le parole di Amin Maalouf, uno scrittore francese nato in quel crogiolo di identità  diverse che è il Libano per spiegare... 'Non possiamo limitarci ad imporre ai miliardi di essere umani smarriti la scelta fra l'affermazione ad oltranza della loro identità  e la perdita di ogni identità , fra l'integralismo e la disgregazione. Se i nostri contemporanei non verranno incoraggiati ad assumere le loro molteplici appartenenze, se non riusciranno a conciliare il loro bisogno di identità  con una apertura schietta e priva di complessi alle culture diverse, se si sentiranno obbligati a scegliere fra la negazione di se stessi e la negazione degli altri, formeremo legioni di pazzi sanguinari, legioni di squilibrati'. Ecco, io penso piuttosto che nella tutela della nostra identità , etnica, culturale, religiosa, dovremmo sentirci un po' tutti frontalieri. Dovremmo appunto costruire sul dialogo, e non sull'esclusione, la nostra identità , che non è mai statica. Le nostre identità  in divenire. Questo non vuol dire annullare le differenze, ma al contrario apprezzarle, misurarle, valorizzarle persino. Non c'è dialogo se non c'è diversità . Ma non c'è identità  se non c'è dialogo, paragone, confronto. Non c'è nulla da affermare se non si ha il coraggio di ascoltare. E' in questo quadro che si inserisce un discorso sulla memoria, che unica può tessere le nostre molteplici identità . Non c'è dialogo, non c'è confronto, infatti, se non si conserva la memoria delle nostre molteplici appartenenze, e soprattutto quella della radice ultima che tutti ci accomuna. Dovremmo contestare tutti, laici e credenti, ogni forma di fanatismo, che vive solo un presente disperato. Dovremmo ricostruire, rifondare, le basi di un comune sentire, le basi etiche che ci fanno riconoscere parte di un destino condiviso. Dovremmo saper riconoscere che questo è anche il nostro interesse, l'interesse di ognuno di noi, ormai inevitabilmente legato a quello di tutti gli altri, anche a quello di chi è più lontano da noi. Se proprio dobbiamo scegliere una parte, per farla diventare il tutto della nostra identità , la nostra parte proprio in questo sta. Troppo poco per chi crede? Troppo poco per chi si riconosce in una verità  rivelata? Rispondo con le parole di Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace. Bisogna diffondere una maggiore consapevolezza dell'unità  del genere umano. Bisogna fuggire dalla tentazione di imporre agli altri la propria visione della verità . Perché la verità , anche quando la si raggiunge - e ciò avviene sempre in modo limitato e perfettibile - non può mai essere imposta, ma solo proposta. Bisogna comprendere che imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità  significa violare la dignità  dell'uomo, e, per chi ci crede, fare oltraggio a Dio. Bisogna riannodare innanzitutto il primo filo, ripartire dalla prima regola, dal primo mattone della nostra identità . Non fare agli altri ciò che non cuoi sia fatto a te. Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te. E' questa la vera guerra da vincere, non nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, costruendo una comunità  globale i cui confini disegni un mondo più giusto. Il resto viene dopo.

ancora attuale!

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venerdì 19 giugno 2009

LATINO AMERICA E TUTTI I SUD DEL MONDO - home page

40 ANNI DOPO LA PEDAGOGIA DI PAULO FREIRE È ANCORA CENTRALE

Gennaro Carotenuto
(30 settembre 2008)

E’ stato il più grande pedagogo del XX secolo, ma la sua pedagogia dell’oppresso è chiave anche in questo inizio di secolo XXI. Un grande congresso all’Università Cattolica di San Paolo del Brasile ha ricordato Paulo Freire: “Nessuno educa nessuno, come nemmeno nessuno si educa da solo. L’umanità si educa in comunità, insieme nel mondo”.
Si è concluso con un appello alla resistenza pacifica ma sempre attiva e mai passiva al neoliberismo il grande congresso internazionale dedicato a Paulo Freire. Si sono ritrovati da tutti i paesi lusofoni, ma anche dal resto dell’America latina, dalla Spagna, dall’Italia e dagli Stati Uniti presso l’Università cattolica di San Paolo del Brasile. La titolare e coordinatrice della Cattedra Paulo Freire, Prof. Ana Maria Saul ha rivendicato con forza che la pedagogia di Freire sia vigente più che mai e che è lo strumento più potente di opposizione al neoliberismo: “L’educazione è politica, nel senso dell’opzione per i valori. La pedagogia freireiana opta per l’utopia e per una società più umana e democratica”.
Tutto il congresso si è sviluppato sotto l’attacco pesante della stampa neoliberale brasiliana che mai si era occupata tanto di un congresso di pedagogisti. Il settimanale Revista Veja ha dedicato un ampio reportage intitolato provocatoriamente Pronti per il XIX secolo e sostenendo che Freire, nonostante l’enorme interesse per la sua opera, sia “un personaggio arcano che non ha dato alcun contributo alla civiltà occidentale”.
Una delle risposte più calzanti l’ha data il sudafricano Ivor Baatjes che ha denunciato come i sistemi
educativi africani vadano sempre più in senso antidemocratico ma che proprio i popoli di quel continente, quando si sollevano protestando in difesa dell’educazione, lo facciano chiedendo un’educazione che vada sempre più nel senso freireiano: “Nell’educazione il controllo e la punizione lasceranno come risultato la paura, lo zittire le voci contrarie, la denuncia del modello economico e di società”.
E ricordando un altro concetto freireiano: “siamo condizionati, ma non determinati” dal teatro dell’Università Cattolica di San Paolo, Baatjes ha concluso che è più che mai necessario abbandonare il fatalismo storico e riprendere con coerenza, anche nell’educazione, la critica al neoliberismo.

Per sapere di più su Paulo Freire in italiano: Paulo Freire: Il pedagogista della speranza e della libertà e il sito dell’Istituto Paulo Freire - Italia

fonte www.gennarocarotenuto.it

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Frei Betto, la mano invisibile del Mercato : Giornalismo partecipativo

Frei Betto, la mano invisibile del Mercato

di Redazione, venerdì 19 giugno 2009, 15:36
Archiviato in: America latina, Neoliberismo

Fin da bambino avevo le mie paure, come tutti. La prima paura era di figurare bene davanti a mio padre, quindi obbedirgli e mangiare ravanelli (che non mi piacevano); paura di prendere zero in matematica. Paura, negli anni della dittatura, d’essere travolto da un’auto della polizia. Paura sotto la pioggia torrenziale, che la mia baracca nella favela, affacciata su un precipizio, fosse travolta dall’acqua. Ho collezionato altre paure. Una di queste paure è la mano invisibile del Mercato.

Dell’invisibile chi non mi spaventa è solo di Dio. Temo i bacteri e gli extraterresti. I bacteri si combattono con gli antibiotici, definizione impropria, vuol dire “contro la vita”, e li iniettano per stare meglio. Gli extraterrestri mi lasciano tranquillo. So che la distanza più lontana raggiunta dalla nostra tecnologia nello spazio è quella delle onde televisive. Quando le captano gli esploratori degli altri pianeti arrivano alla conclusione che nella Terra non esiste una vita intelligente. Torno alla mano invisibile del Mercato. Dove si infila? Soprattutto nel nostro portafoglio. Specialmente nel portafoglio dei senza niente: imposte che gravano su ciò che comprano e sui servizi. Tutto costerebbe meno senza la mano invisibile che moltiplica i costi di ciò che consumiamo.

Adesso che il Mercato è in crisi dove fruga la mano invisibile? La risposta è visibile nel portafoglio dei governi. Negli Stati Uniti il Mercato, nei rantoli dell’amministrazione Bush (infausta memoria) mette mano a 839 miliardi di dollari, e la nuova amministrazione Obama ne aggiunge altri 900 per infilarli nel portafoglio del sistema finanziario. Ma la mano invisibile del Mercato si disinteressa dei portafogli dei cittadini. Preferisce aiutare il portafoglio dei ricchi. È il caso del Brasile. Prima della crisi (e delle prossime elezioni) si impegna ad anabolizzare le grandi opere in modo di far respirare il portafoglio dei costruttori, opere pubbliche e imprese private. Mia nonna già lo sapeva: “Guarda, guarda bambino, come sono queste mani?”. E mi obbligava a lavarle prima di sedermi a tavola. Bene, credo che le mani del Mercato restano invisibili perché non le lavano mai. Al contrario: lava il denaro senza lavare le società che lo sporca. Lo deduco leggendo la notizia che nei paradisi fiscali la liquidità delle grandi banche è assicurata, negli ultimi anni, dai depositi del narcotraffico.

Mani che possono essere invisibili, ma le impronte digitali no. Dove il Mercato mette le mani lascia il segno. Soprattutto quando ritira la mano lasciando nei pasticci migliaia di disoccupati, trascinati in strada dall’insolvenza, schiacciati da debiti per loro astronomici. Il mercato è una specie di Dio. Voi credete nel suo potere, venerate il suo potere fino al sacrificio per adorarlo. Ci fa sentire colpevoli quando da un passaggio all’altro si compra e si vendono azioni che promettevano fortune e ormai valgono niente.

Il Mercato è come Dio. Tu credi in lui, la tua fede è per lui, lo adori, fai sacrifici per vezzeggiarlo, ti senti colpevole quando il Mercato fa un passo falso, anche se la colpa è del Mercato che ha venduto e sollecitato l’acquisto di azioni che promettevano fortune ma non valgono e non valevano niente. Come ogni Dio solitario si crede in lui per ciò che promette e fa: la Borsa, il salario, le ipoteche, gli interessi sui debiti. Nessuno sa qual è la faccia del Mercato, e dove si nasconde anche se è onnipresente. Presente perfino nella candela che si compra sulle porte delle chiese. E mette mani ovunque, le famose mani invisibili dei palpeggiatori che sfiorano le donne sull’autobus e nel metrò.

Impossibile gridare: di chi è questa mano? Quando la mano è invisibile e non la si può amputare. Dissacra la nostra vita, privilegiando i pochi e asfissiando la maggioranza della gente: nessuno può liberarsi da questa mano. C’è un solo modo per uscire dalla schiavitù: tagliare le testa al Mercato. E il discorso si complica. Stiamo parlando della mano, la testa, forse, domani.

È una delle voci libere della Teologia della Liberazione. Frate domenicano, giovanissimo, è stato imprigionato e torturato dalla dittatura militare brasiliana. L’impegno umano, inevitabilmente politico, verso i milioni di diseredati che circondano le città e vivono nelle campagne del suo paese, lo ha reso pericoloso agli occhi dei generali che governavano il Brasile. Ha scritto 53 libri. La sua prosa diretta e affascinante analizza l’economia e la politica, la vita della gente con una razionalità considerata " sovversiva " dai governi forti dell’America Latina, e non solo. Non se ne preoccupa. L’ammirazione dei giovani di ogni continente lo compensa dalla diffidenza dei potenti. Venticinque anni fa ha incontrato e intervistato Fidel Castro, libro che ha fatto il giro del mondo. Lula, presidente del Brasile, lo ha voluto consigliere del programma Fame Zero. Frei Betto è oggi consigliere di varie comunità ecclesiastiche di base e del movimento Sem Terra. Ha vinto vari premi. L’Unione degli Scrittori Brasiliani lo ha nominato Intellettuale dell’anno. Il suo libro " Battesimo di Sangue ", tradotto in Italia, è diventato un film.

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mercoledì 17 giugno 2009

Caritas in Veritate. Un’Enciclica con liete sorprese

«Separare la Carità dalla Verità,
non è cattolico»

Caritas in Veritate. Così sarà intitolata l’Enciclica sociale di Benedetto XVI, prevista per il 15 aprile.
Quel titolo, Carità nella Verità, molto riecheggia (indirettamente) il pensiero di un intellettuale cattolico del Novecento spesso dimenticato, ma ultimamente in via di riscoperta: Romano Amerio (1905-1997). Filologo e filosofo di Lugano, svizzero di nascita ma “romano” (nel senso di cattolico) per vocazione. Da sempre è considerato la bestia nera di ogni pensiero cattolico progressista, filone che, in effetti, ha steso un silenzio colpevole per decenni sulle sue due opere teologiche maggiori, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo (1985) e Stat Veritas. Sèguito a Iota unum (1997). Amerio fu colui che meglio teorizzò la disamina della crisi del cattolicesimo novecentesco in una semplice constatazione: «Separare l’amore, la Carità dalla Verità, non è cattolico» come annota in un testo inedito da poco pubblicato nel volume Romano Amerio, il Vaticano II e le variazioni nella Chiesa cattolica del XX secolo, fresco di stampa per le Edizioni Fede & Cultura (145 pagine, 20 euro).





Caritas in Veritate

L’anticipazione arriva da Oltreoceano, per di più da una fonte autorevole, la casa editrice americana Ignatius che pubblica abitualmente i libri di Benedetto XVI. Scrive la rivista Ignatius Insight, ripresa dall’agenzia Infocath della Conferenza episcopale francese, che la nuova enciclica sociale del Papa uscirà il 15 aprile, sarà divisa in due parti, conterrà cento pagine (nell’edizione inglese) e si intitolerà Caritas in Veritate. Essa verterà su argomenti “caldi” come «la mondializzazione», «le urgenze alimentari», «i cambiamenti climatici» e altre questioni «che possono suggerire una valutazione morale della Chiesa».
Quel titolo, Carità nella Verità, molto riecheggia (indirettamente) il pensiero di un intellettuale cattolico del Novecento spesso dimenticato ma ultimamente in via di riscoperta: Romano Amerio (1905-1997). Filologo e filosofo di Lugano, svizzero di nascita ma “romano” (nel senso di cattolico) per vocazione, Amerio fu studioso di Manzoni, Leopardi e Sarpi. Da sempre è considerato la bestia nera di ogni pensiero cattolico progressista, filone che, in effetti, ha steso un silenzio colpevole per decenni sulle sue due opere teologiche maggiori, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo (1985) e Stat Veritas. Sèguito a Iota unum (1997), entrambe uscite da Ricciardi, oggi esaurite.
Già, perché Amerio fu – per dirlo in sintesi – colui che meglio teorizzò la disamina della crisi del cattolicesimo novecentesco in una semplice constatazione: «Separare l’amore, la carità dalla verità, non è cattolico» come annota in un testo inedito da poco pubblicato. Ovvero la questione da sempre dibattuta se il primato debba andare alla verità o alla carità. E già il titolo del prossimo documento magisteriale di Benedetto XVI annunciato per la primavera dimostra che la proposta “ameriana” è stata rivalutata in alto loco nei Sacri Palazzi.
Continua Amerio nella sua analisi dei rapporti tra carità e verità: «La celebrazione indiscreta che la Chiesa e la teologia ammodernata fanno dell’amore è una perversione del dogma trinitario perché (…) l’amore è preceduto dal Verbo, è preceduto dalla cognizione, e non si può fare dell’amore un assoluto. (…) Difatti l’amore procede dalla conoscenza. Quando si dice che l’amore non procede dalla conoscenza si fa dell’amore un valore senza precedenti, invece c’è un valore che precede l’amore ed è la conoscenza. Quindi questo avvaloramento indiscreto dell’amore implica una distorsione del dogma trinitario».
Giunge dunque a proposito Romano Amerio, il Vaticano II e le variazioni nella Chiesa cattolica del XX secolo, fresco di stampa per le Edizioni Fede & Cultura (145 pagine, 20 euro), che contiene “La questione del Filioque, ovvero la dislocazione della divina Monotriade”, il testo mai finora pubblicato cui abbiamo fatto riferimento. Si tratta degli atti di un convegno realizzato ad Ancona nel 2007 su Amerio (che don Divo Barsotti definì «un vero cristiano»), cui hanno preso parte personaggi qualificati della cultura cattolica, tra cui Sandro Magister, vaticanista dell’Espresso, monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti, Enrico Maria Radaelli, filosofo e discepolo di Amerio, nonché Antonio Livi, docente di filosofia all’Università Lateranense.
Una questione di alta levatura teologica, quella affrontata da Amerio, oppure invece un grido di allarme veritiero sulle condizioni del pensiero e dell’azione cattolici? Decisamente la seconda delle due. Il filosofo svizzero, infatti, ha la capacità di legare in maniera geniale grandi elucubrazioni teologiche con osservazioni pratiche quanto mai ficcanti. Un esempio? «La nostra fede porta che in principio sia il Padre, il Padre genera il Figlio, che è il Verbo, e, dal Padre e dal Figlio, si genera lo Spirito Santo, che è l’amore. L’amore è preceduto dal Verbo, è preceduto dalla cognizione. (…) Facendo dell’amore un assoluto si cade nell’errore degli Orientali, che non accettano il Filioque del nostro Credo».
Senza il Figlio non esiste remora
Fin qui l’argomentazione teologica. E il risvolto pratico? Amerio ne dà eloquenti esemplificazioni: «Questo del Filioque, che sembra un teorema di astratta teologia, è un atteggiamento formidabilmente pratico, perché il mondo è pervaso dall’idea che il valore vero sia l’azione, il dinamismo». Ma di qui ecco il rischio: «Si cade facilmente in un irenismo che vuole abbracciare ogni dottrina, ogni religione; questo abbraccio è possibile in quanto si prescinde dal Verbo, che è una verità, che è una legge». Ecco le concretizzazioni storiche di questo erroneo procedimento teologico, secondo il filosofo di Lugano: «I nazisti erano contro il Filioque, i comunisti sono contro il Filioque. I comunisti non sostengono il Filioque perché ripudiano la ragione: il comunismo è un sistema che maneggia l’uomo senza aver riguardo alla natura dell’uomo. (…) L’azione, in questi sistemi totalitari – nazismo e bolscevismo – non ha alcuna legge al di fuori di quella dell’azione stessa: perché ripudia il Filioque». E invece Amerio richiama la grande affermazione di Paolo VI: «Noi siamo i soli a difendere il potere della ragione», ripreso con altri accenti da Benedetto XVI nella sua memorabile lezione di Ratisbona e nell’appello ad «allargare i confini della ragione» rivolto al pensiero laico durante il convegno della Cei di Verona.
Oggi gli eccessi della predominanza concettuale (e quindi pratica) della carità sulla verità, dell’ordine dell’amore sulla conoscenza, sono sotto gli occhi di tutti. Basta guardare le questioni della biopolitica, un campo in cui i radicali alla Pannella sono maestri nell’anteporre le cosiddette ragioni del cuore a quelle della ragione. Per avallare l’uccisione di una persona come Eluana Englaro si invoca “la compassione”, il “gesto di amore” di chi vuole «mettere fine alle sue sofferenze», invece che riconoscere la verità primordiale della dignità della persona e della vita umana. Anche per ottenere il riconoscimento dei “diritti” delle coppie gay si fa leva sull’“amore”, omettendo sempre la verità di cosa sia un matrimonio, l’unione di persone irriducibilmente diverse dal punto di vista sessuale. Come profetizzava Amerio, «al fondo del problema moderno c’è il Filioque, perché chi nega il Filioque concede il primato, indiscreto e assoluto, all’amore: l’amore non ha limiti, non ha remore; qualunque azione tu faccia “con amore”, quell’azione è buona». Anche così una povera ragazza indifesa di Lecco può essere tranquillamente mandata all’altro mondo. «Per amore».
di Lorenzo Fazzini

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martedì 16 giugno 2009

Accomodatevi prego, la farsa ritorna | www.midiesis.it

Inserito da devina il Lun, 2009-05-25 23:16

oggi, in libreria, ho sfogliato un libro (che comprerò)dal titolo "Il Capitale. Una critica Cristiana alle ragioni del mercato", scritto da Marx Reinhard.
Autore e titolo sembrano incastrasi alla perfezione, se non fosse che il Marx in questione è un arcivescovo (di Monaco) che ha ricevuto gli ordini da Papa Benedetto VXI.
Partendo da una lettera al suo omonimo Karl, l'arcivescovo attacca tutto quel che non va nell'attuale economia che sta devastando il pianeta: un capitale sempre più globale, una borghesia che si arricchisce sempre più a spese dei lavoratori, società multinazionali sempre più estese e produttivamente delocalizzate.
"Il movimento marxista" dice l'arcivescovo, "ha cause reali e pone questioni giustificate;...Noi, con l'etica sociale della Chiesa, non abbiamo mai confuso l'opera filosofica di Marx con Stalin ed i Gulag. Non si puo' attribuire a Marx cio' che hanno fatto i suoi epigoni. Lui ha bene analizzato il carattere di merce del lavoro e previsto la mercificazione di tutti i settori della vita".

Ho fatto questa (lunga) introduzione per collegarmi alla domanda di Fabrizio (sui responsabili della crisi attuale)e nello stesso tempo sottolineare l'analisi (per me condivisibile) dell'Arcivescovo Marx.
Ma il problema, per quanto mi riguarda, è un altro e cioè la convinzione radicata e irreversibile che la risposta a questi nostri mali non potrà mai venire dalla politica.
Perchè è un soggetto, la politica, oramai talmente schizofrenico e in balia di se stesso, da aver annullato qualsiasi ragionevole vincolo etico e/o morale.
Basta guardare, Fabrizio, a cosa è successo in Italia, ma anche a San Michele Salentino, in pochissimo tempo, (ossia dalle politiche/comunali ad oggi), come sono cambiati gli "accoppiamneti", le amicizie, i sodalizi, i "matrimoni di interesse", ecc...
Solo in politica c'è una confusione tale dove, realmente (e non è un luogo comune), si può dire tutto e il contrario di tutto, dove ci si può alleare con tutti e litigare con tutti, dove non conta niente se sei una persona onesta e corretta o piuttosto un malfattore, dove la tua fedina penale è solo un optional, dove l'arroganza e la furbizia prevalgono sulla moralità e la coerenza e dove, se fai comodo, sei sempre il benvenuto, chiunque tu sia.
Questo mondo non mi interessa.
E formulo un'equazione contraria a quella di Piertonio: mi ritiro nell'Antipolitica che non è una Non-politica, ma una Politica Diversa.
Contro la Casta, prima di tutto.
E senza ripensamenti.

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Facebook | Note di Affaritaliani.it

"Accidia ed etica, vizi e virtù d'oggi". Il filosofo Natoli ad Affari
Oggi alle 11.30
Hanno avuto la parola filosofi e letterati, storici della filosofia e filosofi della storia, studiosi di storia della musica e giuristi. Nella suggestiva cornice dell’Alzaia del Naviglio Grande di Milano, la sala del “Gioco dell’oca” del ristorante El Brellin ha ospitato da febbraio a oggi voci del mondo accademico, docenti di filosofia, dottorandi e dottori di ricerca.

IL VIDEO

FILOSOFIA SUI NAVIGLI - Il ciclo d’incontri domenicali Filosofia sui Navigli, coordinato dall’avv. Pietro Tamburrini con la partecipazione del direttore di Affaritaliani Angelo Maria Perrino ha visto alternarsi nomi eccellenti, da Paolo Fenoglio che ha proposto una riflessione su Nietzsche e Wagner a Sante Cesqui, ordinario di Diritto commerciale alla Cattolica convocato per parlare della crisi dei valori e del diritto. Con il politologo della Statale Nicola Pisoni si è parlato di referendum e delle crisi nella democrazia che non per questo sarebbero anche crisi della democrazia. Matteo Amori ha letto i classici greci, Massimo Marassi i moderni e i contemporanei e Milli Martinelli il grande della letteratura russa Dostoevskij.

INCONTRO CON NATOLI SUL TEMA: "L'UOMO E' NATURALMENTE BUONO?" - Il Filosofo dell’Università di Milano Bicocca Salvatore Natoli ha concluso in crescendo il ciclo di incontri affrontando la domanda proposta per quest’anno da Filosofia sui Navigli a ogni relatore, indipendentemente dal tema trattato: «L’uomo è per sua natura benevolente o piuttosto guardingo e sospettoso nei confronti degli altri?». Vale a dire, come ha ricordato il moderatore degli incontri Pietro Tamburrini: «Con quale atteggiamento nasciamo? Siamo “buoni” o “cattivi”? Siamo capaci di rafforzare la nostra bontà naturale facendola diventare operative ed efficace?»...CONTINUA

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lunedì 15 giugno 2009

Se Marx seduce la destra - LASTAMPA.it di Barbara Spinelli

Se Marx seduce la destra Anche le destre - forse soprattutto le destre - guardano d’un tratto a Karl Marx in altro modo: l’odierna crisi economica somiglia non poco al «continuo stravolgimento dei rapporti consolidati», alla «continua evaporazione di quel che è solido», descritti dal filosofo nel 1848. Il padre del comunismo fantasticò il riscatto di una sola classe, e fu funesto, ma la descrizione era realista, tutt’altro che fantasiosa. È vero che la borghesia tende a rispondere alle crisi «provocando crisi sempre più generalizzate, più distruttive, e riducendo i mezzi necessari a prevenirle». È vero che «la moderna società borghese è come l’apprendista stregone, incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate». È vero che essa «ha spietatamente strappato tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia piccolo-borghese. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli». È vero infine che il capitalismo sormonta spesso i mali coi veleni che li scatenano: tra essi, «l’epidemia della sovrapproduzione». Il Capitale è di moda da qualche tempo.

A prima vista può apparire stupefacente quel che è accaduto alle elezioni europee. Marx e Keynes tornano in auge, ma per le sinistre socialiste o radicali è catastrofe: sono crollate in 16 paesi su 27, con punte massime in Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna. Al momento sono come istupidite, e non sapendo spiegare a se stesse il disastro si rifugiano nella denegazione. Il capo dei socialdemocratici tedeschi Müntefering fa finta di nulla e giudica assurdo l’esito, «visto che abbiamo spiegato così bene l’Europa sociale». I compagni francesi balbettano. Franceschini, in Italia, emette il verdetto, consolatorio e falso: «Abbiamo perso perché il vento della destra soffia così forte in Europa».

In realtà non ha vinto un vento di destra ma un vento ben contraddittorio: il vento di una destra pragmatica, spregiudicata, non più ideologica, che pur di mantenere il potere agguanta ogni utensile a disposizione. Soprattutto gli utensili della socialdemocrazia: lo Stato che protegge i deboli, e se necessario governa estesamente l’economia. Quel che la destra ha fatto in pochi mesi è impressionante: è stata lei a chiudere l’era Thatcher, sorpassando una sinistra paralizzata dai complessi di colpa, allergica a una conflittualità di cui si vergogna, ammaliata per 13 anni dal Nuovo Labour di Blair e dal suo mimetismo thatcheriano. Senza patemi la destra europea ha smesso l’antistatalismo, la lotta alla spesa pubblica, il dogma delle privatizzazioni. Con sotterfugi linguistici esalta perfino il Welfare: dice «stabilizzatori automatici» per non dire Stato Provvidenza. Uomini come Tremonti scoprono l’anticapitalismo, chiamandolo anti-mercatismo. Qualche tempo fa, in una manifestazione della sinistra estrema a Parigi, ho incontrato un militante che mi ha detto: «Beati voi che avete Tremonti!».

Niente vento di destra dunque, ma un’usurpazione più o meno cinica di idee socialdemocratiche e anche marxiste che devasta le sinistre classiche. Se in Europa si riapre la questione sociale saranno Sarkozy, Tremonti, Angela Merkel a gestirla, nazionalizzando o stampando moneta. Essenziale è traversare il torrente con ogni mezzo, e sperare che si torni allo status quo ante senza mutare il modo di sviluppo produttivistico. Marx e Keynes sono usati non per cambiare modello, ma per perpetuarlo con l’ambulanza del Welfare. È un modello che socialisti e sindacati condividono, quando accusano la destra di ultraliberismo o si limitano a chiedere aumenti salariali e tutela dei posti fissi. Per questo sono oggi ombre di se stessi.

Le elezioni europee non dicono tuttavia solo questo. Le sinistre defraudate sono aggrappate allo status quo ma nuove forze emergono, che pensano la crisi con sguardo più profondo e lungo. Che seguono con estrema attenzione Obama e presentono, in quel che annuncia, la possibilità di una trasformazione, di un ricominciamento. È il caso dei Verdi in Francia, Germania, Inghilterra, Svezia, Belgio, Grecia, Finlandia. È il caso dei liberali-legalitari di Di Pietro, e perfino di forze inedite come i Pirati in Svezia. Quattro consapevolezze accomunano questi gruppi. Primo, la crisi presente è tettonica, e non si esaurisce nella questione sociale. Secondo: il capitalismo di Stato che ovunque risorge accresce i poteri dello Stato censore sulle libertà cittadine. Terzo: la corruzione che ha accompagnato la crisi può perdurare, perché le urgenze governative sono altre. Quarto: il ricominciamento dovrà accadere in Europa, non negli Stati-nazione.

Daniel Cohn-Bendit è precursore in questo campo, e il suo successo è significativo. La questione sociale non è negata, ma egli la vede in connessione stretta con il clima: dunque con una crescita alternativa, e come ha detto Obama al vertice dei G-20, con un «mercato dei consumi meno vorace». A suo avviso sia la destra che la sinistra difendono lo status quo: la crescita dei consumi e di vecchie produzioni, la lotta sul clima rinviata al dopo-crisi, come nei desideri di governanti e imprenditori italiani. «È come se le sinistre avessero nel computer un software inadatto», dice: un «software produttivistico» sorpassato e nocivo. Il carisma del leader verde non è senza legami con quello di Di Pietro, De Magistris, Arlacchi. Anche i francesi di Europa-Ecologia hanno schierato giudici: Eva Joly, numero due nella lista, ha indagato sulla corruzione dei potenti (incriminando il faccendiere Tapie o - nell’affare Elf - l’ex ministro degli Esteri Roland Dumas) ed è esperta in delinquenza finanziaria internazionale. Anche lei è cittadina d’Europa: come Cohn-Bendit è franco-tedesco, lei è franco-norvegese.

Infine c’è il Partito dei Pirati: una formazione che ha raccolto il 7 per cento ed è il terzo partito svedese per numero di iscritti. La sua battaglia per il libero e completo accesso a internet è emblematico segno dei tempi: con il dissesto dei giornali e l’estendersi del capitalismo di Stato, si è visto negli ultimi giorni quanto sia prezioso lo spazio internet e dei blog. È prezioso in Francia, dove la Corte costituzionale ha appena invalidato una legge che vieta lo scaricamento di programmi, affermando che solo il giudice può emettere sanzioni e non l’autorità amministrativa. È prezioso in Italia, dove la libertà internet è minacciata dalla nuova legge sulle intercettazioni: lo spiega molto bene Giuseppe Giulietti sul quotidiano online per la libertà d’espressione (Articolo21.info).

L’impotenza dello Stato-nazione accelera le cose. Sono cresciuti i partiti concentrati sull’Europa, per respingerla o approvarla. I Verdi sono i soli, nel voto di giugno, ad aver appreso la dimensione sovranazionale delle politiche europee. Cohn-Bendit è l’unico ad aver parlato in nome d’un partito non nazionale: il che vuol dire che non siamo giunti, con la crisi delle sinistre tradizionali e del modello produttivistico, alla fine del progetto europeo pensato dai fondatori. Sono sfibrate le forze dimentiche dell’Europa, non quelle che investono su essa e reinventano. L’analisi di Cohn-Bendit è giusta: «Una forza politica moderna deve avere oggi dimensioni europee. E la crisi della socialdemocrazia la si risolverà solo formulando, contro le alternative nazionali, alternative europee. È qui che il socialismo ha fallito: aveva davanti a sé un boulevard in Europa, e ha dato risposte solo sul piano nazionale».

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IL MANIFESTO

  • COMMENTO   |   di Giorgio Galli
    POST-ELEZIONI
    Il berlusconismo non è un blocco storico
    «Blocco storico» è espressione di terminologia gramsciana. Luigi Longo l'ha rinverdita quando disse di preferire «blocco storico» al compromesso storico di Enrico Berlinguer. Questa rievocazione può suonare desueta ai giovani lettori. Ma può servire a capire oggi Berlusconi. Molti politologi ritengono che attorno a lui si sia formato un vero e proprio blocco sociale. Ho invece sostenuto, in questi anni, che egli ha costruito soltanto un aggregato elettorale. Non è una questione terminologica. È più facile creare una alternativa politica a un aggregato elettorale di breve periodo, che un blocco storico di lungo periodo.
    E forse un aggregato elettorale e alleanze alternativi a quelli berlusconiani la sinistra può costruirli: un blocco storico è un'altra questione.
    L'Italia ne ha visti tra il 1945 e i primi anni Ottanta: da una parte la Dc, piccola e media borghesia urbana e rurale, coltivatori diretti, circa un terzo degli operai, collante il pensiero sociale della chiesa; dall'altra parte il Pci, quasi due terzi degli operai, dapprima braccianti e mezzadri in un'agricoltura ancora centrale, poi ceto medio variamente definito «illuminato» o «riflessivo», collante un italo-marxismo semplificato. In termini elettorali, il 40 per cento alla Dc, un Pci salito da 19 per cento del 1946 al 30 sino all'inizio degli anni Ottanta.
    Credo che da allora i blocchi storici si siano disgregati. Mi pare un fenomeno non solo italiano. E non perché le società siano divenute «liquide», secondo la fortunata formula di Zygmunt Bauman. Al contrario, le società occidentali sono ferocemente e solidamente stratificate: redditi alti sempre più alti, redditi bassi sempre più bassi. Ma le figure professionali sono molto variegate e i blocchi storici (classe operaia della fabbrica fordista, ceti medi) si sono venuti diluendo.
    Vaniamo all'oggi. In un solo anno di governo, il berlusconiano Popolo della libertà ha perso quasi tre milioni di voti (da 13.628.865 a 10.807.327). Non è la prima volta. Sempre al governo, Berlusconi ha perso quattro milioni di voti tra le politiche del 2001 e le europee del 2004. Da politologi, sappiamo tutti che i voti si confrontano secondo elezioni omogenee: politiche con politiche, europee con europee, amministrative con amministrative. Ma con Berlusconi è diverso: come ho già scritto, dal 1994 ogni elezione, politica, europea, regionale, amministrativa è un referendum improprio su Berlusconi stesso. Il 6/7 giugno era candidato in tutte le circoscrizioni e il suo nome figurava nel simbolo delle liste locali.
    È questo fatto di referendum improprio che rende omogenei tutti i tipi di elezioni italiane. Non si tratta di confrontare mele e pere, come ha ripetuto La Russa per tutta la sera del 7 giugno, ma misurare dati paragonabili nel nome e nel simbolo di Berlusconi. E quando milioni di voti si spostano in breve tempo da un'elezione all'altra, siamo in presenza di un aggregato elettorale e non di un blocco storico.
    A mio avviso l'aggregato è tenuto insieme soprattutto da due fattori: la paura delle tasse e la paura delle immigrazioni. Vale anche per la Lega, solo grazie alla quale l'aggregato di governo ha tenuto il 6/7 giugno. La Lega aveva già tolto a Berlusconi un milione di voti nelle politiche del 2008 rispetto al 2006, Secondo l'Istituto Cattaneo, glie ne ha tolti ora altri 533.000. Ma Bossi guadagna solo centomila voti (da3.024.522 a 3.126.915 alle europee). Neanche la Lega, pur dinamica e in espansione (sempre secondo l'Istituto Cattaneo avrebbe preso centomila voti anche al Pd), riesce a recuperare tutti i suffragi che lasciano il più volubile aggregato berlusconiano. Bossi ha comunque un elettorato ad alto tasso di fedeltà per un partito che, come qualcuno sostiene ironicamente, è in Italia l'ultimo partito leninista di lotta e di governo.
    È dunque un aggregato elettorale che, col 45 per cento dei voti, governa l'Italia con una certa continuità: se sommiamo le legislature dal 1994 al 2013, undici anni di governi Berlusconi contro sei complessivamente a Dini, Prodi, D'Alema, Amato (sempre che la legislatura duri sino alla normale conclusine).
    La sinistra nel suo insieme non è elettoralmente lontana. E non da oggi, che ha due punti e mezzo di distacco dal 45.5 della destra, ma anche nel 2008, a lungo raccontato come un trionfo berlusconiano. In realtà, la destra di governo era al 46.8, tutta la sinistra, dal Pd ai trotzkisti, al 43. Ma il fatto è che la sinistra non appare aggregabile. L'identico 43 per cento del 7 giugno - indice di persistenza nonostante la flessione dei votanti - va dai radicali, laici garantiti, ma anche paraliberali in economia, ai comunisti di Ferrando. In mezzo il Pd, col 26 per cento, quattro milioni di voti persi in un anno (ma due e mezzo spostatisi sempre nell'ambito della sinistra) e l'Idv di Di Pietro, che ne ha conquistati (800 mila di quei due milioni e mezzo, ma il cui elettorato non è detto sia tanto fedele quanto quello leghista.
    Se l'aggregato di destra è cementato dalla paura per le tasse e da quella per gli immigrati, quanta parte dell'elettorato di sinistra, di quel 43 per cento, è aggregabile su un abbinamento di interessi-emozioni altrettanto semplice e in grado di far da collante? Credo che la domanda per la sinistra debba essere posta in questi termini, anche se la risposta è difficile.
    E' la stessa domanda che si pone anche per le amministrazioni locali, dove il collante per la destra è lo stesso, mentre le giunte di sinistra non fanno nulla di diverso e di caratterizzante rispetto alle altre, per cui il loro elettorato si scoraggia.

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domenica 14 giugno 2009

Silone: uomo dalla doppia vita? - Wikipedia

Silone: uomo dalla doppia vita?
Nel 2000 gli storici Mauro Canali e Dario Biocca, alla luce di documentazione ritrovata negli archivi fascisti, hanno sostenuto la tesi di una attività spionistica di Silone a favore della polizia politica fascista e ai danni del Partito comunista, di cui Silone era un autorevole dirigente. L'immagine che prende forma è quella di un Ignazio Silone dalla doppia personalità: una di militante e dirigente comunista di spicco, l'altra di utilissimo collaboratore della polizia fascista. Secondo i due storici, tale ambiguità, mantenuta per tutto il corso degli anni '20, avrebbe finito con il travolgere psicologicamente lo scrittore verso l'inizio degli anni '30, provocando una profonda depressione ed una crisi di coscienza (dovuta anche alla morte del fratello nelle carceri fasciste) che l'avrebbe convinto a lasciare sia il partito sia la sua attività di spionaggio, per dedicarsi completamente alla letteratura.

La versione della "doppiezza" di Silone è stata oggetto di un acceso dibattito storiografico e mediatico, contestata soprattutto dallo storico Giuseppe Tamburrano che ha sostenuto l'innocenza di Silone. In realtà Tamburrano sostiene che contatti tra Silone e la polizia fascista vi furono, che Silone li stabilì per accorrere in aiuto del fratello Romolo allora in galera, e che tuttavia non fornì alla polizia fascista alcuna notizia utile. Nel corso del 2001 è stata effettuata una perizia calligrafica di parte sulla documentazione di cui sopra, commissionata dalla Fondazione Nenni. I risultati sono stati esposti presso la Fondazione Pietro Nenni di Roma e scagionano Silone. Inoltre la ricerca degli storici Canali e Biocca era principalmente basata sull'assunto secondo cui Silone avrebbe operato sotto il numero di copertura 73 e con lo pseudonimo di "Silvestri". La sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato si limitava a dichiarare che né Silone né "Silvestri" appaiono nell'agenda personale del capo della polizia fascista relativa agli informatori depositata all'Archivio Centrale dello Stato. Occorre tuttavia precisare che l'agenda delle spie a cui faceva riferimento la Sovrintendente è quella che venne aggiornata nel 1938, cioè si tratta di una agenda da cui erano stati espunti tutti i nomi delle spie che avevano interrotto il rapporto con la polizia politica fascista prima di quella data. Silone aveva interrotto il rapporto nel 1930 e quindi non poteva apparire sull'agenda di Bocchini del 1938, come infatti non vi appaiono i nomi di tutti quegli informatori che avevano cessato di servire la polizia politica prima del 1938. Occorre infine precisare che, come risulta tra le carte dell'Alto Commissario per le sanzioni dei reati fascisti, versate qualche anno fa all'Archivio Centrale dello Stato, il magistrato straordinario, impegnato a identificare le spie che avevano servito il regime fascista, pur non riuscendolo a identificare, stabilì che il fiduciario fascista che operava dietro il numero di codice 73, e che aveva interrotto i rapporti con la polizia nell'aprile del 1930, aveva usato lo pseudonimo "Silvestri", lo stesso usato da Silone, e lo stesso con cui Silone aveva firmato la lettera dell'aprile 1930, giacente in forma autografa negli archivi fascisti, diretta alla polizia politica, con cui dichiarava la sua intenzione di interrompere il rapporto fiduciario. Cioè lo stesso Silone rivelava con questa lettera di usare nella sua attività delatoria il codice convenzionale di "Silvestri". Lo stesso Tamburrano non ha potuto negare l'autenticità della firma e l'auto-attribuzione da parte di Silone dello pseudonimo "Silvestri". È significativo segnalare che Indro Montanelli, sulla presunta colpevolezza di Silone, dichiarò: "Non ci crederei […] nemmeno se venisse Silone a confermarmelo".

Gli argomenti addotti a favore della tesi colpevolista sono: a) nell'agenda del Capo della Polizia Bocchini manca il nome di Silone perchè quell'agenda fu aggiornata nel 1938 e Silone non poteva esserci incluso avendo cessato di cooalborare con l'OVRA nel 1930; b) nell'elenco redatto dall'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo vi è un n.73 riferito a Silvestri con l'annotazione "non è identificabile in quanto l'unico fascicolo relativo consta di due fogli" e aggiunge che l'anno è il 1929 e quel Silvestri opera a Roma;

Sulla lettera a) nell'agenda Bocchini del 1938 vi sono anche nomi di agenti cessati, ma non vi è Silone, è inconcepibile che l'OVRA distrugga i fascicoli di agenti che non collaborano più: semmai li archivia. Ma di Silone non vi è traccia in nessun archivio nemmeno in quelli conservati presso la Questura di Roma; Sulla lettera b) L'alto Commissariato non identifica il Silvestri del n.73 mancando elementi probanti. Ma è da escludere che si tratti di Silone il quale nel 1929 non operava a Roma. Che Silone nel suo rapporto con Bellone abbia preso o ricevuto il pseudonimo Silvestri è certo. Ma questo non significa niente perchè quando dopo l'arresto del fratello scrive a Bellone, automaticamente, per prassi, prende uno pseudonimo. Vuol dire che tra il 1928 e il 1930 Silone ha collaborato con l'OVRA? L'OVRA ci da la riposta. In un rapporto a Mussolini del 12 ottobre 1937 scive che dopo l'arresto del fratello: "diede a vedere di essersi pentito del suo atteggiamento antifascista e tentò qualche riavvicinamento con le Autorità italiane mandando disinteressatamente informazioni generiche circa l'attivita di fuoriusciti. Ciò fece nell'intento di giovare al fratello" Se lo dice l'OVRA!

La lettera autografa firmata Silvestri e attribuibile a Silone è "diretta non alla polizia politica", ma a Bellone ed è personale: "caro amico"...

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sabato 13 giugno 2009

IL MANIFESTO

di Andrea Fabozzi - ROMA
C'era una volta il 1984 Il ricordo di Berlinguer e di un Pci che vinceva
Undici milioni di voti allora, dieci milioni adesso ma divisi per tre liste. Giugno 1984: le elezioni europee dello storico sorpasso del Pci sulla Dc. Un 33,3% figlio delle commozione per la morte, pochi giorni prima, di Enrico Berlinguer. Ricordato ieri a Roma a 25 anni esatti dalla scomparsa da una sinistra sotto botta per il risultato elettorale. Serata in qualche modo autorganizzata, promossa da una serie di militanti romani del partito democratico tutti di area ex diessina. Per una piazza Farnese mezza piena di dirigenti e iscritti del Pd, ma solo quelli con un passato comunista, e rappresentanti di Rifondazione, Comunisti italiani e Sinistra e Libertà. Messi insieme, nell'urna del 7 giugno fanno un abbondante 35% che però significa 21 eurodeputati per il Pd (nel 1984 per il Pci furono 27) e zero per le due formazioni di sinistra, rimaste sotto la soglia di sbarramento. In piazza nessun ex popolare di quelli che adesso stanno nel Pd, tipo il segretario del partito Dario Franceschini che pure recentemente ha riposizionato Berlinguer nel Pantheon del partito correggendo le dimenticanze di Veltroni.
Silenzioso ma presente Massimo D'Alema, arrivato in piazza con la moglie Linda Giuva e la figlia di Berlinguer, Bianca. L'intervento finale era prenotato e riservato da Piero Fassino che, come si fa in questi casi, ha insistito sull'attualità della politica di Berlinguer: l'austerità, la sostenibilità, il governo mondiale. Purtroppo tra i commossi partecipanti alla serata qualcuno ricorda il libro che Fassino ha scritto nel 2003, quando era segretario dei Ds, nel quale sosteneva che «la sfida di Craxi e Martelli per la modernizzazione» colse «i comunisti impreparati» perché il Pci di Berlinguer vide «nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità» e si chiuse «in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica». Qualcuno ricorda e qualcuno, quindi, contesta Fassino, che si arrabbia: «Ma leggetelo bene quel libro».
Per il resto ricordi affettuosi. Marisa Cinciari Rodano, moglie di quel Franco che fu il primo consigliere di Berlinguer ai tempi del compromesso storico. Luciana Castellina che da Berlinguer segretario fu radiata dal Pci insieme al gruppo del manifesto e ora dice che «fu una radiazione bellissima perché le nostre posizioni furono prese sul serio e discusse, oggi non è più radiato nessuno perché di quello che uno pensa nei partiti non frega più nulla». In piazza mischiati nella folla Adalberto Minucci che fu uno degli uomini più vicini a Berlinguer e negli anni della sua segreteria diresse Rinascita e l'ex sindaco di Torino Diego Novelli. E anche Vezio, il barista di Botteghe Oscure quando c'erano le Botteghe Oscure, che a Berlinguer serviva il the corretto al Glen Grant. Tanti applausi a Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, che conclude il suo intervento sostenendo che la sinistra per venire fuori da «questa orrenda situazione» avrebbe bisogno di «meno leader e più militanti». Applausi anche dai tanti leader ed ex leader presenti: Goffredo Bettini, Massimo Brutti, Vasco Errani, Cesare Salvi, Luciano Violante, Gianni Cuperlo. Leader forse ancora no, ma fresco di elezione al parlamento europeo ha il suo spazio per l'intervento anche David Sassoli che ne approfitta per far notare la coincidenza dell'anniversario della morte di Berlinguer «con la formazione oggi dell'alleanza tra socialisti e democratici nel parlamento di Strasburgo». Più che un momento storico, un the caldo per il Pd.

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IL MANIFESTO - Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di gran

  di Francesca Borrelli
IL LUNGO BRIVIDO DELLA LENTEZZA
Lo sguardo DI MUÑOZ MOLINA
Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di grandi gesti e poca sostanza. E passa a parlare dei molti generi letterari esplorati nei suoi libri
Il più letterario tra gli scrittori spagnoli e certamente il più dotato, Antonio Muñoz Molina, viene da una famiglia della Andalusia totalmente priva di istruzione, i cui interni domestici radicati nella povertà degli anni '50 ha ricostruito nell'ultimo romanzo uscito in Italia da Mondadori, Il vento della luna. Qualcosa di ciò che trattiene di quelle atmosfere lo ha restituito anche nel reading in programma ieri alla basilica di Massenzio, ma le sue concessioni alla autobiografia hanno atteso più di vent'anni per farsi strada in un'opera altrimenti votata a esplorare tutti i generi romanzeschi, da quello poliziesco, che trova la sua variante più felice in un libro titolato Plenilunio, all'indagine storica di Sefarad, affidata al protagonismo di alcune vittime dei totalitarismi, fino al ritratto di una città in Finestre di Manhattan e al resoconto di una passione in Carlota Fainberg e in Un inverno a Lisbona. Almeno in apparenza, nulla accomuna questi titoli, che sono soltanto i principali di una vena assai prolifica, eppure la diversità dei loro contenuti è significativamente meno influente delle ricorrenze stilistiche, perché sembra che, sempre, dalle pagine di Muñoz Molina risalga una musicalità riconoscibile, a sua volta frutto della tensione fra una naturale vocazione alla lentezza e una ricercata costruzione narrativa per nulla indifferente alle attrattive della suspense. All'indomani delle elezioni europee lo scrittore spagnolo, che divide la sua residenza tra Madrid e New York, non è affatto stupito della débâcle di Zapatero: «la sua - dice - è una sinistra cosmetica». Il nostro incontro si svolge a Roma, alla casa delle Letterature, e in considerazione di una contingenza politica così fresca di delusioni, comincia con una domanda sul contesto spagnolo, per poi proseguire nella analisi di alcuni motivi letterari.

Dunque, né l'apertura dimostrata in occasione della legiferazione sui matrimoni gay, né la promessa di chiudere le centrali nucleari cominciando da quelle che hanno esaurito il loro ciclo vitale, né l'approssimazione a una legge che renda possibile l'eutanasia sono bastati a arginare gli effetti della crisi economica, e Zapatero sconta una flessione dei voti che sembra immeritata. Lei come interpreta questo risultato?
A me pare, per la verità, che la Spagna venga vista da una prospettiva distorta: sono già quarant'anni che alcuni importanti cambiamenti erano stati avviati, ma l'idea di un paese oscurantista e avvolto da una certa immobilità perdura a dispetto di tutto. Si dice, per esempio, che finalmente ora si può parlare della guerra civile, ma non è vero, è mezzo secolo che ne stiamo parlando, e lo dimostra l'enorme quantità di libri che questo argomento ha prodotto. Sembra che Zapatero e Almodovar siano le uniche due figure eterodosse di un paese altrimenti intrappolato nel passato, eppure non è così: indubbiamente hanno molti meriti ma da questo a farne gli eroi solitari di un paese oscurantista ce ne vuole. In realtà Zapatero è specializzato in cambiamenti superficiali e soprattutto spettacolari, non va mai alla radice dei veri problemi sociali, tanto è vero che una questione fondamentale com'è quella del rafforzamento della istruzione pubblica non è stato mai davvero affrontata. E poi: certo che è importante avere consentito il matrimonio di coppie omosessuali, ma bisogna anche dire che questo è stato reso possibile dal fatto che già prima c'era una legislazione in loro favore molto avanzata. La Spagna è un paese meno machista e omofobo dell'Italia. Quanto alle centrali nucleari, se verranno chiuse l'energia verrà da quelle francesi, non certo dal vento.Spesso quelle di Zapatero sono astuzie, la sua politica è fatta di grandi gesti: ha detto che nel 2050 la Spagna potrà rifornirsi a fonti di energia rinnovabili, ma questo sarebbe impossibile anche se ricoprissimo tutto il territorio di mulini eolici.

Secondo lei la Spagna franchista costituisce ancora uno sfondo narrativo carico di potere evocativo, o alle nuove generazioni di lettori non dice più nulla?
No, questo non è ancora successo, basta vedere quante opere sono ancora basate su quel periodo storico. A mio avviso, il fascino al quale lei allude viene dalla descrizione di un paese che perde e poi riconquista la sua libertà, e da una curiosità di sapere cosa è veramente accaduto, come si sopravvive alla guerra, come ci si abitua alla crudeltà, qual è il rapporto tra il passato e il presente. Nei mie romanzi c'è continuamente il tentativo di connettere tempi storici diversi. E poi, conviene ripensare la storia, quel che accadde in Europa negli anni '30, la fascinazione che ancora deriva dalla analisi di un mondo civilizzato e progredito che piomba nella tragedia, perché tutto ciò potrebbe succedere ancora. Io non mi sento mica tanto sicuro di ciò che ci si prospetta nell'Europa attuale, con la sua ondata xenofoba e l'avanzata della estrema destra. Non voglio dire che la storia possa ripetersi uguale a se stessa, ma può succedere che ci ritroveremo a constatare la fragilità di quanto oggi viene dato per scontato. La storia ci insegna che l'incredibile può sempre accadere. Sembra ci sia in noi la necessità di pensare che il corso della storia risponda a alcune leggi, ma non è così. Come scrittore mi interessa esplorare il momento in cui uno stato di normalità viene distrutto. Ero a New York quando c'è stato l'attacco dell'11 settembre e quel che mi ha colpito di più è la concomitanza di una quotidianità che andava in frantumi e al tempo stesso, su altri piani, non presentava variazioni di sorta. Fin dalla mattina dopo, i bar erano affollati di gente che prendeva il solito caffè, e nel parco era pieno di persone che facevano jogging, mentre altrove tutto di ciò che aveva a che fare con la vita precedente era andato perduto.

Passiamo ai suoi libri. Un po' in tutti i suoi romanzi c'è una conflittualità molto forte tra le esigenze dell'intreccio, che tendono all'intrattenimento, e quelle dello stile che si ostina a indugiare sugli aspetti descrittivi. Crede che sia una rappresentazione fedele, questa, della sua scrittura?
Sì, credo di sì. Quel che a me sta a cuore nella costruzione di un romanzo è la messa a punto di un impianto narrativo solido, che mi consenta di restituire la materialità del mondo intorno a noi. Non credo che si debba affrontare una scelta tra elementi descrittivi e questioni più propriamente narrative, ciò che mi importa è che i miei libri non siano statici, che li attraversi il flusso del tempo, e il lettore possa percepirlo distintamente.

Qual è il suo rapporto con i personaggi che inventa? Come lei sa alcuni ritengono che a un certo punto della scrittura di un libro i caratteri che lo popolano si distacchino dalla volontà dell'autore e prendano strade autonome e impreviste. Altri come Nabokov o Saramago, meno romanticamente dicono che i loro personaggi sono come schiavi ai remi, sottomessi agli ordini di chi li ha messi in pagina.
Io non sono d'accordo con nessuna di queste due posizioni. È ovvio, i personaggi sono emanazioni della volontà dell'autore e non possono prendersi nessuna libertà se non quella che viene loro concessa. Ma non tutto ciò che uno scrittore fa risponde al suo raziocinio, perché in ogni processo di costruzione di un libro interviene qualcosa di profondamente inconsapevole. Io non ritengo di avere effettivamente deciso, per esempio, che il mio ultimo romanzo avrebbe assunto la forma che ha ora. Mi sono detto che avrei dovuto finirlo prima di venire in Italia, questo sì, e infatti l'ho concluso ieri notte; ma non prevedevo affatto che sarebbe diventato lungo un migliaio di pagine, né che si sarebbe popolato di tanti personaggi. Lo titolerò La notte dei tempi, e l'ho concepito come un romanzo all'antica: non per ciò che riguarda la tecnica, che spero contenga qualcosa di innovativo, ma nel risultato per il lettore, che deve potervi intravvedere una rappresentazione del mondo, un po' come avveniva nei romanzi ottocenteschi. Il momento più felice, per me, è quello in cui avverto che il testo mi sta trascinando con sé: prima ho bisogno di un passaggio faticoso, in cui tiro le frasi, una a una. Ma poi deve intervenire ciò che nella teoria classica della poesia si chiamerebbe un raptus.

A partire dal suo esordio, nel 1986, lei ha affrontato un po' tutti i generi romanzeschi. Come spiega questa sua versatilità?
La spiego con il desiderio di cambiare e al tempo stesso di sperimentare la sensazione che i miei libri non stiano ripetendo la formula del genere letterario al quale appartengono. Prenda un romanzo come Carlota Fainberg: ebbene, è al tempo stesso una novella del mistero, un racconto di fantasmi, e molto altro. O Finestre di Manhattan: è un ritratto di città dal mio punto di vista molto personale, un libro di viaggi, un saggio d'arte, una confessione.

Invece, l'ultimo romanzo tradotto da noi, «Il vento della luna», è soprattutto un racconto autobiografico, vero?
Sì, il materiale romanzesco è molto personale, però al tempo stesso questo non ne fa un libro di memorie. La ricostruzione dell'ambiente, della casa in cui si svolge la trama, della atmosfera di quegli anni sono elementi ripresi dalla mia vita, anche se non letteralmente. Invece la vicenda del bambino così trepidantemente identificato con la sorte degli astronauti inviati per la prima volta sulla luna l'ho inventata. Direi che il romanzo si risolve piuttosto nell'intreccio tra una metafora dell'epoca franchista e il passaggio dalla infanzia alla adolescenza, perciò è importante la sua costruzione basata su alcune simmetrie, tra passato e futuro, tra la luna e la terra, tra il mondo del bambino e quello degli adulti.

Forse l'elemento più ricorrente pur nella grande diversità dei suoi libri è il protagonismo dello sguardo. Come lo spiega?
Chissà, magari tutta questa enfasi che metto sullo sguardo ha a che vedere con la mia psicologia, e probabilmente ha determinato anche la mia formazione iniziale, che era quella di storico dell'arte. Del resto, quando un elemento si ripete così spesso di libro in libro ci sarà pure un motivo, e questo motivo avrà certamente a che vedere con un tratto caratteriale dell'autore. Trovo molto vera una frase detta da V. S. Naipul, quando avverte che non bisogna mai fidarsi di un romanziere che scrive le sue memorie, perché la verità va ricercata nei temi della sua fiction.

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IL MANIFESTO - Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di gran

  di Francesca Borrelli
IL LUNGO BRIVIDO DELLA LENTEZZA
Lo sguardo DI MUÑOZ MOLINA
Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di grandi gesti e poca sostanza. E passa a parlare dei molti generi letterari esplorati nei suoi libri
Il più letterario tra gli scrittori spagnoli e certamente il più dotato, Antonio Muñoz Molina, viene da una famiglia della Andalusia totalmente priva di istruzione, i cui interni domestici radicati nella povertà degli anni '50 ha ricostruito nell'ultimo romanzo uscito in Italia da Mondadori, Il vento della luna. Qualcosa di ciò che trattiene di quelle atmosfere lo ha restituito anche nel reading in programma ieri alla basilica di Massenzio, ma le sue concessioni alla autobiografia hanno atteso più di vent'anni per farsi strada in un'opera altrimenti votata a esplorare tutti i generi romanzeschi, da quello poliziesco, che trova la sua variante più felice in un libro titolato Plenilunio, all'indagine storica di Sefarad, affidata al protagonismo di alcune vittime dei totalitarismi, fino al ritratto di una città in Finestre di Manhattan e al resoconto di una passione in Carlota Fainberg e in Un inverno a Lisbona. Almeno in apparenza, nulla accomuna questi titoli, che sono soltanto i principali di una vena assai prolifica, eppure la diversità dei loro contenuti è significativamente meno influente delle ricorrenze stilistiche, perché sembra che, sempre, dalle pagine di Muñoz Molina risalga una musicalità riconoscibile, a sua volta frutto della tensione fra una naturale vocazione alla lentezza e una ricercata costruzione narrativa per nulla indifferente alle attrattive della suspense. All'indomani delle elezioni europee lo scrittore spagnolo, che divide la sua residenza tra Madrid e New York, non è affatto stupito della débâcle di Zapatero: «la sua - dice - è una sinistra cosmetica». Il nostro incontro si svolge a Roma, alla casa delle Letterature, e in considerazione di una contingenza politica così fresca di delusioni, comincia con una domanda sul contesto spagnolo, per poi proseguire nella analisi di alcuni motivi letterari.

Dunque, né l'apertura dimostrata in occasione della legiferazione sui matrimoni gay, né la promessa di chiudere le centrali nucleari cominciando da quelle che hanno esaurito il loro ciclo vitale, né l'approssimazione a una legge che renda possibile l'eutanasia sono bastati a arginare gli effetti della crisi economica, e Zapatero sconta una flessione dei voti che sembra immeritata. Lei come interpreta questo risultato?
A me pare, per la verità, che la Spagna venga vista da una prospettiva distorta: sono già quarant'anni che alcuni importanti cambiamenti erano stati avviati, ma l'idea di un paese oscurantista e avvolto da una certa immobilità perdura a dispetto di tutto. Si dice, per esempio, che finalmente ora si può parlare della guerra civile, ma non è vero, è mezzo secolo che ne stiamo parlando, e lo dimostra l'enorme quantità di libri che questo argomento ha prodotto. Sembra che Zapatero e Almodovar siano le uniche due figure eterodosse di un paese altrimenti intrappolato nel passato, eppure non è così: indubbiamente hanno molti meriti ma da questo a farne gli eroi solitari di un paese oscurantista ce ne vuole. In realtà Zapatero è specializzato in cambiamenti superficiali e soprattutto spettacolari, non va mai alla radice dei veri problemi sociali, tanto è vero che una questione fondamentale com'è quella del rafforzamento della istruzione pubblica non è stato mai davvero affrontata. E poi: certo che è importante avere consentito il matrimonio di coppie omosessuali, ma bisogna anche dire che questo è stato reso possibile dal fatto che già prima c'era una legislazione in loro favore molto avanzata. La Spagna è un paese meno machista e omofobo dell'Italia. Quanto alle centrali nucleari, se verranno chiuse l'energia verrà da quelle francesi, non certo dal vento.Spesso quelle di Zapatero sono astuzie, la sua politica è fatta di grandi gesti: ha detto che nel 2050 la Spagna potrà rifornirsi a fonti di energia rinnovabili, ma questo sarebbe impossibile anche se ricoprissimo tutto il territorio di mulini eolici.

Secondo lei la Spagna franchista costituisce ancora uno sfondo narrativo carico di potere evocativo, o alle nuove generazioni di lettori non dice più nulla?
No, questo non è ancora successo, basta vedere quante opere sono ancora basate su quel periodo storico. A mio avviso, il fascino al quale lei allude viene dalla descrizione di un paese che perde e poi riconquista la sua libertà, e da una curiosità di sapere cosa è veramente accaduto, come si sopravvive alla guerra, come ci si abitua alla crudeltà, qual è il rapporto tra il passato e il presente. Nei mie romanzi c'è continuamente il tentativo di connettere tempi storici diversi. E poi, conviene ripensare la storia, quel che accadde in Europa negli anni '30, la fascinazione che ancora deriva dalla analisi di un mondo civilizzato e progredito che piomba nella tragedia, perché tutto ciò potrebbe succedere ancora. Io non mi sento mica tanto sicuro di ciò che ci si prospetta nell'Europa attuale, con la sua ondata xenofoba e l'avanzata della estrema destra. Non voglio dire che la storia possa ripetersi uguale a se stessa, ma può succedere che ci ritroveremo a constatare la fragilità di quanto oggi viene dato per scontato. La storia ci insegna che l'incredibile può sempre accadere. Sembra ci sia in noi la necessità di pensare che il corso della storia risponda a alcune leggi, ma non è così. Come scrittore mi interessa esplorare il momento in cui uno stato di normalità viene distrutto. Ero a New York quando c'è stato l'attacco dell'11 settembre e quel che mi ha colpito di più è la concomitanza di una quotidianità che andava in frantumi e al tempo stesso, su altri piani, non presentava variazioni di sorta. Fin dalla mattina dopo, i bar erano affollati di gente che prendeva il solito caffè, e nel parco era pieno di persone che facevano jogging, mentre altrove tutto di ciò che aveva a che fare con la vita precedente era andato perduto.

Passiamo ai suoi libri. Un po' in tutti i suoi romanzi c'è una conflittualità molto forte tra le esigenze dell'intreccio, che tendono all'intrattenimento, e quelle dello stile che si ostina a indugiare sugli aspetti descrittivi. Crede che sia una rappresentazione fedele, questa, della sua scrittura?
Sì, credo di sì. Quel che a me sta a cuore nella costruzione di un romanzo è la messa a punto di un impianto narrativo solido, che mi consenta di restituire la materialità del mondo intorno a noi. Non credo che si debba affrontare una scelta tra elementi descrittivi e questioni più propriamente narrative, ciò che mi importa è che i miei libri non siano statici, che li attraversi il flusso del tempo, e il lettore possa percepirlo distintamente.

Qual è il suo rapporto con i personaggi che inventa? Come lei sa alcuni ritengono che a un certo punto della scrittura di un libro i caratteri che lo popolano si distacchino dalla volontà dell'autore e prendano strade autonome e impreviste. Altri come Nabokov o Saramago, meno romanticamente dicono che i loro personaggi sono come schiavi ai remi, sottomessi agli ordini di chi li ha messi in pagina.
Io non sono d'accordo con nessuna di queste due posizioni. È ovvio, i personaggi sono emanazioni della volontà dell'autore e non possono prendersi nessuna libertà se non quella che viene loro concessa. Ma non tutto ciò che uno scrittore fa risponde al suo raziocinio, perché in ogni processo di costruzione di un libro interviene qualcosa di profondamente inconsapevole. Io non ritengo di avere effettivamente deciso, per esempio, che il mio ultimo romanzo avrebbe assunto la forma che ha ora. Mi sono detto che avrei dovuto finirlo prima di venire in Italia, questo sì, e infatti l'ho concluso ieri notte; ma non prevedevo affatto che sarebbe diventato lungo un migliaio di pagine, né che si sarebbe popolato di tanti personaggi. Lo titolerò La notte dei tempi, e l'ho concepito come un romanzo all'antica: non per ciò che riguarda la tecnica, che spero contenga qualcosa di innovativo, ma nel risultato per il lettore, che deve potervi intravvedere una rappresentazione del mondo, un po' come avveniva nei romanzi ottocenteschi. Il momento più felice, per me, è quello in cui avverto che il testo mi sta trascinando con sé: prima ho bisogno di un passaggio faticoso, in cui tiro le frasi, una a una. Ma poi deve intervenire ciò che nella teoria classica della poesia si chiamerebbe un raptus.

A partire dal suo esordio, nel 1986, lei ha affrontato un po' tutti i generi romanzeschi. Come spiega questa sua versatilità?
La spiego con il desiderio di cambiare e al tempo stesso di sperimentare la sensazione che i miei libri non stiano ripetendo la formula del genere letterario al quale appartengono. Prenda un romanzo come Carlota Fainberg: ebbene, è al tempo stesso una novella del mistero, un racconto di fantasmi, e molto altro. O Finestre di Manhattan: è un ritratto di città dal mio punto di vista molto personale, un libro di viaggi, un saggio d'arte, una confessione.

Invece, l'ultimo romanzo tradotto da noi, «Il vento della luna», è soprattutto un racconto autobiografico, vero?
Sì, il materiale romanzesco è molto personale, però al tempo stesso questo non ne fa un libro di memorie. La ricostruzione dell'ambiente, della casa in cui si svolge la trama, della atmosfera di quegli anni sono elementi ripresi dalla mia vita, anche se non letteralmente. Invece la vicenda del bambino così trepidantemente identificato con la sorte degli astronauti inviati per la prima volta sulla luna l'ho inventata. Direi che il romanzo si risolve piuttosto nell'intreccio tra una metafora dell'epoca franchista e il passaggio dalla infanzia alla adolescenza, perciò è importante la sua costruzione basata su alcune simmetrie, tra passato e futuro, tra la luna e la terra, tra il mondo del bambino e quello degli adulti.

Forse l'elemento più ricorrente pur nella grande diversità dei suoi libri è il protagonismo dello sguardo. Come lo spiega?
Chissà, magari tutta questa enfasi che metto sullo sguardo ha a che vedere con la mia psicologia, e probabilmente ha determinato anche la mia formazione iniziale, che era quella di storico dell'arte. Del resto, quando un elemento si ripete così spesso di libro in libro ci sarà pure un motivo, e questo motivo avrà certamente a che vedere con un tratto caratteriale dell'autore. Trovo molto vera una frase detta da V. S. Naipul, quando avverte che non bisogna mai fidarsi di un romanziere che scrive le sue memorie, perché la verità va ricercata nei temi della sua fiction.

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IL MANIFESTO

di Andrea Fabozzi - ROMA
C'era una volta il 1984 Il ricordo di Berlinguer e di un Pci che vinceva
Undici milioni di voti allora, dieci milioni adesso ma divisi per tre liste. Giugno 1984: le elezioni europee dello storico sorpasso del Pci sulla Dc. Un 33,3% figlio delle commozione per la morte, pochi giorni prima, di Enrico Berlinguer. Ricordato ieri a Roma a 25 anni esatti dalla scomparsa da una sinistra sotto botta per il risultato elettorale. Serata in qualche modo autorganizzata, promossa da una serie di militanti romani del partito democratico tutti di area ex diessina. Per una piazza Farnese mezza piena di dirigenti e iscritti del Pd, ma solo quelli con un passato comunista, e rappresentanti di Rifondazione, Comunisti italiani e Sinistra e Libertà. Messi insieme, nell'urna del 7 giugno fanno un abbondante 35% che però significa 21 eurodeputati per il Pd (nel 1984 per il Pci furono 27) e zero per le due formazioni di sinistra, rimaste sotto la soglia di sbarramento. In piazza nessun ex popolare di quelli che adesso stanno nel Pd, tipo il segretario del partito Dario Franceschini che pure recentemente ha riposizionato Berlinguer nel Pantheon del partito correggendo le dimenticanze di Veltroni.
Silenzioso ma presente Massimo D'Alema, arrivato in piazza con la moglie Linda Giuva e la figlia di Berlinguer, Bianca. L'intervento finale era prenotato e riservato da Piero Fassino che, come si fa in questi casi, ha insistito sull'attualità della politica di Berlinguer: l'austerità, la sostenibilità, il governo mondiale. Purtroppo tra i commossi partecipanti alla serata qualcuno ricorda il libro che Fassino ha scritto nel 2003, quando era segretario dei Ds, nel quale sosteneva che «la sfida di Craxi e Martelli per la modernizzazione» colse «i comunisti impreparati» perché il Pci di Berlinguer vide «nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità» e si chiuse «in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica». Qualcuno ricorda e qualcuno, quindi, contesta Fassino, che si arrabbia: «Ma leggetelo bene quel libro».
Per il resto ricordi affettuosi. Marisa Cinciari Rodano, moglie di quel Franco che fu il primo consigliere di Berlinguer ai tempi del compromesso storico. Luciana Castellina che da Berlinguer segretario fu radiata dal Pci insieme al gruppo del manifesto e ora dice che «fu una radiazione bellissima perché le nostre posizioni furono prese sul serio e discusse, oggi non è più radiato nessuno perché di quello che uno pensa nei partiti non frega più nulla». In piazza mischiati nella folla Adalberto Minucci che fu uno degli uomini più vicini a Berlinguer e negli anni della sua segreteria diresse Rinascita e l'ex sindaco di Torino Diego Novelli. E anche Vezio, il barista di Botteghe Oscure quando c'erano le Botteghe Oscure, che a Berlinguer serviva il the corretto al Glen Grant. Tanti applausi a Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, che conclude il suo intervento sostenendo che la sinistra per venire fuori da «questa orrenda situazione» avrebbe bisogno di «meno leader e più militanti». Applausi anche dai tanti leader ed ex leader presenti: Goffredo Bettini, Massimo Brutti, Vasco Errani, Cesare Salvi, Luciano Violante, Gianni Cuperlo. Leader forse ancora no, ma fresco di elezione al parlamento europeo ha il suo spazio per l'intervento anche David Sassoli che ne approfitta per far notare la coincidenza dell'anniversario della morte di Berlinguer «con la formazione oggi dell'alleanza tra socialisti e democratici nel parlamento di Strasburgo». Più che un momento storico, un the caldo per il Pd.

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IL MANIFESTO

di Micaela Bongi
OPPOSIZIONE - L'ex subcomandante: «Un partito solo, dal Prc all'Idv»
«E ora stiamo tutti insieme» Per Bertinotti gelo a sinistra
Delle «due sinistre», una moderata e una radicale, non si può più parlare, perché ormai «non c'è nessuna sinistra». E se le formazioni escluse anche dal parlamento di Strasburgo «non prendono atto che è finita una storia e che quindi si deve ricostruire da zero, non faranno un metro in più». Dopo aver auspicato, per le elezioni europee, il «tanto peggio, tanto meglio» (un insuccesso delle liste di sinistra per poter, appunto, ripartire da zero) Fausto Bertinotti trae le sue conclusioni: il peggio è arrivato e allora è arrivato anche il momento di «rimescolare le carte». Come? Dando vita - dice l'ex subcomandante intervistato dalla Stampa - a «un partito nuovo di tutta la sinistra italiana, creato da tutti quelli che oggi sono all'opposizione e che si sentono più o meno di sinistra, da Rifondazione all'Italia dei valori, dal Pd al movimento di Vendola, dai socialisti ai Verdi, dai Comunisti italiani ai radicali».
Proposta choc, bocciata subito senza complimenti dai socialisti di Riccardo Nencini che all'idea di stare nello stesso partito con Oliviero Diliberto e Antonio Di Pietro si sentono male, e dal Pdci Marco Rizzo, che spara a zero contro l'ex segretario di Rifondazione: «Serve aria nuova e non assassini della politica che tornano sul luogo del delitto». Proposta che, seppure in modo più pacato, considera irrealizzabile il segretario del Prc Paolo Ferrero, perché «ha un tratto di illusione, la stessa che stava alla base del ragionamento fatto all'epoca dell'Unione: la disponibilità della sinistra moderata a ragionare sui percorsi fatti. Ma poi abbiamo visto le politiche economiche di Padoa Schioppa». E anche ora, «vedo una sinistra moderata che ha fallito ma è ben presente e ha posizioni legate ai poteri forti. Il problema, anche di natura organizzativa, riguarda la costruzione della sinistra di alternativa, non di una sinistra senza aggettivi».
Insomma, al di là di Di Pietro - che tra le forze di Sinistra e libertà provoca un sussulto non solo ai socialisti - o di Marco Pannella, il punto principale è il Pd. O meglio, questo Pd. Perché Bertinotti, di fronte al risultato elettorale, immagina o almeno auspica che il partito di Franceschini possa essere travolto dal «big bang». E dunque la nuova formazione raccoglierebbe solo l'ala più di sinistra dei democratici. Non a caso l'ex presidente della camera ieri avrebbe parlato della sua proposta anche con Massimo D'Alema. Convinto che, di fronte al rischio palude, è meglio lanciare qualsiasi idea utile a movimentare le acque. Ma anche dall'area ex bertinottiana rimasta dentro Rifondazione si levano voci critiche, come quella di Augusto Rocchi: «Come si fa a definire di sinistra i radicali? Quella sinistra si dividerebbe subito sulla legge 30 o la guerra. Non condivido il pressuposto di Fausto, secondo il quale non c'è più nessuna sinistra e dunque non ci sono le due sinistre. Ci sono due liste cresciute di 800 mila voti rispetto alle politiche. Pensiamo a porci il problema di come rimettere insieme i pezzi che esistono in una forma unitaria e plurale, evitando che ognuno dica che il disegno egemonico è il proprio. E poi nel Pd ci può essere uno scontro sull'asse politico, non un' implosione. Affrontiamo semmai il tema delle alleanze. Se poi ci sarà un'evoluzione del quandro politico, vedremo».
Il problema più stringente del rapporto col Pd, lo ha Sinistra e Libertà che vuole allontanare il sospetto di subalternità, senza essere antagonista. E per ora ha deciso di andare avanti con il suo progetto. Ma è appunto dai democratici che ci si aspetta un segnale, eventualmente dopo i ballottaggi. Posto che, come dicono da Sinistra democratica, «tutto è in movimento» ma «un partito con Di Pietro non funziona», anche se per la formazione di Claudio Fava è attuale, non da ora, il tema di un partito della sinistra. Dai verdi invece Paolo Cento conferma che «un partito da Rifondazione all'Idv non è all'ordine del giorno», però «è un bene che Sinisrtra e libertà non abbia deciso strette organizzative», perché «non si deve rinchiudere in un micro partito dai confini prefissati. In questo senso la sollecitazione per una sinistra ampia fatta da Bertinotti è interessante». E se dal Pd si leva la voce di Vincenzo Vita, dell'Associazione A sinistra - «la proposta di Bertinotti merita di essere discussa e non va respinta in modo burocratico» - commenta contrariato Walter Veltroni, che con l'ex presidente della camera aveva firmato la «separazione consensuale» e che guarda con il solito sospetto ai movimenti di D'Alema: «La proposta di Bertinotti ha un margine se si vuole un sistema bipolare - commenta l'ex segretario del Pd - ma mi pareva di aver capito che non era questa l'aspirazione di gran parte delle forze del centro-sinistra. Un grande Pd può essere la base di alleanze riformiste».

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IL MANIFESTO - Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di gran

  di Francesca Borrelli
IL LUNGO BRIVIDO DELLA LENTEZZA
Lo sguardo DI MUÑOZ MOLINA
Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di grandi gesti e poca sostanza. E passa a parlare dei molti generi letterari esplorati nei suoi libri
Il più letterario tra gli scrittori spagnoli e certamente il più dotato, Antonio Muñoz Molina, viene da una famiglia della Andalusia totalmente priva di istruzione, i cui interni domestici radicati nella povertà degli anni '50 ha ricostruito nell'ultimo romanzo uscito in Italia da Mondadori, Il vento della luna. Qualcosa di ciò che trattiene di quelle atmosfere lo ha restituito anche nel reading in programma ieri alla basilica di Massenzio, ma le sue concessioni alla autobiografia hanno atteso più di vent'anni per farsi strada in un'opera altrimenti votata a esplorare tutti i generi romanzeschi, da quello poliziesco, che trova la sua variante più felice in un libro titolato Plenilunio, all'indagine storica di Sefarad, affidata al protagonismo di alcune vittime dei totalitarismi, fino al ritratto di una città in Finestre di Manhattan e al resoconto di una passione in Carlota Fainberg e in Un inverno a Lisbona. Almeno in apparenza, nulla accomuna questi titoli, che sono soltanto i principali di una vena assai prolifica, eppure la diversità dei loro contenuti è significativamente meno influente delle ricorrenze stilistiche, perché sembra che, sempre, dalle pagine di Muñoz Molina risalga una musicalità riconoscibile, a sua volta frutto della tensione fra una naturale vocazione alla lentezza e una ricercata costruzione narrativa per nulla indifferente alle attrattive della suspense. All'indomani delle elezioni europee lo scrittore spagnolo, che divide la sua residenza tra Madrid e New York, non è affatto stupito della débâcle di Zapatero: «la sua - dice - è una sinistra cosmetica». Il nostro incontro si svolge a Roma, alla casa delle Letterature, e in considerazione di una contingenza politica così fresca di delusioni, comincia con una domanda sul contesto spagnolo, per poi proseguire nella analisi di alcuni motivi letterari.

Dunque, né l'apertura dimostrata in occasione della legiferazione sui matrimoni gay, né la promessa di chiudere le centrali nucleari cominciando da quelle che hanno esaurito il loro ciclo vitale, né l'approssimazione a una legge che renda possibile l'eutanasia sono bastati a arginare gli effetti della crisi economica, e Zapatero sconta una flessione dei voti che sembra immeritata. Lei come interpreta questo risultato?
A me pare, per la verità, che la Spagna venga vista da una prospettiva distorta: sono già quarant'anni che alcuni importanti cambiamenti erano stati avviati, ma l'idea di un paese oscurantista e avvolto da una certa immobilità perdura a dispetto di tutto. Si dice, per esempio, che finalmente ora si può parlare della guerra civile, ma non è vero, è mezzo secolo che ne stiamo parlando, e lo dimostra l'enorme quantità di libri che questo argomento ha prodotto. Sembra che Zapatero e Almodovar siano le uniche due figure eterodosse di un paese altrimenti intrappolato nel passato, eppure non è così: indubbiamente hanno molti meriti ma da questo a farne gli eroi solitari di un paese oscurantista ce ne vuole. In realtà Zapatero è specializzato in cambiamenti superficiali e soprattutto spettacolari, non va mai alla radice dei veri problemi sociali, tanto è vero che una questione fondamentale com'è quella del rafforzamento della istruzione pubblica non è stato mai davvero affrontata. E poi: certo che è importante avere consentito il matrimonio di coppie omosessuali, ma bisogna anche dire che questo è stato reso possibile dal fatto che già prima c'era una legislazione in loro favore molto avanzata. La Spagna è un paese meno machista e omofobo dell'Italia. Quanto alle centrali nucleari, se verranno chiuse l'energia verrà da quelle francesi, non certo dal vento.Spesso quelle di Zapatero sono astuzie, la sua politica è fatta di grandi gesti: ha detto che nel 2050 la Spagna potrà rifornirsi a fonti di energia rinnovabili, ma questo sarebbe impossibile anche se ricoprissimo tutto il territorio di mulini eolici.

Secondo lei la Spagna franchista costituisce ancora uno sfondo narrativo carico di potere evocativo, o alle nuove generazioni di lettori non dice più nulla?
No, questo non è ancora successo, basta vedere quante opere sono ancora basate su quel periodo storico. A mio avviso, il fascino al quale lei allude viene dalla descrizione di un paese che perde e poi riconquista la sua libertà, e da una curiosità di sapere cosa è veramente accaduto, come si sopravvive alla guerra, come ci si abitua alla crudeltà, qual è il rapporto tra il passato e il presente. Nei mie romanzi c'è continuamente il tentativo di connettere tempi storici diversi. E poi, conviene ripensare la storia, quel che accadde in Europa negli anni '30, la fascinazione che ancora deriva dalla analisi di un mondo civilizzato e progredito che piomba nella tragedia, perché tutto ciò potrebbe succedere ancora. Io non mi sento mica tanto sicuro di ciò che ci si prospetta nell'Europa attuale, con la sua ondata xenofoba e l'avanzata della estrema destra. Non voglio dire che la storia possa ripetersi uguale a se stessa, ma può succedere che ci ritroveremo a constatare la fragilità di quanto oggi viene dato per scontato. La storia ci insegna che l'incredibile può sempre accadere. Sembra ci sia in noi la necessità di pensare che il corso della storia risponda a alcune leggi, ma non è così. Come scrittore mi interessa esplorare il momento in cui uno stato di normalità viene distrutto. Ero a New York quando c'è stato l'attacco dell'11 settembre e quel che mi ha colpito di più è la concomitanza di una quotidianità che andava in frantumi e al tempo stesso, su altri piani, non presentava variazioni di sorta. Fin dalla mattina dopo, i bar erano affollati di gente che prendeva il solito caffè, e nel parco era pieno di persone che facevano jogging, mentre altrove tutto di ciò che aveva a che fare con la vita precedente era andato perduto.

Passiamo ai suoi libri. Un po' in tutti i suoi romanzi c'è una conflittualità molto forte tra le esigenze dell'intreccio, che tendono all'intrattenimento, e quelle dello stile che si ostina a indugiare sugli aspetti descrittivi. Crede che sia una rappresentazione fedele, questa, della sua scrittura?
Sì, credo di sì. Quel che a me sta a cuore nella costruzione di un romanzo è la messa a punto di un impianto narrativo solido, che mi consenta di restituire la materialità del mondo intorno a noi. Non credo che si debba affrontare una scelta tra elementi descrittivi e questioni più propriamente narrative, ciò che mi importa è che i miei libri non siano statici, che li attraversi il flusso del tempo, e il lettore possa percepirlo distintamente.

Qual è il suo rapporto con i personaggi che inventa? Come lei sa alcuni ritengono che a un certo punto della scrittura di un libro i caratteri che lo popolano si distacchino dalla volontà dell'autore e prendano strade autonome e impreviste. Altri come Nabokov o Saramago, meno romanticamente dicono che i loro personaggi sono come schiavi ai remi, sottomessi agli ordini di chi li ha messi in pagina.
Io non sono d'accordo con nessuna di queste due posizioni. È ovvio, i personaggi sono emanazioni della volontà dell'autore e non possono prendersi nessuna libertà se non quella che viene loro concessa. Ma non tutto ciò che uno scrittore fa risponde al suo raziocinio, perché in ogni processo di costruzione di un libro interviene qualcosa di profondamente inconsapevole. Io non ritengo di avere effettivamente deciso, per esempio, che il mio ultimo romanzo avrebbe assunto la forma che ha ora. Mi sono detto che avrei dovuto finirlo prima di venire in Italia, questo sì, e infatti l'ho concluso ieri notte; ma non prevedevo affatto che sarebbe diventato lungo un migliaio di pagine, né che si sarebbe popolato di tanti personaggi. Lo titolerò La notte dei tempi, e l'ho concepito come un romanzo all'antica: non per ciò che riguarda la tecnica, che spero contenga qualcosa di innovativo, ma nel risultato per il lettore, che deve potervi intravvedere una rappresentazione del mondo, un po' come avveniva nei romanzi ottocenteschi. Il momento più felice, per me, è quello in cui avverto che il testo mi sta trascinando con sé: prima ho bisogno di un passaggio faticoso, in cui tiro le frasi, una a una. Ma poi deve intervenire ciò che nella teoria classica della poesia si chiamerebbe un raptus.

A partire dal suo esordio, nel 1986, lei ha affrontato un po' tutti i generi romanzeschi. Come spiega questa sua versatilità?
La spiego con il desiderio di cambiare e al tempo stesso di sperimentare la sensazione che i miei libri non stiano ripetendo la formula del genere letterario al quale appartengono. Prenda un romanzo come Carlota Fainberg: ebbene, è al tempo stesso una novella del mistero, un racconto di fantasmi, e molto altro. O Finestre di Manhattan: è un ritratto di città dal mio punto di vista molto personale, un libro di viaggi, un saggio d'arte, una confessione.

Invece, l'ultimo romanzo tradotto da noi, «Il vento della luna», è soprattutto un racconto autobiografico, vero?
Sì, il materiale romanzesco è molto personale, però al tempo stesso questo non ne fa un libro di memorie. La ricostruzione dell'ambiente, della casa in cui si svolge la trama, della atmosfera di quegli anni sono elementi ripresi dalla mia vita, anche se non letteralmente. Invece la vicenda del bambino così trepidantemente identificato con la sorte degli astronauti inviati per la prima volta sulla luna l'ho inventata. Direi che il romanzo si risolve piuttosto nell'intreccio tra una metafora dell'epoca franchista e il passaggio dalla infanzia alla adolescenza, perciò è importante la sua costruzione basata su alcune simmetrie, tra passato e futuro, tra la luna e la terra, tra il mondo del bambino e quello degli adulti.

Forse l'elemento più ricorrente pur nella grande diversità dei suoi libri è il protagonismo dello sguardo. Come lo spiega?
Chissà, magari tutta questa enfasi che metto sullo sguardo ha a che vedere con la mia psicologia, e probabilmente ha determinato anche la mia formazione iniziale, che era quella di storico dell'arte. Del resto, quando un elemento si ripete così spesso di libro in libro ci sarà pure un motivo, e questo motivo avrà certamente a che vedere con un tratto caratteriale dell'autore. Trovo molto vera una frase detta da V. S. Naipul, quando avverte che non bisogna mai fidarsi di un romanziere che scrive le sue memorie, perché la verità va ricercata nei temi della sua fiction.

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