martedì 29 settembre 2009

lavocedellevoci.it -

C'E' UN TEMPO PER NASCERE. C'E' UN TEMPO PER MORIRE
di Vitaliano Della Sala [ 06/03/2009]


La vicenda terrena di Eluana Englaro, con il suo triste epilogo, le strumentalizzazioni, il chiasso, gli insulti, i ritardi e le ipocrisie, dovrebbe farci vergognare tutti. Non abbiamo saputo viverla in silenzio e con rispetto, ma l'abbiamo ridotta all'ennesimo scontro fra schieramenti politici. E i vertici della Chiesa cattolica italiana hanno dato una contro-testimonianza evangelica, con il loro modo sguaiato e disumano di affrontare quello che, purtroppo, e' diventato un "caso", dimenticando che si giocava sulla pelle di una persona indifesa.
Lo confesso: non ho certezze sulla vicenda, non so quando una vita puo' considerarsi conclusa, non so se l'alimentazione forzata sia una terapia o un inutile e innaturale accanimento terapeutico. Nemmeno la scienza e la medicina hanno potuto pronunciare una parola certa. Percio' mi ha infastidito l'atteggiamento di chi proponeva certezze assude e tentava di imporle con "violenza" agli altri. Tra questi le gerarchie vaticane e alcune frange di cattolici che rasentano il talebanesimo.
Da piu' parti, per fortuna, e' giunta discreta la richiesta di un dibattito all'interno della Chiesa che rimetta al centro la persona, una riflessione che tenga conto dei cristiani come fedeli ma anche come cittadini rispettosi della Costituzione, cosi' come il mettere da parte inutili e antievangeliche crociate.
Condivido ovviamente il sostegno alla vita e la sua difesa, ma non mi e' piaciuto il modo sguaiato con cui la Chiesa ha posto il problema, imponendo e giudicando, mentre avrebbe dovuto proporre i propri valori e testimoniarli senza entrare nell'agone politico, senza fare ingerenza. Il Vangelo e' una proposta e non si impone mai. Penso che il principio generale della difesa della vita, che i cristiani debbono sempre riaffermare, vada applicato caso per caso e non deve diventare una ossessione con cui si arriva a «torturare» un ammalato terminale.
Il disegno di legge del senatore Calabro' lascia forti dubbi sulla possibilita' delle persone, delle famiglie e dei medici di essere coinvolte nelle decisioni che le riguardano: c'e' da augurarsi che, passato il tempo delle stupide e inutili contrapposizioni, si trovi un equilibrio tra le parti. Nella vicenda Englaro siamo stati costretti dentro un dibattito politico che mi ha amareggiato. Non sono state affatto edificanti le squallide scene dei movimenti per la vita che hanno parlato di omicidio, di boia di fronte alla sofferenza delle persone. L'atteggiamento giusto sarebbe piuttosto quello di ascoltare prima e cercare di capire la sofferenza, proprio come faceva Gesu' Cristo.
Dice don Andrea Gallo che «e' sempre un'aberrazione trasformare in legge una convinzione religiosa. La repubblica italiana non e' una teocrazia e deve restare laica. I toni da inquisizione azzerano il messaggio cristiano. La democrazia non puo' fondarsi sulla fede ma su liberta', giustizia e diritti individuali. La legge del Pdl e dei vescovi e' una violenza, un'offesa alla memoria di Eluana. Nella Chiesa il primato della coscienza personale e' la base della dottrina e chi lo nega e' un eretico».
Solo mettendosi in sintonia con la millenaria tradizione cristiana di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione i cristiani possono far nascere parole in grado di rispondere agli interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono sulla soglia dove vita e morte si incontrano. Cosi' le riassumeva la lettera di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: «Il carattere sacro della vita e' cio' che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un'inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico e' piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il piu' a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non e' piu' pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l'ora ineluttabile e sacra dell'incontro dell'anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita».
Ecco, questo e' il contributo che con rispetto, discrezione e semplicita', i cristiani possono proporre a quanti, pur non condividendo la loro fede, desiderano comunque che la societa' ritrovi un'etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell'amore e nella liberta'.

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lunedì 28 settembre 2009

Avvenire - L'indice a cura di Mirella Poggialini

27/09/2009

Raitre, tv testimone del Concilio

Un'operazione cospicua di analisi, quella operata da Alberto Melloni nel suo denso lavoro sul Concilio Vaticano II che Raitre, ne La Grande Storia, ha proposto venerdì in prima serata. A quasi mezzo secolo di distanza, la grande assemblea che ha dato un'impronta determinante alla Chiesa del ventesimo secolo e alla sua storia è stata ripercorsa negli antecedenti e nelle origini, sottolineando la unicità di un'adunanza che per la prima volta dopo secoli poneva insieme tutti coloro che la Chiesa vivevano e guidavano, per dare nuova forma e rinnovata coesione alla comunità dei credenti. Con lavoro minuzioso nel quale ogni dettaglio era spiegato e documentato, gli autori hanno costruito, arricchendo la narrazione d'immagini d'epoca illuminanti, il quadro di un mondo che negli Anni Sessanta era animato da una fortissima volontà di cambiamento e che rifiutava ogni adesione passiva a moduli e a riti di eredità remota. Bene ha fatto, con obiettivo coraggio, lo storico che ha presentato, del Concilio e delle sue varie fasi, gli aspetti anche stridenti e controversi, che hanno tracciato un quadro realistico delle tensioni e delle contrapposizioni che il popolo di Dio ha vissuto nel tempo. E se l'esame degli argomenti capitali sui quali si sono accentrate dispute e controversie, nelle discussioni dei documenti, ha mostrato qualche difficoltà per l'esposizione di sottigliezze non comprensibili a tutti, il film ha avuto il merito di costituire una autorevole pagina di storia in cui i riferimenti erano ricchi e precisi, avvalorati dalle immagini di coloro che nel Concilio furono più attivi. A testimonianza, dell'importanza della televisione, come fedele custode, che per la prima volta seguì le varie fasi dei lavori e ne conservò ogni traccia. Voci e volti si sono avvicendati su uno sfondo che citava anche gli altri fatti capitali del mondo, in uno scorcio di eventi spesso tragici: un passato recuperato, con competenza e amore, nella sua vitalità ancora attuale.

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nuovo ringhio di idefix - luciano comida: L'attualità di Bob Kennedy: chi ha veramente ucciso Robert Kennedy e John Kennedy? (L'altra Dallas di Roberto Mazzucco)

L'attualità di Bob Kennedy: chi ha veramente ucciso Robert Kennedy e John Kennedy? (L'altra Dallas di Roberto Mazzucco)

Ieri sera io e Tatjana abbiamo visto un emozionante documentario che sembra un misterioso film giallo.
Ma prima serve una premessa.
(Se volete, saltatela)

Torno spesso a Bob Kennedy.
Assieme a Martin Luther King, Robert Francis Kennedy fu l'eroe laico della mia adolescenza, di quando (quattordicenne) seguivo in televisione e sui giornali e nelle conversazioni di mio papà e mio nonno la sua campagna elettorale delle primarie democratiche del 1968.
Ricordo che piansi di dolore e di rabbia quando lo ammazzarono Bob_03 il 6 giugno di quell'anno.
Per me, il riformismo ha sempre avuto quella forte radicalità.
E ogni volta che rileggo i discorsi, le interviste di Bob, trovo l'attualità profetica delle sue parole, della sua politica, del suo linguaggio.
Sentite questo frammento di un discorso sulla libertà di stampa a Cape Town nel Sud Africa ancora oppresso dal segregazionismo razziale (un intervento che creò forte disagio nei governanti bianchi ma accese speranze nei neri):

Al cuore della libertà individuale sta la libertà di parola, il diritto di esprimere e comunicare le idee, di differenziarsi dai rozzi animali della foresta, il diritto di richiamare i governanti ai loro doveri e obblighi. E soprattutto il diritto di affermare la nostra appartenenza a un corpo politico, la società, fatta dalle persone che condividono la nostra terra, le nostre tradizioni e il futuro dei nostri figli.
Alla pari con la libertà di parola sta il diritto di essere ascoltati, di avere voce nelle decisioni dei governi che determinano la vita degli uomini. Tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta, la famiglia, il lavoro, l’educazione, un luogo in cui allevare i figli e riposare la mente, tutto ciò dipende dalle decisioni dei governi, e tutto ciò può essere spazzato via in un attimo da un governo che non dia ascolto alle richieste della sua gente. E io parlo di tutta la gente.
I diritti fondamentali dell’uomo possono essere protetti e preservati solo dove c'è un governo che risponde non solo ai ricchi, non solo a quelli di una certa religione, non solo a quelli di una certa razza, ma a tutti gli uomini della società
".
6 giugno 1966

O le dure e chiare parole con cui Bob parlava del ritiro dal Viet-Nam:

"La guerra in Vietnam ci pone delle importanti questioni di ordine morale. Che diritto abbiamo, noi in America, di andare ad uccidere decine di migliaia di persone, di rendere milioni di persone dei senzatetto, di uccidere donne e bambini come stiamo facendo?
Ogni anno nel Vietnam del Sud rimangono senza gambe e senza braccia 35.000 persone, e altri 50.000 civili perdono la vita. Migliaia di bambini vengono uccisi in seguito alle nostre azioni militari. Che diritto abbiamo, negli Stati Uniti, di compiere queste azioni, solo perché vorremmo proteggerci, o per evitare un problema maggiore per noi?
Io mi domando seriamente se abbiamo o meno quel diritto. Dovremmo poterlo sentire, qui negli Stati Uniti, cosa avviene quando lanciamo il napalm, un villaggio viene distrutto, e i civili vengono uccisi
"
5 giugno 1968, pochi minuti prima di venir colpito a morte

Insomma, con Bob Kennedy siamo anni luce dai balbettii di troppi politici della sinistra e centrosinistra e sinistracentro italiana, infingardi, timidi, ipocriti, esitanti, oscuri, nè di qua nè di là, eterni mediatori al ribasso.

Ieri sera io e Tatjana abbiamo visto L'altra Dallas (un ottimo film documentario che ricostruisce in modo convincente, con ricchi materiali inediti l'assassinio di Bob, smontando punto per punto la ridicola tesi del killer matto e solitario Shiran Shiran. E indicando la verità).
Il libro a cui è allegato aggancia la tragedia a quella dell'omicidio di Dallas, in cui venne ucciso John Kennedy. Anche per quel delitto, si fornisce una versione che demolisce del tutto la grottesca ipotesi di Lee Harvey Oswald unico assassino).
In più, i delitti JFK e RFK vengono inseriti in un quadro molto fosco, le cui radici affondano nella storia e nella politica americana.
Malgrado qualche forzatura (alcuni accenni all'11 settembre), il lavoro di Massimo Mazzucco e dei suoi collaboratori è encomiabile.
Ma (come per i misteri che si rispettano) non voglio svelarvi troppo.

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sabato 26 settembre 2009

Avvenire

Darwin, basta litigare tra saperi!

A centocinquant’anni dalla pubblicazione dalla pubblicazione de L’origine delle specie di Charles Darwin, il dibattito culturale intorno all’evoluzione – e alle sue molteplici ricadute e conseguenze – è tutt’altro che svigorito o spento: anche, anzi in primis, sul versante del suo scontro e/o incontro col principio, di marca teologica, della creazione. Da un versante, e dall’altro, da quello cioè dei sostenitori dell’evoluzione sino all’evoluzionismo o da quello dei sostenitori della creazione sino al creazionismo, così come – detto con una buona dose di semplificazione – da quello della scienza o da quello della fede, non mancano le prese di posizione in proposito.

Ciò avviene – mi pare di poter dire – perché la stagione che stiamo attraversando mette a fuoco, in definitiva, con un’evidenza che forse non era così avvertibile sin dall’inizio del dibattito ottocentesco, il senso e la direzione dell’avventura dell’uomo nella storia dell’universo.

Sì, perché è proprio questo, a ben vedere, l’oggetto ultimo del contendere: che ne è dell’uomo, non solo guardando alla storia dell’universo che sino a lui ha portato, ma anche guardando a ciò che oggi si sta realisticamente profilando a proposito delle possibilità di plasmare e persino trasformare la sua identità biologica e psico-somatica? In altri termini: ciò che di fatto la questione dell’evoluzione pone sul tappeto non è tanto l’offerta di una chiave di lettura scientifica, fondata e oggettiva, d’interpretazione della storia dell’universo, quanto, insieme a questo, la riproposizione dell’eterno interrogativo intorno all’identità e al destino dell’uomo, per sé immerso nel lusso di questa storia, certo, ma al tempo stesso decisamente eccentrico ed eccedente rispetto ad essa.

È dunque chiaro che la questione dell’evoluzione, nonostante il travagliato ma senza meno prezioso lavorio di chiarificazione che si è prodotto in questi centocinquant’anni trovi nuova esca, e persino con qualche recrudescenza di toni nell’odierno riproporsi del cruciale interrogativo intorno all’uomo. Il che viene a dire, oggi come ieri, oggi forse più di ieri, che la controversia intorno all’evoluzione per sé va declinata su due piani. In primo luogo, quello della correttezza epistemica che invita a distinguere gli ambiti, i metodi, i criteri, l’estensione delle affermazioni che vengono fatte dai diversi saperi – si tratti di quello scientifico o di quello teologico – in fedeltà alle rispettive portate conoscitive e ai rispettivi significati antropologici senza cedere alla tentazione d’indebite generalizzazioni e assolutizzazioni.
In secondo luogo, quello della necessaria correlazione di tali saperi dei loro oggetti e dei loro risultati nel contesto integrale dell’impresa conoscitiva dell’uomo in risposta all’imperativo dell’esplicazione libera e intelligente della propria identità.

Molte e tuttora perduranti incomprensioni derivano dallo slittamento, più o meno consapevole, dei pensieri, e degli atteggiamenti tra i due piani. In questa logica, giunge quanto mai opportuno l’appello lanciato da Benedetto XVI ad allargare gli spazi d’esercizio della razionalità: e cioè, detto in termini più perspicui e precisi, a tenere aperto l’orizzonte di ricerca della ragione umana in tutta la sua vastità. Rispettando, certo, e promuovendo l’investigazione della ragione nei vari ambiti e dimensioni del reale con gli appropriati metodi, ma insieme non imponendo a priori dei confini oltre i quali la ragione non potrebbe o non dovrebbe spingersi.

Dunque, se l’intelligenza responsabile della fede cristiana non può che giovarsi dei risultati dell’indagine scientifica nell’esplicarsi della sua autonoma metodologia, altrettanto l’indagine scientifica non può che arricchirsi, anzi in definitiva avvicinarsi alla sua finalità ultima, quando inserisce i risultati cui è pervenuta entro un quadro di riferimento più vasto e di altro livello, che come tale può essere intenzionato solo da altri saperi – come ad esempio la filosofia e la teologia.

Evoluzione e creazione infatti – per stare al nostro oggetto – per sé sono concetti che afferiscono a due livelli distinti del reale: la confusione o il conflitto nascono quando li si incrocia indebitamente. Mentre, quando son fatti valere nei rispettivi contesti, possono davvero arricchirsi l’un l’altro, ciascuno restando pertinente al proprio livello ma insieme offrendo una qualche luce per l’interpretazione ulteriore dell’altro.
La controversia tra evoluzione e creazione non è che la spia di una correlazione tra sapere della fede e sapere delle scienze di cui ancora non si è trovato il bandolo. Di fatto, la genesi e l’esercizio della razionalità scientifica moderna ha provocato un tale sconvolgimento nell’architettura dei saperi prima data per certa e definitiva, che ancora non si è riusciti a ricomporre adeguatamente le cose. E il pericolo – come accennavo – è che ne faccia le spese l’identità dell’uomo in un momento delicato e inedito come quello che stiamo vivendo.

Per questo è necessario con ogni sforzo, ma senza forzature, lavorare a una ricomposizione rispettosa della pluralità dei saperi e al contempo attenta all’unità di senso e di destino dell’uomo e del cosmo.

Piero Coda

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Avvenire

EMERGENZA EDUCATIVA
Alcol ai ragazzi «Ora
l’allarme arriva a 11 anni»

Si abbassa sempre di più, intorno ai 10-11 anni, l’età dei ragazzi che bevono il primo bicchiere, mentre aumentano giovani e anziani che ricorrono ai servizi sociali a causa del problema alcol. I ragazzi italiani bevono troppo e male, con gravi conseguenze per la salute e la sicurezza. Ma alcune autorità iniziano a reagire, come dimostra la recente delibera del sindaco di Milano, Letizia Moratti, contro la vendita e il consumo di alcolici ai minori di 16 anni (seguita da tanti sindaci italiani), ricordando che a Milano «il 34% dei ragazzi di 11 anni ha già avuto problemi di alcolici», mentre il 40% dei quindicenni ha preso una "sbronza" almeno una volta. I dati sull’alcolismo in Italia restano allarmanti: un milione di persone ha problemi di dipendenza, mentre 3,5 milioni sono a rischio. Non solo: di questi, 700mila hanno meno di 16 anni. L’età media di chi ricorre ai servizi è di 44 anni.

L’alcol causa 30mila morti l’anno per cirrosi, 7mila per tumori (5mila dei quali sono uomini) e il 7,4% delle disabilità.  L’allarme è stato lanciato dal XXV raduno nazionale di alcolisti anonimi, che si è aperto ieri e si concluderà domani, con la "Festa della sobrietà", alla vecchia Fiera di Rimini.
Per tre giorni esperti del settore e rappresentanti dei 500 gruppi di autoaiuto italiani, che associano 10mila persone, si confronteranno su «Giovani e alcol». Oggi tocca a Paola Bertulla, neuropsicologa di Villa Silvia di Senigallia, Andrea Quartini, medico gastroenterologo di Villa Basilesky di Firenze, ed Enzo Bachetti, esperto di comunicazione. Spiega Giovanni Greco, vicepresidente della Società italiana di alcologia: «Un fenomeno recente è l’aumento in particolare di giovani, anziani e giovani donne ansiogene, che assumono alcol come autocura contro il male del vivere: stati di ansia, panico, stress, solitudine, problemi affettivi o emotivi, fallimenti familiari. Nei cocktail di bevande gasate con alcol o caffeina, oppure con vino frizzante e spumante, l’alcol è assorbito in una misura maggiore. Cocktail e spritz sono il vero problema dei giovani, che credono di bere bevande più leggere. E poi è in aumento anche il consumo di energetici associati all’alcol».

Ma l’allarme più preoccupante, «perché occulto e con effetti a lungo termine in particolare su bambini e giovani», riguarda la pubblicità che, come spiega Greco, «esalta gli effetti psicoattivi, associando l’alcol a divertimento, successo, felicità, trasgressione, sesso e potere». L’assunzione di bevande alcoliche è inoltre particolarmente pericolosa per chi guida, come ha ricordato Giordano Biserni, presidente nazionale dell’Associazione Amici della Polstrada (Asaps). «Secondo i dati forniti dall’Istituto superiore di sanità e dall’Unione europea, il 30% degli incidenti stradali gravi e mortali è causato da alcol e droga, dato che sale al 40% negli incidenti del fine settimana».

Tali incidenti sono diminuiti però del 10,6% nei primi sette mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2008, con 220 morti in meno (-18,9%) di cui 92 (-21%) di età inferiore a 30 anni. «Il risultato – per Biserni – è frutto dei 900mila controlli con l’etilometro, effettuati da gennaio a luglio, contro i 400mila del 2007». Per Greco il percorso obbligato per combattere il fenomeno è «l’educazione dei giovani all’autocontrollo, la moderazione e la capacità di autogestione. Ma questo deriva dalla testimonianza degli adulti con stili di vita coerenti, che purtroppo spesso mancano».

Quinto Cappelli

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mercoledì 23 settembre 2009

Il tempo sta finendo BARACK OBAMA - LASTAMPA.it

23/9/2009 Il tempo sta finendo BARACK OBAMA La risposta della nostra generazione alla sfida climatica sarà giudicata dalla storia perché, se falliamo, rischiamo di consegnare le generazioni future a una catastrofe irreversibile. Nessun Paese, grande o piccolo, ricco o povero, può sfuggire all’impatto del cambiamento climatico.

E il tempo che abbiamo per rovesciare la situazione sta finendo. Eppure possiamo ancora rovesciarla. Come disse una volta John F. Kennedy «i nostri problemi sono causati dall’uomo, perciò possono essere risolti dall’uomo». È vero che per troppi anni l’umanità è stata lenta a rispondere o addirittura a riconoscere le dimensioni della minaccia climatica. Questo è vero anche per il mio Paese. Lo riconosciamo. Ma oggi è un altro giorno. Una nuova era. E io sono orgoglioso di dire che negli ultimi otto mesi gli Stati Uniti hanno fatto più di quanto non avessero fatto in tutto il loro passato per promuovere le energie pulite e ridurre l’inquinamento da anidride carbonica. Poiché però nessuna nazione può affrontare queste sfide da sola, gli Stati Uniti hanno sollecitato l’impegno di partner e alleati per trovare nuove soluzioni e messo il clima in cima all’agenda di tutti gli incontri diplomatici: con la Cina, il Brasile, l’India, il Messico, i Paesi dell’Africa e quelli dell’Europa.

Messi in fila uno dietro l’altro, tutti questi passi rappresentano un riconoscimento storico da parte degli americani e del loro governo: abbiamo capito la gravità della minaccia climatica. Siamo decisi ad agire. E ci assumiamo le nostre responsabilità di fronte alle prossime generazioni.

Quello che c’è da fare non è facile. La parte più ardua del viaggio è davanti a noi. Cerchiamo cambiamenti difficili ma necessari proprio nel mezzo di una recessione globale, quando la priorità immediata di ogni nazione è rivitalizzare la sua economia e riportare la gente al lavoro. Così ognuno di noi, nella sua capitale, deve fronteggiare dubbi e difficoltà, mentre cerchiamo soluzioni durature alla sfida climatica.

Ma oggi io sono qui per dire che le difficoltà non devono essere una scusa per l’autocompiacimento né i dubbi una scusa per l’inazione. Ognuno di noi deve fare la sua parte per far crescere le nostre economie senza danneggiare il pianeta - e dobbiamo farla tutti insieme. Non possiamo permettere alle vecchie divisioni, che in tutti questi anni hanno caratterizzato il dibattito sul clima, di bloccare il nostro progresso. Sì, i Paesi sviluppati che nell’ultimo secolo hanno causato la maggior parte dei danni al pianeta continuano ad avere la responsabilità della leadership - Stati Uniti compresi. E noi continueremo a farlo, investendo nelle energie rinnovabili, promuovendo una maggiore efficienza energetica e riducendo le nostre emissioni di anidride carbonica per raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati per il 2020 e, più a lungo termine, per il 2050.

Anche i Paesi a crescita rapida, che nei prossimi decenni produrranno quasi tutto l’aumento di gas serra, devono fare la loro parte, impegnandosi a restrizioni severe e rispettandole, esattamente come fanno i Paesi sviluppati. Possiamo affrontare la sfida climatica solo se i Paesi che più inquinano agiscono insieme. Non ci sono altre strade.

Dobbiamo anche aumentare gli sforzi per mettere i Paesi più poveri e più vulnerabili sulla strada di uno sviluppo sostenibile. Questi Paesi, per combattere il cambiamento climatico, non hanno le stesse risorse degli Stati Uniti e della Cina, ma sono i più interessati a una soluzione. Perché sono loro a dover già convivere con gli effetti di un pianeta che si riscalda - carestie, siccità, scomparsa dei villaggi costieri, conflitti per la divisione delle scarse risorse. Il loro futuro non è più la scelta tra crescita economica e pianeta più pulito, perché la loro sopravvivenza dipende da entrambi. Non serve a molto alleviare la povertà se poi non trovi più acqua potabile. Per questo abbiamo la responsabilità di fornire a quei Paesi assistenza tecnica e finanziaria.

Quello che stiamo cercando, dopo tutto, non è soltanto un accordo sulle emissioni di gas serra. Cerchiamo un accordo che consenta a tutti i Paesi di crescere e raggiungere buoni livelli di vita senza danneggiare il pianeta. Sviluppando e disseminando tecnologie pulite e condividendo il nostro know how, possiamo aiutare i Paesi in via di sviluppo a liberarsi delle energie sporche e ridurre le emissioni nocive.

Sarà un viaggio lungo e difficile. E non abbiamo molto tempo per farlo. E’ un viaggio che chiede a ciascuno di noi di perseverare nelle sconfitte e combattere per ogni centimetro di progresso. Dunque, rimbocchiamoci le maniche. Perché, se saremo flessibili e pragmatici, se sapremo lavorare indefessamente in uno sforzo comune, raggiungeremo il nostro scopo comune: un mondo più sicuro, più pulito, più sano di quello che abbiamo trovato. E un futuro degno dei nostri figli.

Dal discorso del Presidente degli Stati Uniti al Forum del clima convocato da Ban Ki-moon alle Nazioni Unite.

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Avvenire - INTERVISTA AD ANDREA RICCARDI «Il rilancio di una Chiesa di popolo»

INTERVISTA AD ANDREA RICCARDI
«Il rilancio di una Chiesa di popolo»

Nell’Italia alla ricerca di nuove visioni, la prolusione del presidente della Conferenza episcopale italiana indica un’alta via. Secondo l’analisi dello storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, il testo letto ieri dal cardinale Bagnasco al Consiglio permanente apre dunque nuove strade per la Chiesa italiana. E non solo.

Quali sono, professore?
Questa era una prolusione molto attesa dall’opinione pubblica. Ci si aspettava una continuazione della polemica sul caso del Giornale e le dimissioni di Dino Boffo. Invece il presidente della Cei, pur senza rifugiarsi nell’empireo ecclesiale, ha scelto di situarsi su un altro piano. Ha dichiarato che la Chiesa è leale e non si fa intimidire, ma non ha accettato la logica mediatica, anche se significativamente ha dedicato alla vicenda l’apertura parlando di «passaggio amaro», diretto «ingiustamente» a una persona «impegnata a dar pubblica voce alla comunità». E ha aggiunto che «ha finito per colpire un po’ tutti noi». Il grande interesse è che prova invece a dare una visione generale su cui i cristiani italiani possono lavorare e su cui tutti possono confrontarsi. Mi pare importante il passaggio in cui sottolinea che la Chiesa dice verità scomode, ma è «amica e non padrona».

Cosa significa?
Che in un Paese in cui si sente a casa sua, in cui si sente di interpretare tante istanze del popolo, non pretende una situazione monopolistica. Ma neppure di essere murata nel silenzio. C’era chi si aspettava un’entrata decisa in campo politico, come se la Chiesa fosse l’ennesimo partito. Bagnasco rifiuta tutto ciò, anche perché nella storia nazionale la comunità cristiana non ha mai avuto lo scopo di delegittimare il governo oppure, addirittura, il sistema politico. Bensì quello di compiere la sua missione, che è comunicare il Vangelo e servire gli italiani, a partire dai più poveri. In questo modo Bagnasco alza il tiro e invita i cattolici italiani a guardare in alto nonostante l’amaro passaggio. Offre così una visione.

Legge così anche l’accenno allo strumento concordatario?
Si, non è un discorso difensivo. La Chiesa è disposta nelle differenti stagioni a ridiscuterlo, ma lo considera il migliore strumento inventato. Tanto che sottolinea come le grandi questioni etiche non vadano affrontate con logica mercantile. Chi esamina la storia della Chiesa sul lungo periodo vede infatti che questa nel 1929 ebbe il Concordato e nel 1931 entrò in conflitto con il fascismo. Per un accordo la Chiesa non rinuncia certo alla sua missione. E lo fa con lealtà al sistema democratico. 

E la Chiesa di popolo che ruolo deve giocare oggi?
Mi pare abbia sempre fatto la sua parte nei momenti di crisi parlando ancora più forte. Vedo alcune visioni molto importanti indicate nella prolusione. Una è la questione antropologica, l’altra è la famiglia. La terza, innervata sulle parole dell’enciclica Caritas in veritate, è la visione sociale in cui il cardinale si schiera contro una visione riduzionistica. Contro la tentazione di considerare la crisi economica come una malattia stagionale, dopo la quale si torna alle vecchie abitudini. Bagnasco espone una visione socio economica di grande importanza perché molti italiani stanno vivendo un periodo di sacrifici e povertà e sentono che questa Chiesa è solidale con loro e non li inganna.

C’è un appello alla politica in cui chiede serenità e dialogo. Come lo interpreta?
All’altezza dei grandi appelli della Chiesa nei momenti difficili. Bagnasco offre al Paese un patriottismo ispirato e sereno di una Chiesa che vuole essere amica di tutti pur dicendo anche verità scomode. Usa un’espressione molto bella, chiede un un supplemento d’anima e d’amore. A tutti i livelli, anche nella capacità di dialogare, inglobando le ragioni dell’altro, di discutere sull’interesse nazionale. Invita i giovani a dedicarsi al volontariato sociale, ma anche alla politica e a superare un clima di tensione diffusa e contrapposizione. Questo va collegato infine al tema dei 150 anni dell’unità d’Italia, che penso vada celebrato con forza anche dai cattolici.

Colpisce il richiamo alla sobrietà della politica...
Anche questo di alto livello, accanto al riferimento alla questione migratoria che va affrontata in modo pacato e multilaterale. È normale che la Chiesa guardi a tutti i lati, ma parta da quello dei più deboli, quelli che muoiono nel Mediterraneo, consapevole che abbiamo bisogno di un’immigrazione inserita nella legalità e che spesso ha parlato della crisi demografica. Bagnasco guarda lontano e insiste sulle visioni e non sulla cronaca. Visioni che devono aprire un dibattito elevato. È una prolusione che parla ai cattolici e spero faccia discutere tutti gli altri in un Paese che continua a occupare un ruolo provvidenziale nella storia della Chiesa.

Paolo Lambrusch

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lunedì 21 settembre 2009

Facebook | INFORMARE PER RESISTERE: Il Vangelo contro i boss/La lezione di monsignor Nogaro, che a Caserta ha voluto sfidare la camorra e la politica corrotta.

Il Vangelo contro i boss
- di Roberto Saviano -

La lezione di monsignor Nogaro, che a Caserta ha voluto sfidare la camorra e la politica corrotta. Un vescovo che ha portato la Chiesa al servizio degli ultimi in una terra senza speranza

Roberto Saviano
Raffaele Nogaro è, per chi è nato alla fine degli anni Settanta come me ed è cresciuto in Campania, una sorta di figura epica. Un simbolo. Si potrebbe sintetizzare con molta semplicità il suo impegno pastorale. Tutto ciò che di umano è stato fatto a Caserta e dintorni è stato fatto grazie a Nogaro, tutto ciò che è stato fatto di disumano corrotto immondo ha avuto contro Nogaro. Queste mie parole possono sembrare romantiche, apologetiche, e forse lo sono. Possono sembrare persino retoriche. Ma nascono d'istinto. Dall'istinto di chi ha vissuto da vicino ciò che lui è stato, ciò che lui ha fatto in una terra sempre al margine dell'attenzione mediatica, una terra ricca, di una ricchezza che non è mai divenuto sviluppo. Le mie sono parole di parte, parole che non hanno la pretesa dell'obiettività scientifica ma piuttosto un impeto di passione nel riuscire a raccontare Raffaele Nogaro, fino a quattro mesi fa vescovo di Caserta, una delle città e delle provincie più corrotte del paese. Di una corruzione silenziosa, una provincia che per anni ha avuto record mondiali di morti ammazzati ma che nessuno conosceva come invece accadeva a Corleone o Scampia. Il silenzio era una coltre colpevole che impediva di capire, di sapere, di vedere; andava difeso anche a costo di sfidare il massimo sacerdote.

Quando nella primavera del 1992 papa Giovanni Paolo II andò in visita a Caserta, un parlamentare locale lo avvicinò e gli disse: «Santità, mandi via questo vescovo, che è un demonio». Giovanni Paolo non si curò di quell'avvertimento e rispose rivolgendosi agli scout e ai ragazzi della diocesi, alle generazioni a cui era affidata la speranza: «Amatelo, ascoltatelo». Giovanni Paolo II aprì un varco nel silenzio perché le sue parole venissero accolte da coloro che potevano ancora capire, cambiare, sognare. Il libro intervista fatto insieme a Orazio La Rocca "Ero straniero e mi avete accolto. Il Vangelo a Caserta" parte dal Friuli Venezia Giulia. Da lontano. La terra di nascita di monsignor Nogaro, Gradisca di Sedigliano.


La prima messa la celebrò nel 1958 proprio in Friuli e mentre credeva che tutta la sua vita si sarebbe svolta lì, nel 1982 fu trasferito a Sessa Aurunca nel Casertano. «Rifiutai immediatamente.», racconta Nogaro nel libro: «Quella nomina vescovile per me era una cosa abnorme, inconcepibile. Monsignor Battisti mi guardò negli occhi, forse perché voleva essere sicuro della mia risposta, e mi disse: "Guarda che questo no te lo porterai nella coscienza per tutta la vita". Quasi una minaccia, benché fatta paternamente». Nogaro non lascerà mai più questa terra. Ci arriverà con la morte nel cuore perché sembrava per lui un esilio e invece quello che gli pesava era altro, era un senso iniziale di profondo isolamento: «Avevo la sensazione di essere solo. Ma mi sbagliavo». Lì già iniziano i primi conflitti con la Democrazia cristiana, forza egemone che voleva usare il vescovo come un raccoglitore di voti. E lui tutto era fuorchè un vescovo arruolabile. Non fu l'unico problema.

Nel 1990 Nogaro, ormai beniamino della gente di Sessa Aurunca, dovette lasciare la diocesi anche a seguito di una incredibile vicenda legale visto che il precedente vescovo, che era stato generale dei conventuali francescani, aveva presentato ricorso non volendo mollare la curia. «Tu fai il pastore d'anime, perché l'amministratore lo faccio io», gli aveva detto. Quando arriva a Caserta comincia a parlare di camorra. Fedeli e politici tremano e suoi colleghi sacerdoti gli chiedono: «Non parli di camorra, monsignore. Perché offendere questa terra? Perché offendere questa gente?» Offendere. Chi racconta di certi poteri offende. E Nogaro in questo gioco d'omertà e ambiguità si trova male e inizia con ostinazione una prassi nuova. Una catechesi della legalità. Non si può esser cristiani senza combattere i clan. E così in terra di camorra non basta il solito percorso pastorale: bisogna affiancare un valore aggiunto, un percorso nuovo che guardi negli occhi la realtà peggiore.

Lo ha fatto fino agli ultimi giorni della sua missione diocesana, arrivando a scandire che «la politica si è indebolita, essa è spinta, non vorrei dire guidata dal potere camorristico. Ciò non vuol dire che il politico è un camorrista, però deve comportarsi secondo le regole che stabiliscono i malviventi». Dice Nogaro: «Purtroppo non si può ignorare il fatto che i camorristi, che pure sradicano il Vangelo dal cuore della nostra gente, negando ogni forma di amore del prossimo, diventano facilmente promotori in queste zone delle iniziative collettive di ritualità religiose. I camorristi proteggono, a modo loro, un certo ordine stabilito e alla lunga suscitano il timore e il rispetto sia di una popolazione impaurita e sottomessa, sia di una parte delle istituzioni. E - quel che è peggio - per un falso amore di pace la Chiesa tace, quando invece dovrebbe gridare forte i suoi richiami, le sue denunce in difesa di tutti gli oppressi. È un atteggiamento gravissimo. La Chiesa non deve essere autoreferenziale, ma sempre eminentemente al servizio del popolo di Dio». Nogaro viene definito vescovo di frontiera ma in realtà ciò che davvero ha fatto è stato comprendere le potenzialità laddove invece altri vedevano solo disperazione e marginalità. È andato oltre, riuscendo a scorgere la speranza oltre l'orizzonte di desolazione. L'immigrazione nel casertano per Nogaro non è mai stata una piaga ma un'occasione. E ha voluto essere al fianco degli ultimi, come quando un anno esatto fa ha pregato nel funerale senza bare per i sei immigrati assassinati a Castel Volturno, in silenzio accanto all'imam che recitava versetti del corano. «Confesso che a me, in fondo, non interessano tanto la liturgia o le grandi catechesi. Anche la catechesi è qualcosa di pleonastico senon riesco a comunicare la parola viva di Gesù. Penso che la Chiesa sia soprattutto l'espressione dell'amore infinito del Cristo? Io sono innamorato del Cristo che compie stranezze pur di avvicinare i peccatori ».

Questo sembra essere da sempre il suo percorso umano, e religioso. Innamorato delle cose che fa, innamorato e curioso di ciò che accade. «La Chiesa dovrebbe amare di più, senza contropartite, senza resoconti. Altrimenti una Chiesa dell'otto per mille, dotata di tanta potenza e ricchezza, che si autoafferma, che si preoccupa di fare bella figura, alla fine diventa una Chiesa che non dice più niente a nessuno, nemmeno ai credenti». Una delle cose che non dimenticherò mai di Nogaro sono le caramelle che ti regala quando finisce l'incontro con lui. Le Rossane. Le caramelle che ti danno le nonne. A lui siamo in molti a dovergli qualcosa e quando di quel qualcosa gli andiamo a parlare, lui ci lascia sempre questo mucchietto di caramelle. Quando mi è accaduto di finire sotto scorta è stato l'unico a voler proteggere la mia famiglia, a darmi coraggio, a difendermi in una città e una provincia pigra, incattivita, sempre pronta ad azzannare tutto ciò che può distinguersi dal compromesso. Quando fu ucciso don Peppe Diana, Nogaro era lì a difenderne la memoria dalle accuse di una stampa locale spesso innervata con il crimine. «Il male può essere sconfitto», dichiara, «deve essere sconfitto, altrimenti dovremmo ammettere che l'inferno è qui tra noi e che non si può fare niente per debellarlo». Il giorno in cui è andato in pensione c'è stata una messa, ma Caserta come ci si aspettava è stata fredda, assente, terra ancora troppo malata per riconoscere chi l'ama veramente.

Nogaro non ha badato a chi non c'era ma al contrario a chi c'era. «Vorrei che la mia Chiesa oggi fosse sempre più una Chiesa di frontiera, protesa verso i bisogni dell'uomo, non di vertice». E poi ha regalato un sogno ai suoi fedeli: «Io sono convinto che quanto prima questa città metterà le ali, le ali d'aquila: diventerà una città di cultura, una città d'arte e soprattutto una città di fede». A Nogaro bisogna dar atto di aver cercato davvero di esser l'unico in una provincia difficilissima a poter dare una strada altra al compromesso, a offrire una prospettiva diversa dagli appalti imposti, dai voti comprati in un mercato velenoso, dalle baracche degli immigrati trattati come schiavi, dai sindaci collusi che vendono il futuro dei loro cittadini, dai costruttori senza anima, dai divoratori di montagne delle cave che hanno distrutto il territorio, dagli intombatori di rifiuti che hanno contaminato la vita di un'intera regione. Nogaro è stato il contrario di questo. Per me personalmente è stato ancora di più: quando arriva la disperazione mi ricordo il suo viso nordico, i suoi occhiali anni Settanta, e mi aggrappo alle sue parole: «È molto più bello pensare che la nostra vita dipenda da come trasformiamo il mondo ». Allora capisco nel profondo la forza del suo apostolato, del percorso che lui ha inciso nelle coscienze di tanti che hanno avuto la fortuna di poterlo ascoltare e conoscere. Perché in qualche modo questo prete di frontiera, questo uomo del profondo Nord ora cittadino del Sud peggiore, ha reso quella che viene considerata terra di nessuno una terra di tutti.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency


fonte: facebook.com

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Finalmente scopriamo che la felicità non dipende (solo) dai soldi LUCIANO GALLINO PER LA REPUBBLICA

Lunedì, 21 Settembre 2009
LUCIANO GALLINO PER LA REPUBBLICA

Sebbene per ora sia circoscritto all’Italia, l’indice di qualità dello sviluppo regionale, cui Sbilanciamoci dedica dal 2003 un rapporto annuo, è una delle poche proposte solide sul piano tecnico e concettuale che si siano viste finora per andare oltre il Pil quale misura del benessere economico. Sui limiti del Pil si discute da decenni. Poiché è inteso misurare soltanto le attività economiche che adducono a una transazione monetaria, quale che sia la loro natura, il Pil ignora quasi tutte le attività che non hanno tale sbocco. Il risultato è paradossale: se un contadino che con il suo lavoro manteneva l’intera famiglia, con un ricorso minimo a scambi in denaro, va in città a fare il muratore pagato una miseria, il Pil figura aumentato, ma la sua famiglia soffre la fame.

È uno dei motivi, tra l’altro, per cui il Pil della Cina è sopravvalutato. In secondo luogo, il Pil ignora le disuguaglianze: i redditi da 1 milione di euro l’anno fanno media, nel Pil pro capite, con le pensioni da 5000. Ignora anche il consumo delle risorse non rinnovabili, per cui un chilometro quadrato di foresta amazzonica abbattuta compare come attivo nel Pil alla voce "produzione e commercio di legname", non però come passivo alla voce "contributo al degrado del clima". Ma il peggior difetto del Pil lo ricordava Robert Kennedy in un famoso discorso del 1968: esso conta tra gli addendi anche la produzione di napalm, di testate nucleari, e di "programmi televisivi che glorificano la violenza allo scopo di vendere giocattoli ai nostri figli."

Benché questi limiti del Pil quale misura del benessere siano noti da tempo, quasi tutti i tentativi di mandare il Pil in soffitta, o quanto meno di ridurne il peso nelle statistiche nazionali, non hanno finora avuto buon esito. Il maggior tentativo fallito è stato forse quello di un economista della Banca Mondiale, Herman Daly, e di un filosofo, John Cobb, che sul finire degli anni 80 proposero un complesso Indice del Benessere Economico Sostenibile (Isew). Purtroppo l’Isew ha circolato soltanto tra specialisti e qualche ong. Un tentativo riuscito di rendere pubblico il tema della qualità dello sviluppo è invece quello dell’Indice di Sviluppo Umano (Isu), il cui andamento in 190 paesi è oggetto ogni anno di un rapporto dell’Onu. L’Isu utilizza il Pil, ma ne qualifica il peso combinandolo con altri due indicatori: la speranza di vita e l’accesso al sistema educativo. Esso mostra pertanto come, in differenti paesi, un Pil elevato si possa accompagnare a uno sviluppo umano mediocre. Questi rapporti annui sullo Sviluppo Umano sono disponibili sin dai primi anni 90 in una tempestiva edizione italiana, ma si fatica a ricordare che abbiano mai avuto posto nella predisposizione di concrete politiche pubbliche.

Poi è arrivato il presidente Sarkozy. La commissione da lui voluta per studiare "La misura delle prestazioni economiche e il progresso sociale", coordinata da personaggi quali Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi, ha consegnato pochi giorni fa il suo corposo rapporto. Esso si compendia in 12 raccomandazioni affinchè i tanti specialisti che concorrono alla formazione di indicatori economici e sociali ne elaborino qualcuno che ponga rimedio ai limiti del Pil ricordati sopra. Il peso politico internazionale di tale rapporto sarà forse superiore a quello del rapporto Quars di Sbilanciamoci. Ma intanto bisogna riconoscere che mentre il rapporto francese formula delle raccomandazioni, il Quars propone un metodo collaudato e gran copia di cifre che da tempo le hanno concretate. Tanto le politiche regionali quanto quelle nazionali in tema di ambiente, redistribuzione del reddito, povertà, istruzione, sanità e molto altro potrebbero trarne utili orientamenti.

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domenica 20 settembre 2009

Facebook | Chiesa Cristiana "CAPPELLA DEI MIRACOLI" - Missionario Guido SANGIORGI/ tel. 06490129 - ROMA, via degli Equi, 62 (S. LORENZO - P.TA MAGGIORE)/ ci vediamo tutte le domeniche, alle 10,30.

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CONTRAPPUNTO

CONTRAPPUNTO

20/09/09

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sabato 19 settembre 2009

Avvenire - PAPA BENEDETTO XVI

L'Udienza del mercoledì (16 settembre 2009)
«Non i libri ma la vita spirituale dà la vera conoscenza di Dio»

Cari fratelli e sorelle,
quest’oggi ci fermiamo a riflettere sulla figura di un monaco orientale, Simeone il Nuovo Teologo, i cui scritti hanno esercitato un notevole influsso sulla teologia e sulla spiritualità dell’Oriente, in particolare per ciò che riguarda l’esperienza dell’unione mistica con Dio. Simeone il Nuovo Teologo nacque nel 949 a Galatai, in Paflagonia (Asia Minore), da una nobile famiglia di provincia. Ancora giovane, si trasferì a Costantinopoli per intraprendere gli studi ed entrare al servizio dell’imperatore. Ma si sentì poco attratto dalla carriera civile che gli si prospettava e, sotto l’influsso delle illuminazioni interiori che andava sperimentando, si mise alla ricerca di una persona che lo orientasse nel momento pieno di dubbi e di perplessità che stava vivendo, e che lo aiutasse a progredire nel cammino dell’unione con Dio. Trovò questa guida spirituale in Simeone il Pio (Eulabes), un semplice monaco del monastero di Studios, a Costantinopoli, che gli diede da leggere il trattato La legge spirituale di Marco il Monaco. In questo testo Simeone il Nuovo Teologo trovò un insegnamento che lo impressionò molto: "Se cerchi la guarigione spirituale – vi lesse - sii attento alla tua coscienza. Tutto ciò che essa ti dice fallo e troverai ciò che ti è utile". Da quel momento – riferisce egli stesso - mai si coricò senza chiedersi se la coscienza non avesse qualche cosa da rimproverargli.

Simeone entrò nel monastero degli Studiti, dove, però, le sue esperienze mistiche e la sua straordinaria devozione verso il Padre spirituale gli causarono difficoltà. Si trasferì nel piccolo convento di San Mamas, sempre a Costantinopoli, del quale, dopo tre anni, divenne il capo, l’igumeno. Lì condusse un’intensa ricerca di unione spirituale con Cristo, che gli conferì grande autorità. E’ interessante notare che gli fu dato l’appellativo di "Nuovo Teologo", nonostante la tradizione riservasse il titolo di "Teologo" a due personalità: all’evangelista Giovanni e a Gregorio di Nazianzo. Soffrì incomprensioni e l’esilio, ma fu riabilitato dal Patriarca di Costantinopoli, Sergio II.

Simeone il Nuovo Teologo passò l’ultima fase della sua esistenza nel monastero di Santa Marina, dove scrisse gran parte delle sue opere, divenendo sempre più celebre per i suoi insegnamenti e per i suoi miracoli. Morì il 12 marzo 1022.

Il più noto dei suoi discepoli, Niceta Stetatos, che ha raccolto e ricopiato gli scritti di Simeone, ne curò un’edizione postuma, redigendo in seguito la biografia. L’opera di Simeone comprende nove volumi, che si dividono in Capitoli teologici, gnostici e pratici, tre volumi di Catechesi indirizzate a monaci, due volumi di Trattati teologici ed etici e un volume di Inni. Non vanno poi dimenticate le numerose Lettere. Tutte queste opere hanno trovato un posto di rilievo nella tradizione monastica orientale sino ai nostri giorni.

Simeone concentra la sua riflessione sulla presenza dello Spirito Santo nei battezzati e sulla consapevolezza che essi devono avere di tale realtà spirituale. La vita cristiana – egli sottolinea - è comunione intima e personale con Dio, la grazia divina illumina il cuore del credente e lo conduce alla visione mistica del Signore. In questa linea, Simeone il Nuovo Teologo insiste sul fatto che la vera conoscenza di Dio non viene dai libri, ma dall’esperienza spirituale, dalla vita spirituale. La conoscenza di Dio nasce da un cammino di purificazione interiore, che ha inizio con la conversione del cuore, grazie alla forza della fede e dell’amore; passa attraverso un profondo pentimento e dolore sincero per i propri peccati, per giungere all’unione con Cristo, fonte di gioia e di pace, invasi dalla luce della sua presenza in noi. Per Simeone tale esperienza della grazia divina non costituisce un dono eccezionale per alcuni mistici, ma è il frutto del Battesimo nell’esistenza di ogni fedele seriamente impegnato.

Un punto su cui riflettere, cari fratelli e sorelle! Questo santo monaco orientale ci richiama tutti ad un’attenzione alla vita spirituale, alla presenza nascosta di Dio in noi, alla sincerità della coscienza e alla purificazione, alla conversione del cuore, così che realmente lo Spirito Santo divenga presente in noi e ci guidi. Se infatti giustamente ci si preoccupa di curare la nostra crescita fisica, umana ed intellettuale, è ancor più importante non trascurare la crescita interiore, che consiste nella conoscenza di Dio, nella vera conoscenza, non solo appresa dai libri, ma interiore, e nella comunione con Dio, per sperimentare il suo aiuto in ogni momento e in ogni circostanza. In fondo, è ciò che Simeone descrive quando narra la propria esperienza mistica. Già da giovane, prima di entrare in monastero, mentre una notte in casa prolungava le sue preghiere, invocando l’aiuto di Dio per lottare contro le tentazioni, aveva visto la stanza piena di luce. Quando poi entrò in monastero, gli furono offerti libri spirituali per istruirsi, ma la loro lettura non gli procurava la pace che cercava. Si sentiva - egli racconta - come un povero uccellino senza le ali. Accettò con umiltà questa situazione, senza ribellarsi, e allora cominciarono a moltiplicarsi di nuovo le visioni di luce. Volendo assicurarsi della loro autenticità, Simeone chiese direttamente a Cristo: "Signore, sei davvero tu stesso qui?". Sentì risuonare nel cuore la risposta affermativa e ne fu sommamente consolato. "Fu quella, Signore - scriverà in seguito - la prima volta che giudicasti me, figlio prodigo, degno di ascoltare la tua voce".

Tuttavia, neanche questa rivelazione lo lasciò totalmente quieto. Si interrogava piuttosto se pure quell’esperienza non fosse da ritenersi un’illusione. Un giorno, finalmente, accadde un fatto fondamentale per la sua esperienza mistica. Egli cominciò a sentirsi come "un povero che ama i fratelli" (ptochós philádelphos). Vedeva intorno a sé tanti nemici che volevano tendergli insidie e fargli del male, ma nonostante ciò avvertì in se stesso un intenso trasporto d’amore per loro. Come spiegarlo? Evidentemente non poteva venire da lui stesso un tale amore, ma doveva sgorgare da un’altra fonte. Simeone capì che proveniva da Cristo presente in lui e tutto gli divenne chiaro: ebbe la prova sicura che la fonte dell’amore in lui era la presenza di Cristo e che avere in sé un amore che va oltre le mie personali intenzioni indica che la fonte dell’amore sta in me. Così, da una parte possiamo dire che senza una certa apertura all’amore Cristo non entra in noi, ma, dall’altra, Cristo diventa fonte di amore e ci trasforma. Cari amici, questa esperienza resta quanto mai importante per noi, oggi, per trovare i criteri che ci indicano se siamo realmente vicini a Dio, se Dio c’è e vive in noi. L’amore di Dio cresce in noi se rimaniamo uniti a Lui con la preghiera e con l’ascolto della sua parola, con l’apertura del cuore. Solamente l’amore divino ci fa aprire il cuore agli altri e ci rende sensibili alle loro necessità, facendoci considerare tutti come fratelli e sorelle e invitandoci a rispondere con l’amore all’odio e con il perdono all’offesa.

Riflettendo su questa figura di Simeone il Nuovo Teologo, possiamo rilevare ancora un ulteriore elemento della sua spiritualità. Nel cammino di vita ascetica da lui proposto e percorso, la forte attenzione e concentrazione del monaco sull’esperienza interiore conferisce al Padre spirituale del monastero un’importanza essenziale. Lo stesso giovane Simeone, come s’è detto, aveva trovato un direttore spirituale, che ebbe ad aiutarlo molto e del quale conservò grandissima stima, tanto da riservargli, dopo la morte, una venerazione anche pubblica. E vorrei dire che rimane valido per tutti – sacerdoti, persone consacrate e laici, e specialmente per i giovani – l’invito a ricorrere ai consigli di un buon padre spirituale, capace di accompagnare ciascuno nella conoscenza profonda di se stesso, e condurlo all’unione con il Signore, affinché la sua esistenza si conformi sempre più al Vangelo. Per andare verso il Signore abbiamo sempre bisogno di una guida, di un dialogo. Non possiamo farlo solamente con le nostre riflessioni. E questo è anche il senso della ecclesialità della nostra fede, di trovare questa guida.

Concludendo, possiamo sintetizzare così l’insegnamento e l’esperienza mistica di Simeone il Nuovo Teologo: nella sua incessante ricerca di Dio, pur nelle difficoltà che incontrò e nelle critiche di cui fu oggetto, egli, in fin dei conti, si lasciò guidare dall’amore. Seppe vivere lui stesso e insegnare ai suoi monaci che l’essenziale per ogni discepolo di Gesù è crescere nell’amore e così cresciamo nella conoscenza di Cristo stesso, per poter affermare con san Paolo: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).

 

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venerdì 18 settembre 2009

Oltre la tragedia - olivernet | l'AnteFatto | Il Cannocchiale blog

olivernet | Oliviero Beha

Oltre la tragedia

17 settembre 2009
Sanaa ci sorride dalle prime pagine dei giornali di ieri. Morta ammazzata a diciotto anni per il coltello del padre oltre al dolore e al raccapriccio, il suo sorriso mediatico postumo mi fa venire in mente all'istante un altro sorriso, che per mesi ha trionfato mediaticamente, quello di un'altra diciottenne di tutt'altra storia, Eluana Englaro. Allora quel sorriso di molti anni prima della morte servì a un'orrenda polemica politica strumentalizzata mediaticamente fino al midollo.Veniva "spacciata" come tale, come ragazza viva e sorridente dai pusher dell'informazione, a partire da quel Bruno Vespa, ciambellano del terremoto che in un Porta a Porta se ne uscì dicendo all'incirca: "Chissà quante altre Eluane aspettano di risvegliarsi", mentre dietro di lui lo schermo rimandava truffaldinamente un sorriso da troppo tempo spento e una vita da troppo tempo devitalizzata. Adesso di Sanaa, adolescente marocchina la cui fine viene per forza associata alla morte analoga di Hina, la ragazza pakistana uccisa dal padre in consorteria con altri familiari perché rea di vivere e provare sentimenti "all'italiana", il Ministro delle Pari Opportunità dice: "La tragedia è un fatto religioso", e l'affermazione deborda sui media tra il massacro degli italiani in Afghanistan e lo slogan "siamo tutti farabutti" che segue la performance di Berlusconi da Vespa.

Un sondaggio di Radio 24 notifica che il 70 per cento degli ascoltatori la pensa come la ministra, nientepopodimeno che la ragazza Carfagna leggendariamente callipigia dall'esperienza politica relativa e invece la forte intercettabilità telefonica. Il massacro culturale è completo: allora Bruno come il Conte Zio, oggi Mara come una “brava, bravissima” di Don Rodrigo.

Chi glielo dice a Vespa che allora, con Eluana (come oggi da altri punti di vista con il Berlusca in televendita abruzzese), ha compiuto un "delitto" culturale travisando la realtà? Chi glielo spiega alla Carfagna titolare di un Ministero che sparlare a sproposito di "religione" e “conflitti religiosi” quando in realtà o tutta la nostra vita dipende dalla religione/non religione e allora il discorso è serio e temo al di sopra delle sue possibilità fisiche, oppure riferirsi alla religione così, con modalità da bar senza alcuna vera contezza, come si parlerebbe di veline e tronisti, è un altro "crimine culturale"? Perchè è il contesto che fa effetto, perché l'Islam c'entra certo ma l'omicida di Sanaa per esempio non era un musulmano praticante a quanto risulta e quindi il delitto probabilmente va mischiato a tanti altri fattori, compreso il magma televisivo che disinforma. Perché a casa penseranno che se un Ministro dice così (benchè sia solo la Carfagna) magari è vero, e a Pordenone si scatenano faide religiose (mentre non risulta essere questo il punto né la realtà). La tv, il potere, la politica in mano ai “troppo buoni” e all'ignoranza, ai maggiordomi e alle ragazze. Oltre la tragedia…

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La tregua - LASTAMPA.it - BUONGIORNO di massimo gramellini

La tregua «D’Addario, D’Addario!».
«Farabutti!».
«Sta bene di salute?».
«Sono il migliore degli ultimi 150 anni».
«Vergogna!».
«Evasori! Molestatori!».
«Randellatore mediatico!».
«Io sono una vittima».
«Egoarca!».
«Doppiopesisti, vi querelo».
«Regime, in piazza, democrazia, democrazia».

BOOM

«Poveri ragazzi».
«Il loro sacrificio non sarà vano».
«Terroristi vigliacchi, non ci fermerete!».
«È il momento del cordoglio».
«Siamo vicini ai parenti delle vittime».
«Ci stringiamo alle famiglie».
«Il Paese si unisce nel ricordo».
«Pace, democrazia, democrazia».

Ritorno in patria delle salme. Camera ardente. Funerali di Stato. Applausi. Assolo di tromba. E poi.

«D’Addario, D’Addario!».
«Farabutti!».
«Sta bene di salute?».
«Sono il migliore degli ultimi 150 anni».
«Vergogna!».
«Evasori! Molestatori!».

(continua)

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Tafanus: Lettera aperta ai Cardinali Bertone e Bagnasco – di Paolo Farinella, prete

Lettera aperta ai Cardinali Bertone e Bagnasco – di Paolo Farinella, prete

Paolo-Farinella Al Sig. Cardinale Tarcisio Bertone
Segretario di Stato

e p.c.

Al Sig. Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova

Sig. Cardinale,

apprendo dalla stampa che il giorno 7 ottobre 2009, memoria liturgica della Madonna del Rosario, lei ha intenzione di inaugurare la mostra dall’emblematico titolo «Il potere e la grazia» insieme al presidente «pro tempore» del consiglio dei ministri italiano, Sig. Silvio Berlusconi che non posso chiamare «onorevole» perché di «onorevole» nella sua vita pubblico-privata, nella sua politica e nel suo sistema di menzogne non vi è nulla, nemmeno una traccia.

Se la notizia di questo «rendez-vous» al vertice fosse vera, è giusto che sappia che lei agli occhi della stragrande maggioranza della Chiesa italiana e del mondo si renderebbe complice e si assumerebbe la responsabilità di molti abbandoni «dalla» Chiesa da parte di credenti che ormai sono stufi che la politica della diplomazia sovrasti e affossi la testimonianza limpida del vangelo. Lei sicuramente sa, come lo sa ogni parroco che vive sulla breccia dei marciapiedi, che quest’anno vi è stata una emorragia nei confronti dell’8xmille che moltissimi cattolici anche praticanti hanno devoluto ad altre istituzioni pur di toglierlo alla Chiesa cattolica per le sue ingerenze e connivenze con un governo legittimo, ma ad altissimo tasso di illegalità e immoralità. Questo argomento credo che vi interessi non poco sia come Vaticano che come Cei.

Bertone-cardinale Dopo tutto quello che è successo, le testimonianze, le registrazioni, le inchieste, lo spergiuro pubblico in televisione sulla testa dei suoi figli, gli immigrati morti in mare che il governo ha sulla coscienza; dopo la legge infame che dichiara «reato» lo «stato personale», cioè la condizione esistenziale di «immigrato» divenuto formalmente «clandestino» in forza della legge Bossi/Fini che lo stesso governo ha voluto e varato; dopo tutto questo e altro che potrà leggere nella mia accusa lettera d ripudio all’interessato, lei non può far finta che nulla sia successo e farsi vedere in pubblico con Berlusconi o qualcuno dei suoi scherani.

 Noi cattolici credenti e praticanti che portiamo la fatica diuturna della  fede e della testimonianza in mezzo ad un mondo indifferente e a non credenti che scrutano la Chiesa e il suo personale con attenzione per scoprire i segnali di una «religione pura e senza macchia» che «non si lascia contaminare da questo mondo» (Gc 1,27), assistiamo allibiti e scandalizzati di fronte ai salti acrobatici che lei sta facendo per riprendere i rapporti con il presidente del consiglio e il suo governo da dove sono stati interrotti, passando sopra ad ogni insulto alla morale cattolica e alla dottrina sociale, di cui ogni giorni vi fate alfieri a parole «per gli altri».

Bagnasco-cardinaleSe parlate di morale pubblica e di etica politica, dovete essere coerenti con i vostri stessi principi che spesso esigete dagli altri che non hanno il potere immondo di Silvio Berlusconi, il quale si crede il Messia e «solutus omnibus legibus», visto che concepisce se stesso come sultano e l’Italia il suo sultanato personale. Egli pensa di potere comprare tutto: i tribunali, le sentenze, la compiacenza di prosseneti e lenoni che gli procurano donnine a pagamento per sollazzarlo con orge (e forse anche droga) di cui egli continua a vantarsi pubblicamente fino a dichiarare con spudoratezza che «il popolo italiano vuole essere come lui». Egli crede di potere comprare anche il Vaticano, offrendo leggi e favori a richiesta. Valuti lei se le lenticchie fuori stagione valgano una Messa.

Sig. Segretario di Stato, lei è libero di incontrare chi vuole, ma non può farlo in rappresentanza della Chiesa perché come gran parte dei credenti stanno ripudiando Berlusconi, così possono ripudiare anche lei se gli offre la sponda di salvataggio contro la trasparenza della fede evangelica. Lei deve sapere che serpeggia nella Chiesa uno scisma ormai non tanto sotterraneo che sta emergendo di giorno in giorno e bisogna stare attenti che non diventi movimento o peggio ancora separazione, anche perché molti vescovi stanno zitti, ma in cuor loro meditano e in privato imprecano. Non prenda a cuor leggero quello che le dico. Il mio vescovo, cardinale Angelo Bagnasco e anche lei che mi ha conosciuto personalmente e bene, sapete che non dico bugie e non parlo mai per sentito dire e di ogni mia affermazione o gesto mi assumo sempre la responsabilità pubblica.

Berlusconi02 Il popolo si chiede cosa ha da spartire uno come l’attuale presidente del consiglio con la «grazia» e che cosa lei in quanto prete pubblico ha da dire ad un uomo che ha buttato nella spazzatura tutti i principi etici che voi affermate: l’onesta, la verità, la legalità, la famiglia, la prostituzione, la donna, la droga, la menzogna, lo spergiuro, ecc. Se lei appare pubblicamente con «quest’uomo» che ormai sporca ogni cosa che dice e fa, lei inevitabilmente finisce per avallare i suoi comportamenti immorali e immondi dei quali non solo non si è pentito, ma continua a vantarsene ad ogni occasione propizia.  In nome di Dio e del suo popolo semplice non contamini la «grazia» con l’immondizia del «potere» che uccide la Chiesa e condanna i suoi rappresentanti. Almeno per una volta, come Segretario di Stato, sia prete, solo prete, intimamente prete e disdica ogni appuntamento con un trafficante senza morale e senza dignità che la sta usando solo per affermare che i suoi rapporti con il Vaticano e con il papa «sono eccellenti». Dichiari pubblicamente che finché il presidente del consiglio non risponde al Paese del suo operato, il papa, lei e la Cei non potete riceverlo. Chieda scusa pubblicamente, si penta e poi, come Nicodemo, vada di notte a confessarsi da chi vuole, senza tv al seguito.

Se vuole conoscere il rapporto tra «potere e grazia» , come si è codificato in Italia nel quindicennio del berlusconimo-leghismo e che a mio parere sta nel Crocifisso, si legga il mio libro «Il Crocifisso tra potere e grazia. Dio e la civiltà occidentale», Il segno dei Gabrielli Editore, San Pietro in Cariano (VR) 2007. A lei non sarà difficile procurarselo tramite le vicina Libreria Vaticana.

Per sua scienza e coscienza le accludo la «Lettera di ripudio» che ho inviato al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, e che tante adesioni sta raccogliendo nel mondo credente e non credente. Il Vaticano, attraverso di lei sta facendo lo stesso errore che fece nel 1929, quando riconobbe lo Stato fascista di Mussolini, liberandolo dalla morsa dell’isolamento in cui tutti gli Stati democratici e con un minimo di dignità etica lo avevano confinato. Con i Patti Lateranensi e il Concordato, Mussolini ebbe partita vinta e portò l’Italia alla rovina e la Chiesa allo sfascio. Oggi sta accadendo lo stesso scempio: il mondo internazionale (economico e politico) ha scaricato Berlusconi, la sua politica e la sua pazzia (lo ha detto la moglie) perché ormai impresentabile; Dio non voglia che ancora una volta il Vaticano, per meri interessi materiali, si schieri dalla parte sbagliata, immorale e indecente. Se lei riabilita Berlusconi, come ha già fatto Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano con l’intervista al Corriere della Sera, nella Chiesa di Dio lei perde il diritto di parlare di vangelo, etica e moralità.

Se Berlusconi riesce a comprare anche il Vaticano con uno scambio di leggi, favori e denaro, sappia che non potrà mai comprare le nostre coscienze di credenti che ogni giorno pregano Dio per la salvezza della «povera Italia» e per la conversione delle gerarchie ecclesiastiche che spesso sono di scandalo e non di esempio al popolo dei battezzati. Noi ci opporremo e faremo sentire le nostri voci e il nostro dissenso perché non vogliamo essere complici di mercimonio , perché nessuno, nemmeno il papa, né il suo Segretario di Stato possono «servire due padroni» e fare affari con «mammona iniquitatis» (Mt 6,24) .Ognuno è libero di scegliersi gli amici e le comparse che crede, ma poi deve essere coerente nella verità fino in fondo, fino allo spasimo e deve accettare anche la disobbedienza di coscienza dei cattolici feriali. Preoccupato e amareggiato, la saluto sinceramente.

Paola Farinella, prete

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giovedì 17 settembre 2009

Saviano: il mio Dio «debole» a Gomorra - Avvenire

Saviano: il mio Dio «debole» a Gomorra

Roberto Saviano è diventato l’architrave della ribellione civile in Italia dopo l’uscita di Gomorra, libro che ha finito per odiare. L’incontro con lo scrittore dalla vita blindata si trasforma, inevitabilmente, in una riflessione sul ruolo della Chiesa in quelle terre del Sud, schiacciate tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli; sul rapporto di Saviano con Dio e con la fede; sulla sua sfrenata ambizione, un peccato mortale che gli consente, però, di resistere. Riflessioni prive di embargo ai pensieri più scomodi.

Saviano, lei si è spesso rivolto alla sua terra, nella speranza di un gesto di ribellione. È cambiato qualcosa in questi anni? La scomparsa di Castel Volturno o della camorra dalle prime pagine dei giornali è figlia del successo della militarizzazione del territorio? O è il silenzio di sempre che accompagna le vite di scarto, che si possono dimenticare, dopo le emergenze contingenti?
«La militarizzazione del territorio è stata la risposta immediata dello Stato, forse inevitabile. Ha abbassato, in alcuni casi, la conflittualità tra clan; in altri momenti, ha aiutato qualche inchiesta. Ma siamo ancora lontani dallo sconfiggere la camorra. Purtroppo, la ciclicità mediatica impone sempre, dopo una fase di attenzione, un lunghissimo momento di disattenzione. Cosa che mi dispiace, perché queste storie hanno appassionato e appassionano i lettori. È evidente che non si può chiedere al giornale di dare una notizia solo per impegno morale o di orientare una linea editoriale solo in nome dei principi di giustizia. Ma queste notizie, in realtà, facevano vendere il giornale. Perché le persone vogliono sapere».

Anche di recente, lei ha difeso la memoria di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe, ucciso per mano camorristica nel 1994. Al di là di alcune figure di martiri, qual è il ruolo della Chiesa locale nel combattere la camorra o la mafia?
«Non ci si può rapportare alla Chiesa come a un monolite. D’istinto, mi verrebbe da dire che se c’è stata resistenza nella mia terra e se io, nel corso degli anni, sono riuscito ad avere una qualche coscienza antimafia, lo devo ad alcune figure di Chiesa. Il vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro, è stato per decenni un riferimento in Campania, non solo nella lotta alla camorra, ma nel prendere le distanze dalla borghesia imprenditrice camorristica. A Napoli, poi, c’è il cardinale Sepe, figura di peso in un momento difficilissimo per la città, con la politica che ha perso autorevolezza, con la camorra che è tornata a sparare in modo indiscriminato, con gli arresti di importanti imprenditori. Devo dire che questa è la Chiesa in prima linea. Poi, purtroppo, c’è anche tutto il resto. La Chiesa, cioè, che preferisce girarsi dall’altra parte, che ogni volta che si parla di camorra pensa che sia un modo per spaventare i fedeli. Quando Nogaro arrivò nel casertano da Udine e nelle sue omelie citava la camorra, alcuni preti locali gli chiedevano espressamente di non pronunciare quella parola. Perché così s’infangava la povera gente».

E le ragioni di questa «posizione morbida»?
«Sono tante. Un prete che decide d’intraprendere una lotta del genere deve, ad esempio, essere disposto a subire anche l’oltraggio della diffamazione. Don Peppe Diana, ancora prima di essere ucciso, per il solo fatto che s’impegnava, che girava nelle scuole e scriveva documenti, veniva sistematicamente diffamato. Perché un prete che non sta nella sua stanzetta a confessare le vecchiette o a dare le caramelle ai bambini, è un sacerdote che viene visto con sospetto. Se indirizza la sua autorevolezza e la sua parola verso altro, mette paura. Soprattutto se quell’altro detiene il potere. Mi ricordo che don Peppe cominciò a denunciare il voto di scambio. Padre Puglisi, ucciso a Palermo, lo stesso. Non è un caso che, dal giorno dopo l’assassinio di questi due preti del Sud d’Italia, iniziò una campagna di diffamazione. Molto forte nei confronti di don Peppe; un po’ meno contro don Puglisi. Ma solo perché l’antimafia siciliana è molto più sviluppata di quella della mia terra. Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare. Non solo la vita, ma la propria serenità. Spesso è questa la ragione che spinge un sacerdote a non agire in questi territori. Perché è molto difficile vedere d’improvviso la propria vita in bocca a moltissime persone e la propria credibilità e onestà insultate da gomiti e venticelli della camorra. Per chi decide di combattere, il primo scoglio è questo. Poi, sul campo, si riesce a ottenere anche autorevolezza. Ma è un lavoro molto lungo».

Il fatto che la sua sia una terra di missione pastorale, come una qualsiasi parrocchia africana, che riflessione le suscita?
«Castel Volturno, dove c’è la missione dei padri comboniani, è davvero una città africana. Della diaspora africana, come ebbi modo di ricordare in occasione della morte della sudafricana Miriam Makeba, venuta a cantare e a morire a Castel Volturno in un concerto in onore dei ragazzi africani ammazzati e anche per me. Quello che fanno i comboniani in quella realtà – uso una parola che potrebbe apparire altisonante, ma non lo è – ha del miracoloso».

Lei ha detto: chi vive male diventa un uomo peggiore. Lei cova odio e grande voglia di vendetta verso chi la costringe a vivere nella sua gabbia. Non trova un po’ paradossale diventare una persona cattiva per il suo senso etico e di giustizia? Ha la percezione di quale potrebbe essere l’approdo di questo percorso?
«No. La mia è una vita abbastanza schizofrenica. Sul piano pubblico, riesco a essere sempre molto controllato; sul piano privato, sono spezzato. Ecco perché dico che chi vive male diventa male. Sei ossessionato da te stesso. L’opinione pubblica commenta ogni cosa che fai e la commenta con superficialità. Questo succede a tutti, lo so. Ma almeno gli altri possono passeggiare, avere una vita normale con cui ammortizzare il peso delle difficoltà. Invece, non solo la mia condizione mi pesa molto, ma mi pesa doverla farla condividere a chi mi sta vicino, il quale deve cambiare sempre casa e subire la scorta, una pressione forte, l’attenzione dell’opinione pubblica. E questo è molto difficile. Mi ha dato molto dolore, anche se adesso l’ho elaborato, vedere il deserto attorno a me nella mia terra d’origine. Sentire le parole più feroci partire da lì. L’indifferenza più forte, la rabbia, l’invidia. Mi sono spesso chiesto: ma davvero posso essere invidiato da qualcuno? E la risposta è sì: chiunque ha la possibilità di emergere crea un senso di rancore, perché, se tu parli, mi ricordi che io non ho parlato. Vedere l’atteggiamento che hanno avuto i miei amici è stata una delle cose più dolorose della mia vita. Quando ho ricevuto la scorta, nessuno è andato da mia madre a chiedere se aveva bisogno di qualcosa. Delle due l’una: o ho meritato di ricevere questo comportamento, o queste persone hanno talmente fatto il callo sul cuore, sull’anima circa queste vicende, che ormai non si accorgono più di niente. E la mia storia è una delle tante che vedono passare davanti a loro».

Qual è il suo rapporto con Dio? Problematico, inesistente, accantonato?
«Ho un rapporto costante con le letture religiose. Il mio rapporto con Dio passa attraverso i testi sacri. Soprattutto la Torah e i Vangeli. Mi è sempre piaciuta l’idea che ha Hans Jonas, filosofo di origine ebraica, di un Dio da aiutare. Di un Dio non onnipotente e che quindi si trova, come l’uomo, a doversi scontrare con un male. Un Dio non onnipotente è un Dio che mi è molto simpatico. Negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente la riflessione religiosa. Che in gran parte della mia vita non ho avuto. E le persone che hanno creduto nel mio dolore e non hanno risposto con cinismo, con la solita tiritera che la mia era tutta un’operazione di marketing, sono state le persone religiose, con fede. Nel tempo, ho iniziato a percepire che la fede, spesso, è stato il vero motore delle persone di buona volontà che nelle zone più difficili del Sud han cercato di trasformare le cose».

Gianni Ballerini

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