lunedì 10 agosto 2009

Lord Acton, liberale e paladino dei poveri

Dario ANTISERI
Lord Acton, liberale e paladino dei poveri
tratto da: Avvenire, 24.3.2007.

Un'antologia dei suoi scritti esalta la sua mentalità solidale. Nel medioevo vide un’epoca di grande apertura e nell'età moderna il terreno che alimentò l'assolutismo
Lord Acton, “Il liberalismo etico”, Armando. Pagine 126. Euro 12,00


«La mia storia è quella di un uomo che ha iniziato da cattolico sincero e sincero liberale; che quindi ha rinunciato a tutto quello che nel cattolicesimo non era compatibile con la libertà, e a tutto quello che in politica non era compatibile con la cattolicità». Questo scrive di se stesso Lord Acton (1834-1902), il più significativo rappresentante del cattolicesimo liberale inglese - le cui idee di fondo vengono ora antologizzate e prefate da Massimo Baldini nel volume «Il liberalismo etico», edito da Armando.

Liberale attento ai diritti di proprietà, Acton non ignorò affatto i diritti della povertà, e ciò per la precisa ragione che «ostacoli alla libertà sono non solo le oppressioni politiche e sociali, ma anche le povertà e l'ignoranza». In ogni caso, il nucleo centrale del pensiero di Acton sta nell'idea che la coscienza ha il diritto di giudicare l'autorità. «La libertà è il regno della coscienza». «In fondo tutta la libertà consiste nel preservare la sfera interna dall'invadenza del potere statale. Questo rispetto per la coscienza è il seme di ogni libertà civile e il modo in cui il cristianesimo è stato al suo servizio». In realtà - scrive sempre Acton - «quando Cristo disse: Sia dato a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio, quelle parole, pronunciate durante la sua ultima visita al Tempio, tre giorni prima della morte, diedero al potere civile, sotto la protezione della coscienza, una sacralità della quale esso non aveva mai goduto in precedenza e limiti che esso non aveva mai riconosciuto; esse segnarono il rifiuto dell'assolutismo e l'insediamento della libertà. Infatti nostro Signore non si limita a enunciare il precetto, ma creò anche la forza per renderlo effettivo». Il cristianesimo - ha affermato Benedetto Croce - è stata «la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuto», e questo per la ragione che «la rivoluzione cristiana operò nel centro dell'anima, nella coscienza morale e conferendo risalto all'intimo e proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino ad allora era mancata all'umanità». Con il cristianesimo viene al mondo l'idea di uomo come persona: persona libera, creativa, responsabile, con una coscienza inviolabile. E il valore sacro della persona, di un uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio implica e trascina con sé la desacralizzazione, il ridimensionamento, la relativizzazione del potere dello Stato. Da simili prospettiva il cristianesimo è stato l'evento politico più importante dell'Occidente: per decreto religioso lo Stato non è tutto. E' così che, se, a differenza che in altre attività, la teocrazia non fa parte al destino dell'Occidente, questo lo si deve al cristianesimo. «La libertà - dice Acton - non è esistita fuori dal cristianesimo». È stato, infatti, il cristianesimo ad insegnare «la prima delle libertà» che è, appunto, la libertà di coscienza. Ma non va sottaciuto che la libertà «non è originaria e necessaria», non è un prodotto della natura, quanto piuttosto il frutto prezioso e delicato di una civiltà matura: «non è un dono, ma una conquista». Di conseguenza, più che sul diritto alla libertà Acton insiste sul dovere della libertà, nella persuasione che «si può rinunciare a un diritto, ma non a un dovere». In fondo, la libertà sarebbe «meno sicura come diritto che come obbligo morale».

Guardando al passato, Acton, da storico qual era, vede che, in ogni epoca, la libertà ha avuto pochi sinceri amici, molti perfidi amici, moltissimi nemici naturali - e tra questi ultimi egli annovera: «l'ignoranza e la superstizione, la brama di conquista e l'amore per le comodità, il desiderio di potere dei ricchi, e la fame dei poveri». Amici sinceri della libertà: Solone, Socrate, Seneca, Cicerone; tra i cristiani: Atanasio, Ambrogio ed Origene; e poi, soprattutto, san Tommaso d'Aquino, il "primo whig". «La libertà deve essere conquistata - scrive Acton -. Questa è la teoria medioevale. Non sei libero, se non provi il tuo diritto a esserlo. La libertà è medioevale, l'assolutismo è moderno». Nemici della libertà: Diogene di Sinope, Protagora, Crizia, Platone; in seguito: Hobbes e Spinoza; Machiavelli e Rousseau al quale si deve la nefasta «dottrina della infallibilità del popolo»; le idee del 1789 che «sono radicalmente opposte alla libertà e alla religione»; il socialismo. A più riprese Acton si schiera contro il socialismo giacché che «il socialismo acconsente facilmente al dispotismo; ha bisogno di un potere fortissimo, un potere in grado di interferire con la proprietà». E tuttavia la questione sociale ha costituito per Acton una preoccupazione continua: «La povertà ha i suoi diritti quanto la proprietà», per cui «se in un mercato aperto deve esserci la libera contrattazione tra capitale e lavoro, non è giusto che una delle due parti contraenti debba avere esclusivamente nelle proprie mani il controllo delle leggi, la gestione delle condizioni, il mantenimento della pace, l'amministrazione della giustizia, la distribuzione delle tasse e il controllo delle spese. È ingiusto che tutte le garanzie e tutti i vantaggi sono appannaggio di una sola parte […] La giustizia richiede alla libertà non già di abdicare alla sua supremazia politica, ma di condividerla. Sensata questa spartizione, la libera contrattazione è tanto illusoria quanto un duello ad armi pari in cui un solo contendente fornisce i padrini, le armi e le munizioni». Quello di Acton, insomma, è un liberalismo sociale attento agli ultimi, volto alla difesa «del bambino storpio e della vittima di circostanze accidentali, dell'idiota e del pazzo, del miserabile e del reo, del vecchio e dell'ammalato, del curabile e dell'incurabile»: una «liberalità verso i deboli, nella vita sociale, che corrisponde a quel rispetto per le minoranze che nella vita politica rappresenta l'essenza della libertà».

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