venerdì 21 agosto 2009

La suora di «Dead man walking» ripercorre 23 anni di battaglie Nel braccio della morte come le donne al Calvario - MissiOnLine.org


La suora di «Dead man walking» ripercorre 23 anni di battaglie
Nel braccio della morte come le donne al Calvario
di Helen Prejean
Se un governo dice che certe persone sono «animali», questa mentalità è come una goccia d'inchiostro nell'acqua: la contamina tutta

Suor Helen Prejean, delle Sisters of Saint Joseph of Medaille, è da anni nota in tutto il mondo per la sua azione in difesa dei diritti dei carcerati e contro la pena di morte. Nel settembre scorso ha preso parte al convegno «Da dove la forza per costruire un futuro umano?», promosso dal Centro Ernesto Balducci di Zugliano (Pn). Qui Mondo e Missione l’ha incontrata. La vicenda di suor Helen ha ispirato il film Dead man walking; un adattamento teatrale della pellicola ha debuttato nei giorni scorsi a Vienna.


Dal 1984 porto al collo una croce donatami da Eddie Sonnier, il primo condannato a morte di cui sono stata consigliera spirituale. Me la regalò come segno della sua gratitudine per la mia vicinanza, a lui e a suo fratello Patrick, che poi fu giustiziato. Per pagare l’artigiano che la modellò, si fece estrarre il sangue e lo vendette.
Patrick fu il primo che assistetti nella camera della morte: fino ad allora ero impegnata con i poveri dei quartieri neri di New Orleans. Quando si prendono alcune strade nella vita, poi capita di arrivare in certi posti. Stare con i poveri di New Orleans mi ha condotto diritta nel braccio della morte. E l’ho fatto perché il Vangelo dice di preoccuparsi degli esclusi e degli emarginati.
Patrick mi chiese di non lasciarlo solo nel momento della morte: il protocollo dell’esecuzione è crudele e quando lo portarono nell’anticamera, tre giorni prima, mi disse di non restare lì perché avrei visto come gli avrebbero inflitto una scarica di 700 volt: «È sconvolgente». Patrick cercava di proteggermi dal male perché mi voleva bene. Ma io ho pensato alle donne sotto la croce: esse non hanno impedito che Cristo morisse (anche il Figlio di Maria è stato ucciso dallo Stato), però erano là. E allora ho capito che non potevo lasciar morire Patrick senza vicino un volto che lo amasse.
Tante persone mi hanno detto: «Tu hai un grande coraggio a fare ciò che fai». In realtà io non ho mai pensato di aver qualcosa di straordinario: quando si segue il sentiero dell’integrità e dell’amore, si arriva a combattere la morte e ad affermare la dignità delle persone.
Immaginate una società che non sia capace di governare l’odio e che sentenzi che questo o quell’individuo sono cattivi e vanno uccisi. In questo modo l’odio non si ferma e si espande verso le famiglie. La madre di Patrick, quando lui era nel braccio della morte, non poteva nemmeno andare al supermercato o nei negozi, perché sentiva la gente ripetere: «Quel mostro deve essere ucciso». Una mattina si trovò un cane ammazzato davanti a casa.
Quando un governo, come avviene negli Stati Uniti, decide di assumersi la responsabilità di dire che certe persone sono «animali», tale mentalità diventa come una goccia di inchiostro gettata in un bicchiere d’acqua pulita: la contamina tutta.
Ricordo la vicenda di Marietta Lane, la madre di Susan, 7 anni; uno psicopatico l’aveva uccisa mentre era in Montana in campeggio con la famiglia; il corpo della piccola venne trovato un anno dopo l’omicidio. Ogni genitore può avere l’impulso di strozzare colui che ha fatto una cosa simile alla propria figlia. Ma questa signora iniziò a capire che chi aveva fatto questo doveva essere una persona malata. E poi ha pensato alla madre di quest’uomo e al fatto che, se fosse stato ucciso, anche sua madre avrebbe sofferto come lei.
Prendendo forza dalla sua fede cattolica, quella donna affermò pubblicamente che non voleva che lo Stato del Montana eliminasse quell’uomo: «Non voglio che la memoria di mia figlia venga onorata dalla sua uccisione». Questa donna ha smascherato l’illusione che l’assassinio degli omicidi serva a lenire il dolore delle vittime. Anzi: quando vengono eseguite le pene capitali, a volte sono già passati 10-15 anni dal fatto incriminato e quando un condannato viene giustiziato, è come se le vittime venissero colpite di nuovo, rivivendo quel fatto. Oggi Marietta è impegnata nell’associazione Murder Victims’ Families for Human Rights, un’associazione di famigliari di vittime di omicidi che si battono contro la pena di morte. Ricordo il padre di David, il ragazzo ucciso da Sonnier: «La gente pensa che il perdono sia una debolezza - mi diceva -. Ma il motivo per cui si perdona è che solo così ci si può liberare dal proprio odio».
Io non giustifico per nulla né i crimini né la violenza, ma credo che ogni essere umano abbia la sua dignità e per questo sono fermamente contraria alla pena di morte. L’ho ribadito anche a Giovanni Paolo II, quando gli scrissi riguardo a Joseph O’Dell, il condannato giustiziato in Virginia nel 1997, la cui vicenda ho seguito personalmente. «Santità, non ci può essere nessun caso di necessità che renda ammissibile la pena di morte né alcuna eccezione per giustificare le esecuzioni», scrissi in una lettera consegnata al Papa il 22 gennaio di quell’anno.
Quel messaggio fu portato in Vaticano dalla mia consorella Lori e consegnata a monsignor Gabriele Caccia, membro della Segreteria di Stato: «Il Santo Padre ha letto ogni parola della lettera», le riferì il prelato. Una settimana dopo la consegna della mia lettera, il 29 gennaio, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, annunciava che sarebbe stato fatto un cambiamento nel Catechismo della Chiesa cattolica in base ai «recenti progressi della dottrina» circa la pena di morte.
Il 5 aprile 1984, quando uscii dal penitenziario appena dopo l’esecuzione di Patrick Sonnier, iniziò la mia missione contro la pena di morte. Mi dissi che non solo dovevo offrire un volto caritatevole e di amore ai condannati - ne ho accompagnati 6 al patibolo - ma che avrei dovuto pure impegnarmi per combattere le esecuzioni capitali.
Non avevo nessuna preparazione per andare nelle carceri, ma decisi volontariamente di impegnarmi in questo. Le prime volte sono rimasta traumatizzata, vomitavo e stavo male, nel vedere le condizioni di vita dei prigionieri. Nelle carceri americane vige la schiavitù dei condannati: come si può chiamare altrimenti il fatto che in Louisiana i carcerati vengano pagati 2 cent all’ora per i loro lavori? Certo, in Louisiana l’80 per cento della gente è favorevole alla pena di morte, ma nessuno dei sostenitori dell’esecuzione capitale ha visto di persona questo che chiamerei rito segreto. È facile uccidere una persona quando la si considera come morta, ma se si tratta di un uomo vivo, che si ha di fronte nella sua concretezza, tutto questo diventa difficile. Se sperimentiamo di persona la realtà del carcere, il nostro cuore si apre alla giustizia. Il mio compito è simile a quello che san Giovanni racconta nella sua Prima lettera: quello che ho visto lo racconto a voi. Io porto con me il Vangelo della sofferenza che ho incontrato di persona: se si riesce a far partecipe la gente del dolore che si è toccato con mano, allora tutto può cambiare.
Questo si può fare solo se c’è una comunità, proprio come ci insegna Gesù nel Vangelo. Nella comunità viene fuori il potere spirituale di ciascuno e questo ci permette di cambiare la situazione di odio. Siamo chiamati a stare come Cristo in croce, con le braccia stese tra due sofferenze, quella delle vittime e quella di chi viene ucciso dallo Stato.   w

(testo raccolto da Lorenzo Fazzini)

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