L’affare di Stato, Harry Wu Hungda, lo scoprì nel 1985, quando un amico gli portò una copia di un documento riservato del Partito Comunista Cinese. Il titolo era: Regolamento Provvisorio per l’Utilizzo dei cadaveri o degli organi prelevati dei condannati a morte.
Una prigionia durata 19 anni. Dietro il linguaggio burocratico, Wu vide subito la realtà di un’industria basata sulla sistematica violazione dei diritti dell’uomo. Fu allora, qualche mese prima di espatriare negli Usa, che Wu, arrestato nel 1960 con l’accusa di essere un controrivoluzionario e incarcerato per i successivi 19 lunghissimi anni in un Laogai (un campo di concentramento cinese), comprese che anche lui avrebbe finito per alimentare il grande businness statale del traffico di organi se la pallina della roulette della sua vita si fosse fermata sul nero dell’esecuzione capitale anziché sul rosso della inaspettata liberazione avvenuta nel 1979. Se lo avessero fucilato, senza chiedere consenso neppure ai suoi familiari, gli avrebbero preso reni e polmoni, per poi trapiantarli nel corpo di qualche ricco thailandese o indonesiano che si sarebbe recato in Cina per la delicata operazione. “Dagli anni’80, quella che prima era una sporadica pratica è stata trasformata in un sistema industriale – ci racconta Wu, ora in Italia per presentare il volume “Cina, traffici di morte” edito dalla Guerini e Associati.
Il miracolo cinese. “In questa catena di montaggio lavorano i vari funzionari statali, dal poliziotto che arresta al giudice che condanna, dall’esercito che esegue la condanna a morte al medico militare che preleva l’organo”, dice. Con pacatezza Wu elenca i risultati ottenuti nel campo dal suo Paese, diventato nel giro di pochi anni, il secondo paese al mondo, dopo gli Usa, per numero e qualità dei trapianti. Nel 2006 sono stati 15.000 negli Stati Uniti e 13.000 a Pechino. Secondo il dissidente cinese, più della metà delle operazioni sono state effettuate grazie a organi prelevati dai cadaveri dei circa 10.000 (dati non ufficiali) condannati a morte, uccisi nelle pubbliche esecuzioni di massa.
Le testimonianze. Sono decine le testimonianze raccolte dalla Laogai Research Foundation, a suffragare ciò che oggi, grazie al coraggio di uomini come Wu, trova nuove agghiaccianti conferme. Come la testimonianza di una donna che nel 1999, nella città di Xinyang, nella provincia di Henan, non ebbe restituito il corpo di suo figlio, condannato alla pena capitale per omicidio. Insospettita dall’insolita decisione di cremare il cadavere, assoldò un investigatore privato. Il quale qualche settimana dopo seguì il furgone bianco che portava i cadaveri di altri prigionieri dal luogo dell’esecuzione al crematorio per scoprire che, durante il tragitto, dei medici a bordo del veicolo asportavano le reni, li mettevano nella soluzione salina per conservarli fino alla tappa nel più vicino ospedale. O come il racconto di un ufficiale medico dello Heilongjiang che confessò di aver assistito all’uccisione di un condannato addirittura all’interno di una struttura ospedaliera. “Lo fecero stendere sul pavimento dell’obitorio, – ha raccontato l’uomo a Wu – gli spararono alla nuca, gli fecero un’iniezione di una sostanza che garantissero l’integrità dell’attività cardiaca e poi gli presero il cuore per portarlo nella vicina sala operatoria dove un paziente era in attesa del trapianto”.
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Harry Wu Hungda, dissidente cinese, durante la sua prigioniaIl suo viaggio inchiesta in madrepatria. Figlio di una ricca famiglia di banchieri di Shangai, dove è nato nel 1937, cattolico praticante, Harry Wu è tornato, per qualche mese, nel 1991 in Cina per trovare le prove del traffico. “Sono 6 i centri specializzati. Già alla fine degli anni’90, le cifre per accedere a un trapianto in un ospedale cinese erano notevoli. Tra i 12.000 e i 15.000 dollari, dicono alcune testimonianze”. Il governo di Pechino, in passato, ha parzialmente ammesso la provenienza degli organi utilizzati. Le associazioni per i diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch speravano che questo portasse a una mobilitazione globale ma sulla vicenda è calato il silenzio. “Solo il Congresso Usa ha approvato una legge che impedisce ai medici cinesi specializzati in trapianti di operare negli Stati Uniti”, dichiara ora mister Wu. Tutto qui? “Tutto qui”, risponde laconico dissidente. Il quale non è certo sorpreso della timidezza delle reazioni internazionali. “È lo stesso basso profilo tenuto sulla questione tibetana“, commenta Wu. Il quale però non è pessimista. “La Cina sta cambiando, ma con i tempi cinesi, appunto, che sono più lunghi rispetto a quelli della storia dell’Occidente. Magari, tra 100 anni riusciremo a diventare una democrazia, ma se ciò accadrà, sarà solo dopo un lungo cammino fatto di tanti piccoli passi”
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