sabato 13 giugno 2009

IL MANIFESTO - Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di gran

  di Francesca Borrelli
IL LUNGO BRIVIDO DELLA LENTEZZA
Lo sguardo DI MUÑOZ MOLINA
Incontro con lo scrittore spagnolo, che ieri è stato protagonista di un reading al Festival di Massenzio. All'indomani delle elezioni europee commenta la débâcle di Zapatero dicendo che la sua è una «sinistra cosmetica», fatta di grandi gesti e poca sostanza. E passa a parlare dei molti generi letterari esplorati nei suoi libri
Il più letterario tra gli scrittori spagnoli e certamente il più dotato, Antonio Muñoz Molina, viene da una famiglia della Andalusia totalmente priva di istruzione, i cui interni domestici radicati nella povertà degli anni '50 ha ricostruito nell'ultimo romanzo uscito in Italia da Mondadori, Il vento della luna. Qualcosa di ciò che trattiene di quelle atmosfere lo ha restituito anche nel reading in programma ieri alla basilica di Massenzio, ma le sue concessioni alla autobiografia hanno atteso più di vent'anni per farsi strada in un'opera altrimenti votata a esplorare tutti i generi romanzeschi, da quello poliziesco, che trova la sua variante più felice in un libro titolato Plenilunio, all'indagine storica di Sefarad, affidata al protagonismo di alcune vittime dei totalitarismi, fino al ritratto di una città in Finestre di Manhattan e al resoconto di una passione in Carlota Fainberg e in Un inverno a Lisbona. Almeno in apparenza, nulla accomuna questi titoli, che sono soltanto i principali di una vena assai prolifica, eppure la diversità dei loro contenuti è significativamente meno influente delle ricorrenze stilistiche, perché sembra che, sempre, dalle pagine di Muñoz Molina risalga una musicalità riconoscibile, a sua volta frutto della tensione fra una naturale vocazione alla lentezza e una ricercata costruzione narrativa per nulla indifferente alle attrattive della suspense. All'indomani delle elezioni europee lo scrittore spagnolo, che divide la sua residenza tra Madrid e New York, non è affatto stupito della débâcle di Zapatero: «la sua - dice - è una sinistra cosmetica». Il nostro incontro si svolge a Roma, alla casa delle Letterature, e in considerazione di una contingenza politica così fresca di delusioni, comincia con una domanda sul contesto spagnolo, per poi proseguire nella analisi di alcuni motivi letterari.

Dunque, né l'apertura dimostrata in occasione della legiferazione sui matrimoni gay, né la promessa di chiudere le centrali nucleari cominciando da quelle che hanno esaurito il loro ciclo vitale, né l'approssimazione a una legge che renda possibile l'eutanasia sono bastati a arginare gli effetti della crisi economica, e Zapatero sconta una flessione dei voti che sembra immeritata. Lei come interpreta questo risultato?
A me pare, per la verità, che la Spagna venga vista da una prospettiva distorta: sono già quarant'anni che alcuni importanti cambiamenti erano stati avviati, ma l'idea di un paese oscurantista e avvolto da una certa immobilità perdura a dispetto di tutto. Si dice, per esempio, che finalmente ora si può parlare della guerra civile, ma non è vero, è mezzo secolo che ne stiamo parlando, e lo dimostra l'enorme quantità di libri che questo argomento ha prodotto. Sembra che Zapatero e Almodovar siano le uniche due figure eterodosse di un paese altrimenti intrappolato nel passato, eppure non è così: indubbiamente hanno molti meriti ma da questo a farne gli eroi solitari di un paese oscurantista ce ne vuole. In realtà Zapatero è specializzato in cambiamenti superficiali e soprattutto spettacolari, non va mai alla radice dei veri problemi sociali, tanto è vero che una questione fondamentale com'è quella del rafforzamento della istruzione pubblica non è stato mai davvero affrontata. E poi: certo che è importante avere consentito il matrimonio di coppie omosessuali, ma bisogna anche dire che questo è stato reso possibile dal fatto che già prima c'era una legislazione in loro favore molto avanzata. La Spagna è un paese meno machista e omofobo dell'Italia. Quanto alle centrali nucleari, se verranno chiuse l'energia verrà da quelle francesi, non certo dal vento.Spesso quelle di Zapatero sono astuzie, la sua politica è fatta di grandi gesti: ha detto che nel 2050 la Spagna potrà rifornirsi a fonti di energia rinnovabili, ma questo sarebbe impossibile anche se ricoprissimo tutto il territorio di mulini eolici.

Secondo lei la Spagna franchista costituisce ancora uno sfondo narrativo carico di potere evocativo, o alle nuove generazioni di lettori non dice più nulla?
No, questo non è ancora successo, basta vedere quante opere sono ancora basate su quel periodo storico. A mio avviso, il fascino al quale lei allude viene dalla descrizione di un paese che perde e poi riconquista la sua libertà, e da una curiosità di sapere cosa è veramente accaduto, come si sopravvive alla guerra, come ci si abitua alla crudeltà, qual è il rapporto tra il passato e il presente. Nei mie romanzi c'è continuamente il tentativo di connettere tempi storici diversi. E poi, conviene ripensare la storia, quel che accadde in Europa negli anni '30, la fascinazione che ancora deriva dalla analisi di un mondo civilizzato e progredito che piomba nella tragedia, perché tutto ciò potrebbe succedere ancora. Io non mi sento mica tanto sicuro di ciò che ci si prospetta nell'Europa attuale, con la sua ondata xenofoba e l'avanzata della estrema destra. Non voglio dire che la storia possa ripetersi uguale a se stessa, ma può succedere che ci ritroveremo a constatare la fragilità di quanto oggi viene dato per scontato. La storia ci insegna che l'incredibile può sempre accadere. Sembra ci sia in noi la necessità di pensare che il corso della storia risponda a alcune leggi, ma non è così. Come scrittore mi interessa esplorare il momento in cui uno stato di normalità viene distrutto. Ero a New York quando c'è stato l'attacco dell'11 settembre e quel che mi ha colpito di più è la concomitanza di una quotidianità che andava in frantumi e al tempo stesso, su altri piani, non presentava variazioni di sorta. Fin dalla mattina dopo, i bar erano affollati di gente che prendeva il solito caffè, e nel parco era pieno di persone che facevano jogging, mentre altrove tutto di ciò che aveva a che fare con la vita precedente era andato perduto.

Passiamo ai suoi libri. Un po' in tutti i suoi romanzi c'è una conflittualità molto forte tra le esigenze dell'intreccio, che tendono all'intrattenimento, e quelle dello stile che si ostina a indugiare sugli aspetti descrittivi. Crede che sia una rappresentazione fedele, questa, della sua scrittura?
Sì, credo di sì. Quel che a me sta a cuore nella costruzione di un romanzo è la messa a punto di un impianto narrativo solido, che mi consenta di restituire la materialità del mondo intorno a noi. Non credo che si debba affrontare una scelta tra elementi descrittivi e questioni più propriamente narrative, ciò che mi importa è che i miei libri non siano statici, che li attraversi il flusso del tempo, e il lettore possa percepirlo distintamente.

Qual è il suo rapporto con i personaggi che inventa? Come lei sa alcuni ritengono che a un certo punto della scrittura di un libro i caratteri che lo popolano si distacchino dalla volontà dell'autore e prendano strade autonome e impreviste. Altri come Nabokov o Saramago, meno romanticamente dicono che i loro personaggi sono come schiavi ai remi, sottomessi agli ordini di chi li ha messi in pagina.
Io non sono d'accordo con nessuna di queste due posizioni. È ovvio, i personaggi sono emanazioni della volontà dell'autore e non possono prendersi nessuna libertà se non quella che viene loro concessa. Ma non tutto ciò che uno scrittore fa risponde al suo raziocinio, perché in ogni processo di costruzione di un libro interviene qualcosa di profondamente inconsapevole. Io non ritengo di avere effettivamente deciso, per esempio, che il mio ultimo romanzo avrebbe assunto la forma che ha ora. Mi sono detto che avrei dovuto finirlo prima di venire in Italia, questo sì, e infatti l'ho concluso ieri notte; ma non prevedevo affatto che sarebbe diventato lungo un migliaio di pagine, né che si sarebbe popolato di tanti personaggi. Lo titolerò La notte dei tempi, e l'ho concepito come un romanzo all'antica: non per ciò che riguarda la tecnica, che spero contenga qualcosa di innovativo, ma nel risultato per il lettore, che deve potervi intravvedere una rappresentazione del mondo, un po' come avveniva nei romanzi ottocenteschi. Il momento più felice, per me, è quello in cui avverto che il testo mi sta trascinando con sé: prima ho bisogno di un passaggio faticoso, in cui tiro le frasi, una a una. Ma poi deve intervenire ciò che nella teoria classica della poesia si chiamerebbe un raptus.

A partire dal suo esordio, nel 1986, lei ha affrontato un po' tutti i generi romanzeschi. Come spiega questa sua versatilità?
La spiego con il desiderio di cambiare e al tempo stesso di sperimentare la sensazione che i miei libri non stiano ripetendo la formula del genere letterario al quale appartengono. Prenda un romanzo come Carlota Fainberg: ebbene, è al tempo stesso una novella del mistero, un racconto di fantasmi, e molto altro. O Finestre di Manhattan: è un ritratto di città dal mio punto di vista molto personale, un libro di viaggi, un saggio d'arte, una confessione.

Invece, l'ultimo romanzo tradotto da noi, «Il vento della luna», è soprattutto un racconto autobiografico, vero?
Sì, il materiale romanzesco è molto personale, però al tempo stesso questo non ne fa un libro di memorie. La ricostruzione dell'ambiente, della casa in cui si svolge la trama, della atmosfera di quegli anni sono elementi ripresi dalla mia vita, anche se non letteralmente. Invece la vicenda del bambino così trepidantemente identificato con la sorte degli astronauti inviati per la prima volta sulla luna l'ho inventata. Direi che il romanzo si risolve piuttosto nell'intreccio tra una metafora dell'epoca franchista e il passaggio dalla infanzia alla adolescenza, perciò è importante la sua costruzione basata su alcune simmetrie, tra passato e futuro, tra la luna e la terra, tra il mondo del bambino e quello degli adulti.

Forse l'elemento più ricorrente pur nella grande diversità dei suoi libri è il protagonismo dello sguardo. Come lo spiega?
Chissà, magari tutta questa enfasi che metto sullo sguardo ha a che vedere con la mia psicologia, e probabilmente ha determinato anche la mia formazione iniziale, che era quella di storico dell'arte. Del resto, quando un elemento si ripete così spesso di libro in libro ci sarà pure un motivo, e questo motivo avrà certamente a che vedere con un tratto caratteriale dell'autore. Trovo molto vera una frase detta da V. S. Naipul, quando avverte che non bisogna mai fidarsi di un romanziere che scrive le sue memorie, perché la verità va ricercata nei temi della sua fiction.

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